Partiamo da un presupposto: Kozelek è un genio, e come tutti i geni è parecchio disturbato. Lo si evince dai testi delle sue canzoni, dove parla di morte 9 volte su 10, lo è nella vita reale dove atteggiamenti alquanto bizzarri ne fanno uomo e artista a dir poco umorale.
È un bel po’ di tempo che rincorro un suo show, l’ultima volta che mi capitò l’occasione di presenziare, fu 4 anni fa, ma due ore prima del concerto annullò tutto. Leggenda vuole che sia completamente impazzito al punto di distruggere una camera di un hotel a Varese. Quanto di vero ci sia in questa storia non lo so, ma sicuramente ci potrebbe stare conoscendo il personaggio.
Mark sbarca stasera al Carroponte di Sesto con una delle sue mille identità, prima Red House Painters, ora Sun Kil Moon, domani chissà. Nomi e progetti differenti, ma alla fine semplicemente delle one man band con Kozelek nella veste di unico compositore di musiche e testi.
I più attenti lo ricorderanno anche come attore per il cameo in Almost Famous dove interpretava il chitarrista perennemente “stonato” degli Stillwater e molto più recentemente in Youth del nostro Paolo Sorrentino, film per il quale Mark ha anche composto la colonna sonora.
Questa sera verrà presentato il nuovo disco “Universal themes”, uscito appena una settimana fa per la sua etichetta Caldo Verde (ebbene sì, nel tempo libero fa pure il produttore).
L’assetto palco scelto per il live di stasera è composto da una doppia batteria e una doppia chitarra, tripla nei rari momenti in cui Mark imbraccerà lo strumento.
Uno dei due batteristi è niente popò di meno che Steve Shelley, batterista dei seminali Sonic Youth, ormai membro aggiunto Sun kil Moon, avendo già contribuito in precedenza suonando nel plurititolato predecessore di Universal themes.
Lo show parte tranquillo per decollare dopo pochi pezzi con Micheline, seguita a ruota dall’opener di quel capolavoro che è Benji, una coinvolgente versione di Carissa, cantata da un preparato pubblico su richiesta dello stesso Kozelek.
Con Mark che si sistema dietro le pelli del tamburo arriva il momento di Richard Ramirez died today of natural cause, pezzo dall’incalzante incedere che a tratti riporta il pensiero al repertorio di Neil Young.
Dopo un inizio cantato rigorosamente con le mani in tasca, Kozelek imbraccia finalmente la chitarra per suonare l’intro della nuova possente The Possum, che tanto mi riporta alla mente alcune cose dei Sonic Youth, pezzo dal cantato tirato, con una voce, a tratti, volutamente sgraziata.
Aly/spinks 2 è l’occasione per un esercizio di stile da parte della band, una song caratterizzata da due cambi di ritmo, una prima accelerazione che evolve in un rallentatissimo finale che la porta quasi a “spegnersi” su se stessa.
Arriva così il momento della toccante I watched the film The song remains the same, al termine della quale viene presentata la band arricchita in questo tour dalla presenza di due guests d’eccezione, il già menzionato Steve Shelley alla batteria e il cantautore inglese Neil Halstead.
Mark molla quindi per un attimo il suo broncio da bullo per ricordare la sua prima volta a Milano, datata 1992, e scherza con il resto della band chiedendogli a quando risalisse la loro prima volta nella città meneghina.
Nell’intimista I can’t live without My Mother’s love Mark si interroga sul futuro, non riuscendo a capacitarsi di poter sopravvivere alla madre rinunciando all’amore che la stessa nutre nei suoi confronti. Con This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station si chiude il main set.
Caroline è il primo sentito encore e la trasognante Ceiling gaze chiude il concerto di stasera, un live di qualità di un artista immenso, a tratti un po’ burbero, ma dal cuore buono, che si mette a nudo nelle sue canzoni, raccontandoci i frammenti più oscuri della sua anima.




























