Articolo di Lorenzo James Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi
Non so bene quale sia stata la spinta decisiva stavolta, ma già da diversi mesi mi ero segnato sul calendario questo show dei Converge al Circolo Magnolia. E sapevo che – come spesso succede – sarei andato con mio fratellofrom another family, Luke Saimon, con il quale condivido la stessa band e molte serate in giro per concerti. Per cui, quando è arrivata la telefonata da parte del sig. RockOn per chiederci di fare report e foto di questo live, non abbiamo nemmeno fatto finta di controllare l’agenda: “Ci siamo”, zaino in spalla, si parte alla volta di Milano, direttamente from downtown Cremona.
La serata, organizzata da LM Productions, HUB Music Factory e Assomusica, vede il gruppo del Massachussets come headliner dopo otto anni di assenza dall’Italia. Ci dirigiamo alla venue (che è sempre una delle mie preferite della città, specialmente nel periodo estivo), dopo un paio d’ore di viaggio in auto e già al parcheggio – molto affollato per essere un torrido venerdì di luglio – si percepisce l’attesa dei fan: il Magnolia è già bello pieno sin dall’inizio dei concerti e guardandomi un po’ intorno capisco che non è solo per il ritorno della band, ma soprattutto per quello che rappresenta neI panorama musicale… Probabilmente i Converge non sono un ascolto facile per tutti (mi ci metto dentro io per primo), ma chi li apprezza sa quanto siano stati e siano tutt’ora importanti, anzi, fondamentali nell’evoluzione della musica estrema. È difficile spiegare perché, ma ho la netta sensazione che almeno la metà del pubblico sia composto da musicisti o quantomeno da persone – di ogni genere ed età -, che di musica ne mastica molta e ne conosce a pacchi: basta guardare le magliette indossate dal pubblico, che omaggiano gruppi più o meno mainstream di ogni genere e sottogenere musicale heavy/hardcore per capire l’influenza e l’impatto che hanno avuto i Converge da un punto di vista sonoro e artistico.
Tempo di salutare un paio di amici inaspettatamente incontrati senza bisogno di darsi appuntamento, e ci dirigiamo prontamente verso il palco principale, Luke per scattare, io per andare in zona mixer a farmi travolgere dai suoni.
Con la legge di Murphy sempre in agguato, un po’ per la durata del viaggio, un po’ per il traffico prima della maledetta barriera sud dell’A1, entriamo troppo tardi per apprezzare il gruppo che ha aperto la serata, la band belga Crouch, che vanta tra le sue fila membri degli Oathbreaker ed ex-Amenra. Avendo ascoltato il loro recentissimo album d’esordio Breaking the Cataonic State, ero davvero curioso di apprezzarli dal vivo e di farmi travolgere dal loro sound sludge/post metal. Mi rifarò alla prima occasione utile, anche solo per placare il mio leggero disturbo ossessivo compulsivo.

Dopo aver fatto un immancabile giro al banco del merch per apprezzare le artwork – a questo giro davvero meravigliose – proposte dalle band, torno nel mio spot ideale per gustarmi lo show del second act della serata, la band post-hardcore/screamo Boneflower, quartetto spagnolo di Madrid, sulle scene da diversi anni e con numerosi lavori in studio alle spalle. Il loro sound è perfetto per uno show all’aria aperta: atmosfere sognanti e ampie armonie unite alla voce graffiante del frontman Eric Montejo che spazza via tutto, infondendo quella malinconia tipica del genere, una bilancia perfetta fra incanto e disillusione.
Mi lascio trasportare da ogni singolo brano, ma due su tutti mi catturano in particolare: Coup de Grâce e The Sun and the Moon, entrambe tratte dal loro ultimo album Reveries (che vede anche la collaborazione dell’icona Jeremy Bolm dei Touche Amore), pubblicato lo scorso anno con Deathwish Inc. A tratti, colgo influenze showgaze forse nemmeno così vaghe, con un retrogusto molto dolce che mi ricorda i giapponesi Envy, e questo lo intendo come un enorme complimento. Visivamente si fanno apprezzare soprattutto per la connessione che dimostrano fra loro (peccato solo per il banner alle loro spalle che confonde un po’ le idee), mentre musicalmente mi colpisce soprattutto la loro capacità di dare respiro e di togliere il fiato contemporaneamente, sensazione che pare condivisa da una buona fetta del pubblico che mi sembra sia rapito che rilassato allo stesso tempo. La loro setlist scorre benissimo e spazia un po’ tutta la loro discografia, fino al gran final con il brano El Escondite.
Dopo una quarantina di minuti di performance apprezzabilissima, salutano il pubblico e promettono di tornare presto. Penso proprio che ci rivedremo.

