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LOVESPOON – Carious Soul

lovespoonLa cosa singolare dell’ascolto dei Lovespoon è che, pur non avendo ancora spento nemmeno le prime quattro candeline, questa band ravennate sembra già avere un sound e un’aria decisamente familiari.  E ciò si spiega perché Carious soul, che arriva dopo uno iato di due anni dall’esordio, scava tra quelle rovine indimenticate del folk-country-rock della seconda metà del ‘900 per creare un arsenale stilistico al gran completo.

I richiami agli anni ‘70 sono già ben forti e udibili in Mary Comes che, con il cantato spensierato, gli strimpelli liberi, l’assolo a due terzi del brano e il finale con sibilo lancinante, ci lascia in bocca un sapor agrodolce-woodstockiano. La stessa traiettoria è percorsa (forse ad oltranza) in My Love, che tra chitarre distratte e battito ostinato si spinge verso lidi quasi skaeggianti, mostrando il lato più fresco e grintoso della band. Altra proposta, sicuramente curiosa ma non proprio incisiva, del quartetto è lo scostamento temporaneo verso il garage in pezzi come Maryonettes: qui il vortice di arpeggi in sottofondo, l’hey-oh scazzato, le spezie elettroniche e la diversificazione di percussioni danno vita a un (anche qui troppo lungo) brano fumante, liquido, sporco e rugginoso.

Il disco offre comunque batuffoli di spensieratezza rétro. Strizzano l’occhio ai Velvet Underground le suggestioni elettriche e la vocalità sommessa di Butterfly, una particella sonora che rotola sbilenca in un freddo paesaggio lunare. Bene anche I Can Live Anyhow e Carious Soul, due pezzi nostalgici dei vecchi Stones, propulsi dalla batteria di Donigaglia. L’aggettivo che più si addice alla ballad Sleeping on a Bench è trascinante, dal call and response pinkfloidiano con coretto imberbe, alle soavi figure di basso fino all’assolo di chiusura. A dir poco adorabile poi la chicca Anyway, che già dal gaio incipit si presenta come una miscela di hillbilly tanto nella ritmica quanto nell’intonazione, finché dopo vari stop-and-go non si arriva agli applausi finali di un country show. A una spanna al di sopra di altri pezzi c’è infine la zimmermaniana Like an Eleanor, un brano con un’anima strumentale e spruzzi di armonica, in grado di creare potenti immagini mentali che profumano di sole californiano.

Nonostante qualche episodio poco convincente, la bontà del progetto dei Lovespoon si spiega con l’apertura alla mutua interferenza di esperienze musicali diverse, che permette alla band di creare una continua e potente sinestesia fonetica. Che dire, che la vostra anima possa cariarsi presto!

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Sono nata poco prima che venisse pubblicato “A kind of magic”, titolo che ben rappresenta il mio legame con la musica e le parole. Parole che ho imparato a confrontare, esplorare, investigare grazie al mio lavoro di traduttrice, per cui ho l’immensa fortuna di traghettare tra diverse sponde linguistiche e di entusiasmarmi ogni giorno di più. Parole: input, fonti di sapere e di potere. E poi la musica: uno scudo, un antidolorifico, un paio di ali. Collaboro con Rockon – e in misura minore con altri webzine – da quando, qualche tempo fa, ho pensato di unire le costanti della mia vita sperando di creare qualcosa che ribollisse dalla musica e che potesse, con la medesima forma, provocare le stesse emozioni a diverse persone. Work in progress…

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