Musica

I cantanti hanno salvato SANREMO 2026. Le pagelle di ROCKON

Abbiamo seguito la settimana ‘santà della musica italiana e fatto le nostre valutazioni su quella che è stata l’edizione più sottotono rispetto ai ritmi scoppiettanti ed estremi a volte dei precedenti anni e gestioni, ma che ha regalato anche speranze e perle (e non solo meme).

Sanremo 2026

Articolo di Marzia Picciano, Serena Lotti, Roberta Ghio, Stefania Clerici

Anche RockOn segue Sanremo: eccerto, come sfuggi al festivàl,  uno degli eventi musicali più prestigiosi e longevi della musica leggera italiana (cit. Wikipedia), comunque lo vedi, comunque lo subisci o lo vivi e comunque, senza nascondersi dietro un dito, è lo specchio del Paese reale.

L’edizione del 2026 si presentava con non poche nuvole.

A partire dalla disputa di inizio anno sulla sede del festival, sul servizio pubblico o meno, fino alla rivelazione dei cantanti in gara di dicembre, le presenze e gli assenti che hanno fatto parlare la stampa più del dovuto. Alla fine siamo arrivati alla semana santa, ormai dopo la gestione Amadeus e quel jackpot totale che fu il fenomeno Maneskin diventato meccanismo dell’industria dei live (rigorosamente e necessariamente, a costo della morte, sold out) e degli stream (alla fine, basta leggersi un po’ la teoria di Chris Anderson dell’effetto “lunga coda” per capire cosa sta succedendo la mondo della musica oggi), e fermo restando che c’è ovviamente vita, e tanta, fuori da Sanremo, ci siamo concessi il lusso di dare la nostra visione.

In generale: gli artisti (incluse alcune delle presentatrici e coconduttrici) hanno salvato un festival decisamente sottotono, con ogni probabilità più di quanto Conti avrebbe potuto fare, rivelando un’umanità che forse non emergeva troppo nella precedente direzione artistica. Hanno portato la famiglia (tanta, e molto più profondamente degli sketch di comunicazione istituzionale delle singole serate), l’amicizia, impegno (si era lì per vincere), e anche la leggerezza necessaria a serate che durano fino alle due di notte con una gestione dei tempi militari. Non è mancato il trash, ma decisamente troppo poco per chi era pronto a fare il piano editoriale dei meme fino al prossimo evento nazionalpopolare.

Come dire, il Sanremo 2026 di Carlo Conti si chiude come un grande esercizio di restaurazione emotiva, un ritorno al focolare che sembra voler esorcizzare, tra le righe, la guerra di Trump contro il mondo. Ma è solo una coincidenza visto che mentre sganciavano le bombe su Teheran al Festival si cantava e nessuno favellava (a parte qualche timido accenno).

Quindi la kermesse sceglie la via del rifugio affettivo, eleggendo la famiglia (e se stessi) come unici punti fermi in un mondo che implode. Lo abbiamo visto nella narrazione generazionale di Tredici Pietro con Gianni Morandi, nella tenerezza di Sayf con la madre, nella dedica viscerale di Serena Brancale e di sua sorella nel ricordo della madre scomparsa, Raf con la figlia Bianca, la fratellanza di AkaSeven ed LDA, la sorellanza delle Bambole di Pezza, persino il bacio non ripreso di Levante a Gaia.

Levante in concerto al Teatro delle Muse di Ancona foto di Giulia Troncon per www.rockon.it

È Sanremo che si ripiega su se stessa, su quegli stereotipi che tanto ci fanno santire in una comfort zone, cercando nelle cringiate (l’AI delle papere della TIM) e nell’amore familiare la propria identità, suggellata dalla vittoria di Sal Da Vinci che, che con il suo “pè sempe”, archivia per il momento l’era delle scelte pazzerelle  di Amadeus per tornare al SENDIMENTO VERO.

Sul vincitore, totalmente inaspettato, del festival e anche dell’immaginario collettivo, al di là delle esaltazioni o urla di disdegno, c’è da dire che è quello che è, uguale a sè stesso, e anche un po’ specchio non tanto di quello che è il pubblico italiano oggi, ma di che livello di saturazione emotiva e intellettiva vive. Presenta il più classico dei testi neomelodici, da far sbiancare rispetto all’autocoscienza moderna femminile di Ditonellapiaga, per dire, ma piace, e pure tanto, sicuramente più di quello che ti dice “vedi bene di guardare dentro te stesso e scopri i tuoi difetti mentre l’ordine mondiale di salute e prosperità dei tuoi genitori crolla su di te”. Oggi lo spettatore italiano preferisce guardare il mare e respirare del pathos nella vittoria da favola di un uomo a cui la vita stava effettivamente togliendo parecchio, e che piange a prendere in mano il trofeo. Un perfetto approccio nimby.

Ditonellapiaga in concerto all’Hiroshima Mon Amour di Torino foto di Luca Moschini per www.rockon.it

Eppure, in questa narrativa di bontà e amore, la musica italiana ha dimostrato di saper respirare anche fuori dalla retorica del pianto.

