Articolo di Alessandro Ubaldi | Foto di Giada Stanziano
Mercoledì 18 giugno. La data cerchiata in rosso da diversi mesi sui calendari di tutta Europa è finalmente arrivata.
Già dal mattino si entra degli “Hellgates” e la prima cosa che ti accoglie non è la musica, ma l’odore: birra nell’aria, mista a sudore e crema solare, il profumo riconoscibile dell’Hellfest che ritorna.
Hellcity è la prima location della giornata: è il tempo perfetto per fare scorta di gadget, passare tra gli stand fieristici, fermarsi a un firmacopie per conoscere qualche autore della scena letteraria alternativa e tentare la fortuna a uno dei giochi a premi sparsi nella città.
Si respira un’aria di famiglia ancora prima che venga suonato il primo riff, quella sensazione che solo questo festival riesce a costruire: non sei una persona qualsiasi tra centomila, sei a casa.
Alle 16:00, si inizia veramente. We Came As Romans danno il via alle danze. Corna in aria, il pit si apre ed è ufficiale: Hellfest 2026è iniziato. La carica della band basta e avanza per scaldare un pubblico che aspettava solo il via.
A seguire, i Mikkey Dee With Friends che portano l’energia vecchia scuola.
Fa un caldo infernale, perfettamente in tema con il nome del festival e lo staff inizia a bagnare la folla con gli idranti, un gesto che diventerà una costante affettuosa di questi giorni, Onore a Pascal, l’”uomo idrante” che abbiamo amato tutti.
La band chiude con classe, con un tributo ai Motörhead: “Ace of Spades” e “Overkill” suonate a regola d’arte, in piedi davanti a una folla che canta ogni parola.
Sul Mainstage 1 arrivano subito dopo i The Plot In You e qui la prima vera scarica di adrenalina della giornata si fa sentire: il pubblico è una distesa di crowd surfer, uno dopo l’altro, senza sosta.
The Pretty Reckless regalano i primi giochi pirotecnici della giornata, mentre i Breaking Benjamin, alla loro terza volta in Europa (fortunati ad aver trovato una nave per arrivare in tempo, in quanto non viaggiano in aereo), alternando momenti puliti e scream con quella formula che mescola romanticismo e potenza che li ha sempre contraddistinti.

Poi arriva il momento che tanti aspettavano: i Deep Purple. L’intro in stile Guerre Stellari apre uno show che cattura davvero chiunque, dai più anziani ai più giovani, senza distinzioni. Un assolo di chitarra introduce un brano nuovo, “Arrogant Boy”, e poi arriva quella caratteristica strumentale di piano che è pura storia del rock, eseguita in modo talmente maestrale con tanto di calice di vino che viene lentamente sorseggiato da Don Airey.

È un salto nel tempo che ci voleva, prima che la folla torni a saltellare tra i due mainstage.
I Papa Roach riportano l’energia al massimo, tra colpi di scena continui e un pubblico che diventa un unico, gigantesco moshpit. Durante “Braindead”, colpo di scena, sale sul palco a cantare il figlio del cantante, Brixton Shaddix; molto emozionante, il ragazzino farà sicuramente carriera, ha una voce piena di potenza.

Durante il set, Jacoby Shaddix firma una chitarra davanti a tutti, un momento di pura emozione, che ti fa sentire a casa.
Infine chiudono con un medley, chiamato “nu metal time machine” in cui sfoggiano cover in onore dei gruppi storici del genere, prima di lanciarsi in “Last Resort”.
Ora si rallenta, relativamente, con lo show pienamente teatrale di Alice Cooper, che lascia gli occhi del pubblico incollati al palco. Poco dopo si sussegue di un momento che unisce pienamente il pubblico: dieci minuti di tributo in memoria di Ozzy Osbourne con un toccante video che riassume la sua persona, accompagnato da fuochi d’artificio e canzoni a tempo.
E poi, a notte ormai iniziata, i primi Main della serata: i Bring Me The Horizon che trascinano tutti dentro “Nex Gen” e per un’ora sembra davvero di essere dentro un videogioco al suo “extreme level”.
Nonostante l’ora tarda il pubblico apre moshpit su moshpit, la festa esplode di nuovo come fosse pomeriggio.
La setlist è eseguita con una precisione magistrale, regalando sorprese come uno snippet di “Pray For Plagues” infilato nel ritornello di “Teardrops”.
Ma il vero colpo di scena arriva quando Will Ramos si camuffa tra la folla, sale sul palco insieme a Oliver Sykes e cantano insieme “Antivist”, personalmente, un momento indimenticabile.
Il pubblico esplode, e con loro si chiude nel migliore dei modi possibili il primo, lunghissimo giorno di questo Hellfest 2026.
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