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Reportage Live

JULIA JACKLIN a Milano, o come scivolare nel lunedi abbattendo l’ansia della domenica

La ricetta per affrontare la vita della cantante alternative country di Blue Mountains, Australia e ieri in concerto al Magnolia è semplice: dolcezza, blues e strafottenza per battere la tartaruga irraggiungibile nella risoluzione delle nostre complessità quotidiane.

Articolo di Marzia Picciano

Mentirei se dicessi di aver scoperto Julia Jacklin, ieri 27 novembre in concerto al Magnolia a Milano per Comcerto (unica data italiana), nel 2016 con il suo debut album Don’t Let the Kids Win in quanto attenta e perita ascoltatrice di un particolare genere musicale che si nutre di meteore con impatti sulla scena musicale spesso occasionali, molto più raramente duraturi, e che allora grazie a una favorevole critica musicale ci si era avvicinati a lei e all’offerta del mondo “aussie”. No: è stato l’algoritmo di Spotify a decretare a inizio anno il mio colpo di fulmine per Pressure To Party, in un momento in cui non sapevo bene come canalizzare una fastidiosissima percezione di delusione cosmica, e niente, ecco che arriva questo rock andante, grattato e strafottente, uno speranzoso e fin troppo pacato dito medio indirizzato agli inindividuabili capri espiatori della nostra insofferenza, e va tutto meglio.

Anche ieri sera Julia è stata in grado di strapparmi un sorriso (e pure una risata) davanti alle tante rogne che mi tocca affrontare ogni giorno (vedi: agende completamente scompigliate già nei primi 20 minuti della giornata). Dal vivo ci ha regalato una versione di sè e dei suoi pezzi autentica e incredibilmente delicata, con una ancora più spiccata nota alt-country, quella che ci invita a scivolare languidamente nel lunedi con la dolce rassegnazione di chi sa che questo giro lo farà ancora, ciclicamente. E allora perchè incazzarsi?

L’overload di dolcezza in realtà è partito a inizio serata con Erin Rae, cantautrice di Nashville che ha aperto il concerto portando chitarra, voce e un piuttosto severo seppur rasserenante lungo vestito azzurro, in pratica Alexis Bledel che gira The Handsmaid’s Tale a Starshollow; con Modern Woman mi ha riportato alla serenità dei pomeriggi sul divano con mia madre e mia sorella a guardare Una Mamma Per Amica, solo che ero nella tensostruttura del Magnolia con la mia amica alle prese con le solite beghe della domenica sera, pesanti come l’umidità che affligge questa città in inverno: lavoro, disagi, recap della casumanistica affrontata in settimana che anche a questo giro è riuscita a non farmi colorare il mio lindo casellario giudiziario, ancora lavoro e disagi e poi loro, gli altri, l’inferno di Sartre, quello le cui vie sono lastricate di buone intenzioni, cosa siamo disposti a cedere e cosa non siamo più disposti ad accettare.

Foto di @holegrainmomjeans

Su questi flussi continui e sconnessi di joyciane confessioni si è instillata la Jacklin con i suoi compagni di viaggio, dissacrando la sua entrata in scena con un sottofondo di My Heart Will Go On di Celine Dion. Come la star di una stand-up, impone la sua presenza zippata nel piumino corto nero, basso in mano e forcine a tenere in ordine i lunghi capelli ramati, e inizia con un’acustica Don’t Let The Kids Win, un rassicurante monito a spazzare via per un attimo le nostre varie inutili preoccupazioni e a goderci la serata. Si passa immediatamente al nuovo album Pre Pleasure per cui la Jacklin è appunto in tour, con Be Careful With Yourself e il singolo stand-alone del 2020 To Perth, before the border closes: il resto della band la raggiunge poco a poco a dare forza a una voce particolarissima, estremamente chiara e forte, capace di reggere e accompagnare, senza mai stonare, le corde più buie.

