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RADICAL FACE – The Family Tree: The Branches

radical-faceUna mail ‘di vita o di morte’ che non arriva a destinazione entro le scadenze prestabilite. Un lavoro di ore ed ore in fumo per un blackout. Un CV che avrebbe potuto finire nelle mani giuste. Chi di noi non ha mai provato (o temuto) quella sensazione di vuoto e di assoluta impotenza di fronte al tradimento della tecnologia? Chissà, forse se l’hard disk dove Ben Cooper (alias Radical Face) custodiva ben due romanzi – praticamente alle battute finali – non si fosse mai rotto, a quest’ora l’artista di Jacksonville sarebbe in giro per il mondo a firmare autografi sulle prime pagine dei suoi best seller. E chissà se è stato lo shock a portarlo ad ambientare la saga generazionale The Family Tree nel lontano 1800, alieno alle congiure informatiche. Poco importa.

Come nel primo felice episodio di The Roots (2011), in The Branches il cantautore limita l’accompagnamento ai soli strumenti reperibili tra il 1860 e il 1910 per farci approdare direttamente nell’isola felice del folk rock: gli schemi imperanti sono ancora i saliscendi di strimpellate, gli scrosci di piano, i tom tom a terra, i battiti di mani, i tintinnii eburnei, ma sopra tutti l’avvolgente purezza dei vocal, ora spalancati e ad alta quota ora sussurrati e singhiozzati.

Il concetto unitario di ‘diario acustico’ dell’album è racchiuso nel singolo di lancio Holy Branches dove, tra lievi stornellate e vampate di piano, la pecora nera della famiglia confessa di non rimpiangere le sue scelte, per quanto dolorose, rifugiandosi nella medicina del tempo. Efebicamente potente The Mute, dove Mr. Cooper ricorre ad accorte percussioni per scandire i pensieri di un bambino così diversamente am-abile, che scappa con i suoi amici immaginari dall’odio del padre e dalla diffidenza della madre, spezzandoli con cori spensierati come la sua innocenza. Reminders sa di silvestre già dall’incipit sfiatato: il nostalgico fuggitivo torna all’ovile, ma sempre e solo con la mente, forse con lo sguardo alle nuvole che viaggiano su un cielo azzurro: meglio stare lontani, così posso essere ciò che tu vuoi. Tamburo, ruscelli di keyboard e punzecchiate di violino fanno di Summer Skeletons una scommessa vinta in partenza: memore di Mumford & Sons e The Lumineers, l’artista è padrone assoluto del brano, che si srotola in una serata di fine luglio, a piedi nudi, così bella da dimenticarsi del tempo che passa.

Dopo la spettrale (e meno convincente) Crooked Kind, il ritmo da All Blacks di Chains ci riattizza e ci trascina prima del dondolare del malinconico pezzo, tutto color giallo ocra, Letters Home. Candidata a sottofondo delle frasi-tassello di Grey’s Anatomy è From The Mouth Of An Injured Head, che scoperchia – trainata dalla chitarra acustica di Ben – le botole di una mente malata in pieno sconquasso emozionale. Il disco termina con lo scrigno polveroso di ricordi di Southern Snow, che si apre e si chiude (in perfetto stile natalizio) con la pallida bellezza del piano, il magone di The Gilded Hand con le sue note abissali e i singulti di We All Go The Same.

Fedele alla sua spiccata indole narrativa, Radical Face crea un piccolo miracolo di storytelling alimentato da esperienze sia personali che fittizie: nel pentolone di vicissitudini familiari ci sono persone come noi, con mille speranze e tanti demoni da combattere; ma anche casini, fughe, svolte e tagli netti col passato, zavorre di rimpianti e ricordi di giornate calde come il sole della Florida, mura domestiche imbevute di ipocrisia che creano termini di paragone ingombranti e aspettative troppo alte.

Prova superata a pieni voti da un ottimo manipolatore di folk: staremo a vedere cosa succederà nell’ultima puntata della trilogia.

Written By

Sono nata poco prima che venisse pubblicato “A kind of magic”, titolo che ben rappresenta il mio legame con la musica e le parole. Parole che ho imparato a confrontare, esplorare, investigare grazie al mio lavoro di traduttrice, per cui ho l’immensa fortuna di traghettare tra diverse sponde linguistiche e di entusiasmarmi ogni giorno di più. Parole: input, fonti di sapere e di potere. E poi la musica: uno scudo, un antidolorifico, un paio di ali. Collaboro con Rockon – e in misura minore con altri webzine – da quando, qualche tempo fa, ho pensato di unire le costanti della mia vita sperando di creare qualcosa che ribollisse dalla musica e che potesse, con la medesima forma, provocare le stesse emozioni a diverse persone. Work in progress…

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