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Reportage Live

I DRY CLEANING a Milano. Breve storia di un punk lavato a secco

Articolo di Serena Lotti

Della scena post punk nordeuropea ormai se ne parla più di quanto non si faccia con l’affairs tra Barbara D’Urso e Mediaset. Ma visto che noi non siamo Dagospia e i nostri lettori non sono le casalinghe annoiate di Voghera, vi racconterò di quello a cui ho assistito ieri sera durante la data milanese del tour dei Dry Cleaning.

Chiariamo subito che il quartetto di Londra sebbene si ascriva nella cornice della nuova sopracitata wave di post punk anglosassone e confinanti, ne prende al contempo le distanze. Sono senza dubbio rumorosi, decadenti e crepuscolari come i colleghi The Idles, Fontaines DC, Viagra Boys, Squid etc, ma a differenza loro sono guidati da una sorta di sacertodessa 2.0., una frontman che fa della negazione del carisma la sua cifra stilistica, in totale contrapposizione con la natura primigenia del punk.

Nati nel 2019, esordiscono con 2 EP e vengono immediatamente bollati come cloni dei Sonic Youth, etichetta che non si sono mai tolti da dosso completamente nonostante abbiano regalato un notevole upgrade evolutivo in termine di proposta musicale con l’atteso album New Long Leg, che Pitchfork a suo tempo incluse nella lista settimanale dei 5 nuovi album da ascoltare”.

Grazie alla fiducia di una label di tutto rispetto, la 4AD, e alla produzione di John Parish, già collaboratore di PJ Harvey, sono stati capaci di creare un piccolo gioiello di alti picchi poetici, valorizzato anche dalla pesca a piene mani in tutto quello che alla generazione anni 90 ha cambiato la vita: dallo psych-noise alla new wave, dal britpop all’alternative. La proposta che è nata è contemporanea e a suo modo avanguardista.

Curiossimi di capire quanto siano acchiappanti anche nell’esperienza live capitolo in un Circolo Magnolia strapieno, dove non tornavo dal 2019. Appuntamento alle 21.45 puntualissimi salgono sul palco i Dry Cleaning, lei trasuda spiritualità e raffinatezza, vestita con un lunghissimo abito nero oversize che non le rende giustizia, se non fosse per il bellissimo viso botticelliano dall’incarnato perfetto. Il trio che l’accompagna, Lewis Maynard al basso, Tom Dowse alle chitarra e Nick Buxton alla batteria, sembra invece appena essere tornato da una calata all’Oktoberfest, maschi alfa reduci da una rissa in cui non hanno avuto la meglio: ma del resto i contrasti nascono proprio per stupire.

La proposta di stasera si concentra tutta su New Long Leg. La responsabilità dell’essere credibili e coerenti nella prova live è affidata tutta a Florence Shaw che con il suo spoken word e la sua raffinatezza intellettualistica è stata capace di grandi vette poetiche intrise di lirismo e commovente dolcezza, non sempre in grado di sortire in tutti i pezzi l’effetto wow, ma degna di una prova di rispetto.

Si parte un pò sottotono con i riff noise di Usmart Lady che non riescono ad essere sufficentemente ossessivi da trasportarci ancora dove vogliamo, ma la band presto mette un pò di LSD nelle intenzioni e ci propone una ficcantissima Strong Feelings, con sardonico tiro funk e un basso muscolare che inizia a pulsare forsennatamente.

Su Her Hippo siamo caldi. Sulle eccitanti onde new wave e sui prevedibili echi smithiani il concerto si può dire partito e ci sentiamo sospinti un pò più in alto, verso una fruzione più liquida e morbida. Da qui il concerto sarà decisamente figo e ficcante al punto giusto e sicuramente grazie alle lunghissime e lisergiche esecuzioni di Sit Down Meal, di More Big Birds con le sue acide distorsioni  e con i manierismi  della chitarra elettrica, fino agli ossessivi riff di Magic of Meghan con le sue perturbanti architetutte chitarristiche e una sezione ritmica in stato di grazia.

In chiusura, e per ricordarci quanto la lezione dei Joy Division sia stata fondamentale nel processo gestazionale dei Dry Cleaning, si scivola sulla laconica Scratchcard Lanyard e sulla infinita e joydivisiana Conversation in encore, pregna di influenze new wave e sulla quale la predicatrice Elizabeth, alzando gli occhi al cielo, ci congeda con somma eleganza, un lieve sussulto del capo, i capelli lunghi che ondeggiano soavemente e sparisce tra fluttui rosa nebulosi.

Non c’è sing along in questo concerto lo sapevamo, a parte sui timidi ritornelli di More Big Birds che si avvicina di più alla forma canzone propriamente intesa. E’ un concerto a metà tra un’installazione concettuale ed un impeccabile esercizio di stile dove il contrasto tra la forza deflagrante dei suoni ha trovato una bella coesione con la levità e l’etereo. A tratti il cantato monocorde ha annoiato e ha fatto registrare cali attentivi, inutile nasconderlo, ma tanti sono stati gli elementi di plauso. I musicisti hanno offerto una prova di alto livello la seconda mezzora, dopo le prove generali durante la prima, ed è stato, a mio personale avviso, apprezzabilissimo anche un certo revivalismo chitarristico dal sapore nostalgico.

Grazie alla costruzione di elementi espressivi diversi e non solo sonori (dove trovano spazio anche importanti sezioni di sintetizzatori indie-pop e non solo nevrotici jangle di chitarra), grazie a un tone of voice che cambia spesso (sebbene non facile da cogliere) e che passa da riflessioni semiserie sulla vita, ad invettive sull’amore, con immagini strane, bizzarre ossessioni, ricordi sensoriali fino a incursioni nel mondo angosciante della paranoia, i Dry Cleaning ci hanno detto di rifiutare il cliché della band post punk offrendo una visione di se stessi e della loro musica antitetica e avanguardista se vogliamo, dove la declamazione in prosa è la vera protagonista e il vettore di tutte le intenzioni di stile.

La capacità della Shaw sta nel saper capovolgere le prospettive, offredo alternativi spazi mentali e al contempo decontestualizzando e ricontestualizzando tutto ciò che esce dalla sua bocca ansante. C’è l’intuizione e l’espressione, ci sono drammatici tentativi di esprimere la sua visione di un mondo multiforme, facendosi strada tra suoni virulenti e lisergici, c’è l’intimo e il mistico, c’è meditazione nel caos più totale. La Show tenta di depauperare la matrice dissacrante e rissosa del punk, spolverandolo dagli elementi grezzi, candeggiandolo dal suo duro essenzialismo, ripulendolo dalla sua violenza anarchica. Un punk decisamente lavato a secco.

Dry Cleaning – La scaletta del concerto di Milano

Leafy
Unsmart Lady
Strong Feelings
Her Hippo
Sit Down Meal
Viking Hair
More Big Birds
Traditional Fish
New Long Leg
Magic of Meghan
Tony Speaks!
Scratchcard Lanyard

Encore
Conversation

Written By

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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