Julia Jacklin si avvolge, letteralmente, sui giri metallici di basso, li addolcisce e fa luccicare come un esercito di nane bianche all’orizzonte: senza mai esplodere, uno yodel di emanazioni di chi ha già tanto brillato, tante Dolly Parton che si apprestano a spegnerci affettuosamente la luce sul comodino, e noi siamo lì pronti per un sonno ristoratore da cui forse non vorremmo svegliarci mai, sicuro non di lunedi. Persino nei pezzi che la Jacklin tira fuori dal suo ultimo album, più maturi dal punto di vista della lavorazione e orecchiabilità (senza stravolgere la base grunge che la contraddistingue) ma anche dei testi (dove strizza l’occhio a chi fa della critica delle ipocrisie di un mondo perso tra tradizione, riscoperta del sè femminista e capacità di accettare voci fuori dal coro) la foga è ovattata, incredibilmente blues. Forse, complice la staticità sul palco che però non ha negato l’empatia col pubblico (australiano) con cui ha scherzato.

La versione live di Body, ad esempio, è molto meno tetra, mi sembra di percepire Ballate per piccole iene tra le righe; nell’ironica Ignore Tenderness la Jacklin è più partecipe alla sua personale satira su sesso e dildo, ma non riesce a perdere la dolcezza di chi si rassegna davanti all’ignara testardaggine un bambino. Ma non solo. Quella accattivantissima traccia che lei stessa ha definito una pop-song come Lydia Wears A Cross e quella che è davvero un inno al riscatto personale tradotto in una pop song I Was Neon hanno riattivato l’audience – un nucleo purtroppo ristretto di amanti della cantante australiana – che non si è però trovata a saltare, ma ad ondeggiare più forte.

Foto di @tyleriafelice

Ieri sera, ecco, abbiamo ondeggiato, come era del resto impossibile non fare a sentire ballate come Love, Try Not To Let Go, I Don’t Know How To Keep Loving You, Good Guy e la chiusura di End Of A Friendship: Julia Jacklin ci arriva qui come la canzone del ballo della scuola della topica provincia americana ormai scolpita nel nostro immaginario fatto di reference culturali televisive, quando sei o non sei tra le braccia della persona a cui dovresti dichiarare il tuo amore eterno, lo vuoi e non lo vuoi e chiaramente, stai ondeggiando. Julia è lì, un po’ sorniona, un po’ sofferta nel ripetere ovvie verità su come troppo spesso siamo vittime di noi stessi; è il prof messo a presidio della serata dei ragazzini che sa bene finirà in ogni caso in un disastro, guarda sottecchi noi ascoltatori e si assicura che abbiamo staccato il cervello e ci siamo proiettato nel film a lieto fine che meritiamo di vedere a fine settimana – e in un battibaleno stiamo ondeggiando.

Come siamo prevedibili, quando colti nel mezzo dei nostri desideri: pur di assaporarne uno per un momento accetteremmo di prendere briciole per anni. E quindi ecco, non serve, sicuramente non serve in una serata da banchi di nebbia, arrabbiarsi o scapigliarsi, neanche nel nome dell’Amor che move il Sole e le altre stelle: possiamo anche rimanere qui nel torpore generato dalla Jacklin e proiettarci con gentilezza nel domani che ci attende, nelle questioni che abbiamo ancora una volta rimandato di affrontare, che si tratti di treni da prendere, relazioni da chiarire, insomma, tutte quelle cose che non mancano di segnare una nota amara nella bellezza di questo momento di quiete prima della tempesta, bella o brutta che sia. In ogni caso, non disperatevi: fra sette giorni è di nuovo domenica.

JULIA JACKLIN: la scaletta del concerto di Milano

Don’t Let The Kids Win
Be Careful With Yourself
To Perth, Before the Border Closes
Love, Try Not To Let Go
Pool Party
Good Guy
Moviegoer
Body
Lydia Wears A Cross
Ignore Tenderness
Motherland
Dont Know How To Keep Loving You
I Was Neon
Head Alone
Pressure To Party
End Of Friendship

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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