Merito della terza estetica artistica tracciata da artisti come Ditonellapiaga, Fulminacci (pronto a colpire il pubblico degli over 40 con il suo pezzo), Colombre e Maria Antonietta: che con il loro un pop colto, luminoso, capacissimo di veicolare messaggi positivi senza cadere nel pathos, confermando che si può parlare di bellezza e amore con freschezza compositiva. Levante, teatrale ed elegante, si pone sullo stesso piano. Menzione speciale per Chiello, un Luke Pritchard versione emo, che ha lanciato vibes indie da film di Sofia Coppola sul festival, forse non venendo capito appieno (ma no, non perdoniamo la cover).

Stesso ragionamento vale per le nuove leve, come Sayf o Angelica Bove, che hanno portato pezzi freschi ma anche intensi, hanno dimostrato cultura musicale, e che purtroppo non sono stati capiti o valorizzati come avrebbero dovuto. Colpa (?) di una gestione basata interamente sul “play safe”, sul non voler disturbare o importunare nessuno, quasi da voler tenersi lontano dalle polemiche. Un portare a casa la serata, nei tempi, toccando tutti i temi senza rischiare davvero, limitandosi a una retorica superata ormai anche dal pubblico over su giovani, donne, il ‘fenomeno del femminicidio’ (che dovrebbe svegliarci all’una di notte, con una richiesta di consigli a Gino Cecchettin da dare alle donne per evitare la violenza), disabilità.

Lato regia, il compitino è stato fatto.

Ci siamo trovati davanti uno show sovrastrutturato e rigido: il comparto dei co-conduttori e dei comici noioso e senza guizzi, bocciati Siani e Frassica con le sole eccezioni di Pantani e De Lucia a salvare tutto il cucuzzaro. Se Achille Lauro era chiaramente pienoh, il deus ex machina è stata Laura Pausini. Nonostante il mood da svampitona un po’ invadente la promuoviamo a pieni voti vedere una star internazionale prestarsi al gioco con grande umiltà e spirito di servizio è la lezione di professionalità più bella di questa edizione.

Parliamo quindi delle donne, reali protagoniste di questa edizione, per quanto troppo poche in questa edizione, divise tra la volontà, evidente, di “usare”, in senso positivo, il palco per fare spettacolo, come del resto i più giovani, e una gravità che portava il girl power in sottofondo e silenziato, specchio di una cultura patriarcale che permea tutti gli ambiti, anche la musica. Abbiamo parlato della Pausini, ma cosa dire di Bianca Balti e Pilar Fogliatti, piccoli bagliori nel piattume del clichè? E ovviamente di Elettra Lamborghini: al di là delle trashate, le va riconosciuto di aver provato a costruire un mini show, così come Ditonellapiaga con TonyPitony (presenza attesissima per la serata cover) e non solo, portando ironia e divertimento, e anche con i look ha creato una sorta di collegamento con le parole che ha raccontato. Stessa storia per le Bambole di Pezza, in gara con un pezzo che è tutto tranne che punk, ma che hanno saputo fare del trash uno spettacolo serissimo facendo cantare i Led Zeppelin a Cristina D’Avena, e la standing ovation seguita ne era il segno più chiaro.

E poi il mondo artistico, per lo meno quello del cantautorato italiano nuovo, è cambiato, anche grazie a quei (pochi) uomini con cui la narrazione prende pieghe diverse, con testi inclusivi (Sayf, e del resto “tu mi piaci” è una frase che tutt* vorremmo sentirci dire, senza accezzioni erotico sessuali o lavorative) e non testosteronico-centrici (vedere Fulminacci, che non ha paura di mostrare le sue fragilità). Marketing o meno, lo è anche quello di Fedez con Masini.

Bambole di Pezza in concerto al CAP10100 di Torino foto di Luca Moschini per www.rockon.it

Insomma, al di là di quelle che possono essere i pezzi più o meno utili per la kermesse, incluse le quote world music, e il confronto con i mostri sacri del passato (non tanto Max Pezzali animatore turistico sulla Costa Crociere, ma quella bestia canora di Tiziano Ferro nazionale), nel quiet quitting di questo Sanremo si sono riviste le basi, gettate l’anno scorso, di una generazione di artisti nuova, che con grande fatica prova a dare una narrazione diversa della musica italiana.

Che ne sarà di questa edizione 2026? Ai posteri l’ardua sentenza, o meglio: all’Eurovision in chiave neomelodica con il Bad Bunny partenopeo (cit., ma non nostra) e alla prossima conduzione di Stefano De Martino.

Per ora ci limitiamo ai nostri TOP 10.

  • Ditonellapiaga – Che Fastidio!
  • Fulminacci – Stupida Sfortuna
  • Sayf – Tu mi piaci
  • Bambole di Pezza – Resta con me
  • Maria Antonietta e Colombre – La felicità e basta
  • Chiello – Ti Penso Sempre
  • Tredici Pietro – uomo che cade
  • Arisa – Magica Favola
  • Levante – SEI TU
  •  J-Ax – Italia Starter Pack

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