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Interviste

Musica che cambia, come noi: NULARSE e la leggerezza di essere OSPITI del proprio tempo

Articolo di Vanessa Bocchi

C’è un momento, prima della tempesta, in cui il cielo si gonfia d’elettricità e l’aria vibra di energia sospesa. È in quel momento che nasce Nularse — e forse non è un caso che scelga di chiamarsi così. 

Il suo nuovo album, Ospiti, uscito a settembre, arriva dopo un lungo periodo di silenzio e di trasformazione. Un tempo necessario per ritrovare la propria voce, per cambiare linguaggio senza perdere la verità di fondo: la musica come spazio di autenticità e come gesto umano, prima ancora che artistico.

Lo incontro — o meglio, lo ascolto — in un momento in cui la parola “sollievo” torna spesso nel suo racconto.

Come stai? Come stanno andando questi giorni di uscita?

“Bene, un bel sollievo finalmente. Era un pezzo che non uscivo con un album: una release in tutti i sensi, personale e artistica. Ospiti è molto introspettivo, ci ho messo dentro un periodo di sospensione, quasi una bolla in cui — nella follia del momento — sono stato felice di avere del tempo per dedicarmi completamente alla musica. È stata anche una gestazione lunga, ma naturale: la parte di produzione e registrazione è stata quella più libera, più divertente.”

In questo disco c’è un cambiamento forte: dal digitale all’acustico. Da dove nasce questa scelta?

“Ho un po’ cambiato genere. Prima ero più vicino all’elettronica, a un progetto solista, sempre con una base cantautorale ma con un approccio più “prodotto”. Qui invece ho voluto abbandonarmi agli strumenti veri, avere a che fare con i musicisti, cosa a cui non ero abituato. È stato un passaggio nuovo, ma necessario, anche da digerire. Ha influito su di me sia come persona che come artista.”

Si percepisce una grande attenzione alla costruzione dei suoni, come se ogni strumento avesse una voce propria.

“Esatto. Non riesco a pensare alle parti di chitarra delle mie canzoni come secondarie: sono fondamentali. Non riesco a concepire la voce da sola, la considero parte di un corpo più ampio. Per me la costruzione musicale è un tutt’uno con la scrittura, e ogni elemento ha la stessa dignità. È una visione che oggi si è un po’ persa: la voce è sempre messa al centro, e il resto diventa contorno. Io non ci riesco, per me anche la parte strumentale deve raccontare.”

Quali ascolti ti hanno formato e quali ti hanno influenzato in Ospiti?

“Ho ascoltato per anni Caribou, Four Tet, Bonobo, Burial, tutta quella scuola di elettronica organica inglese che mi faceva impazzire. È la matrice dei miei primi due dischi. Poi ho incontrato artisti che mi hanno insegnato a reinventare il modo di fare musica anche con una certa apparente semplicità — come Andy Shauf, Giorgio Poi, o i Tame Impala. Andy Shauf, ad esempio, mi ha folgorato: “The Magician” è una delle canzoni più belle di sempre, perché unisce scrittura e produzione in un modo unico. E Giorgio Poi, con il suo primo disco, mi ha fatto capire che si può scrivere in italiano con leggerezza e profondità insieme.“

Parliamo della struttura dell’album. Sembra un racconto, non una semplice raccolta di canzoni.

“Per me i dischi sono come libri. “Ospiti” è un racconto unico, con capitoli che si tengono insieme. Il primo e l’ultimo brano, Lacune e L’ombra, sono due estremi emotivi: Lacune è più aperto, L’ombra più scura e raccolta. In mezzo c’è un percorso che culmina in “Io non mi conosco”: quella canzone è il cuore del disco. Racconta la consapevolezza che, in realtà, non succede mai questa cosa: non ci si conosce davvero. È un pensiero che ritorna in tutta la scrittura. E L’ombra è la coda: “ha le mie sembianze, ma non sono io”.”

Entriamo nel cuore del suono: chi ha suonato con te e com’è stato lavorare in studio?

“È stato molto bello, oltre che emozionante. Ospiti è stato registrato un po’ alla vecchia maniera, chiudendoci in studio nel Trevigiano. Eravamo in cinque: Alberto De Lazzari (piano e tastiere), Francesco Inverno (batteria), Andrea Lombardini (basso), Filippo Zonta (percussioni) e io. Poi c’è un’orchestra vera che abbiamo registrato per tre brani — Deserto, Io non mi conosco e L’ombra — un’orchestra d’archi di 17 elementi, arrangiata e composta da Danilo Abiti. È stato un lavoro enorme ma necessario. Non volevo risparmiarmi in termini di emozione. Le registrazioni sono finite a metà 2022, poi il mix e master di Antonio Cupertino hanno completato il tutto.”

È un discorso che va un po’ controcorrente, in un sistema dominato dai numeri.

“Sì, ma è inevitabile. Non mi interessa fare musica per i numeri. Mi interessa la purezza, l’espressione sincera. So che può sembrare scontato, ma a me interessa il rapporto che ho con la musica. Tra cuore e cervello spesso si interpone la voglia di mostrarsi in un certo modo, ma quella non è la mia strada. Non è una questione di genere o di pubblico: è una questione di verità. Penso che oggi alla musica manchi un po’ di purezza. È sempre intrattenimento, certo, ma può esserlo in modo diverso, più profondo, più umano.”

C’è un aspetto collettivo forte nel tuo racconto.

“Assolutamente sì. Sono circondato da musicisti che, prima di tutto, sono persone incredibili. Questa è la vera ricchezza della musica: unisce davvero tanto. È quello che dico nel disco: siamo ospiti del nostro tempo, e tanto basta.”

Alla fine della nostra conversazione, Nularse resta in silenzio qualche secondo. Poi dice:

“Io faccio musica perché è la mia forma di verità. Non per i numeri, ma per chi la sente davvero. È un’esigenza condivisa, un modo per creare e unire. E, in fondo, per restare vivi.”

Nularse presenterà Ospiti dal vivo in diverse città italiane: 11 ottobre a Venezia (Argo 16), 1 novembre a Firenze (Circolo Vie Nuove), 7 novembre a Torino (Off Topic) e 13 dicembre a Milano (GERMI – Luogo di Contaminazione).

Un tour che, come la sua musica, invita a guardarsi dentro e a conoscersi ogni volta da capo. 

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