Mi prendo qualche minuto per dissetarmi dalla fontanella che distribuisce acqua gratuitamente (benedetto sia il Magnolia!), per placare l’arsura durante il cambio palco e poco dopo, puntualissimi, si affacciano sul palco gli inglesi Heriot. La mia attenzione viene immediatamente attratta dalla maglietta che indossa il chitarrista Erhan Alman, un omaggio al gioco “Magic The Gathering” di cui pure io sono fan e giocatore da molti anni (“ma questa – come direbbe Lucarelli/De Luigi – è un’altra storia…”), forse un’influenza o un’ispirazione per la band, cosa che mi sembra tutto sommato plausibile ripensando ai titoli dei brani e alle artwork del loro merchandising. Dopo una manciata di secondi, si affaccia tutto il gruppo al completo con il bassista Jake Packer, il batterista Julian Gage e la frontlady Debbie Gough, con chitarra gialla con una voce palesemente in formissima. Un saluto veloce, pochissimi fronzoli e si attacca subito con il primo brano Commander of Pain tratto dal loro album d’esordio Devoured by the Mouth of Hell. Il cambio di mood rispetto alle sonorità dei Boneflower è netto, ma non stona affatto. Se prima il pubblico era trasportato da armonie piuttosto orecchiabili, adesso è trasportato da riff poderosi e breakdown massici, così che davanti al palco comincia ad esserci un bel movimento fra mosh pit, circle pit e headbanging. Gli Heriot sono una band relativamente giovane, ma dimostrano già una sostanza e un’attitudine solidissime, forgiate anche grazie ai recenti tour di spalla a band come Architects e Trivium. L’esperienza si nota sia nel sound che nella presenza scenica e sonora, specialmente di Miss Gough, con il suo scream notevole, a tratti da brividi.
Avevo ascoltato il loro album apprezzandone soprattutto la tecnica, ma ammetto che visti live sono tutta un’altra cosa: grossi, enormi, potentissimi. Pochissimi fronzoli, melodie che fanno spazio ad una composizione ritmica preponderante e che prende spunto da mille generi diversi senza sceglierne uno in particolare, spaziando dal djent al metalcore, dal doom all’industrial e al post-metal. Brani come Soul Chasm e Master of Deceit prendono metaforicamente a schiaffi il pubblico e danno una bella sveglia a chiunque ne dovesse aver bisogno. Potrei riassumere la loro performance dal vivo dicendo che sono inesorabili come un’Emrakul, citazione che a grandi linee capiremmo solo io, Alman e pochi altri, ma lo scrivo lo stesso per gli amici nerd che stanno leggendo. Chiudono la loro esibizione con At the Fortress Gate, che rincara ulteriormente la dose di adrenalina e riff pesanti, in preparazione all’atto finale della serata. Dopo quasi 45 minuti di show arriva il momento dei saluti e, in definitiva, penso che siano stati gli opener perfetti per questa serata. Visivamente e tecnicamente, meritano di essere visti e contemplati esibirsi sul palco, specialmente per chi ha voglia di lanciarsi nel mosh pit.

E a proposito di band che vanno viste dal vivo, è ormai giunto il momento dell’ultima delle band in serata. La più attesa, sicuramente, anche grazie agli anni di carriera ad altissimo livello. Dopo l’esibizione degli Heriot, siamo in diversi ad aver bisogno di una birra rinfrescante mentre la produzione del concerto scivola via liscia. Mancano pochi sgoccioli allo show dei Converge, in Italia dopo un’attesa durata otto lunghi anni, sia per i fan che per i curiosi. E di curiosi ce ne sono molti, perché la band hardcore del Massachussets, attiva dai primi anni ’90, ha semplicemente fatto la Storia nel loro genere e non solo, rivoluzionando e innovando enormemente la musica estrema da tantissimi punti di vista, in particolare sonoro, visivo e di impatto dal vivo.
Concedetemi una piccola digressione… Prima scrivevo che ritengo la loro musica un ascolto non esattamente facilissimo né accessibile a tutti, ed è giunto il momento di spiegare: io per primo non avevo compreso, ero un miscredente in attesa di redenzione. Mi era stato ripetuto più volte dai loro adepti che dovevo dargli un’altra chance di ascolto, soprattutto live. Per cui quando vidi finalmente giungere, mesi or sono, l’annuncio del live al Magnolia, non potevo farmi sfuggire l’occasione. Dovevo prepararmi: ho “studiato” Jane Doe, il loro album capolavoro. Ho ascoltato praticamente tutta la loro discografia più recente, da Axe to Fall fino gli ultimi due album pubblicati quest’anno Hum of Hurt e Love is Not Enough, che mi ha rapito fin da subito. Quando poi mi è stato chiesto di scrivere il report di questo live, le mie reazioni sono state due: la prima, panico da sindrome dell’impostore. La seconda, un’euforia ingiustificata perché avrei potuto spiegare il punto di vista di un fan alle prime armi.
Quindi, eccoci finalmente qui, dopo una decina di minuti di cambio palco, quando appare quel banner con una delle artwork più iconiche della storia della musica (e non solo): il viso femminile in chiaro-scuro tratto dalla copertina dell’album Jane Doe, creato dal vocalist e artista della band, Jacob Bannon.
Le luci rosse e viola trasmettono un’aura quasi mistica e di sacralità a questa trepidante attesa, tanto che quasi tutti dal pubblico immortalano la scena con le loro fotocamere mentre partono le prime note dell’intro It Used To Matter tratta da Hum of Hurt. Ed ecco che finalmente il volume dell’intro si fa sempre più intenso, fino all’entrata in scena della band al completo, tutt’insieme, con una formazione solida e rodata che perdura dal ‘99: il batterista Ben Koller, il bassista Nate Newton, il chitarrista Kurt Ballou e il cantante Jacob Bannon.

Mi è immediatamente chiaro come i Converge non badino molto ai convenevoli e vadano dritti al punto senza perdersi in troppe chiacchiere. Parte subito un riff incazzato e serrato: il primo brano del concerto è Love is Not Enough, che forse sarà anche vero, ma è più che sufficiente a fare alzare il livello di decibel e di energia del pubblico. Lo scream disperato e affranto di Bannon è allucinante, Koller picchia come un fabbro che forgia armature in tempi dispari, ma i due che mi lasciano veramente pietrificato sono Newton e Ballou. Il primo per la voce clamorosa, sporca, potente e allo stesso tempo calda, il tutto mentre suona e si muove in continuazione per il palco. Il secondo, per la qualità dei suoni che tira fuori da quella chitarra – non a caso si diventa un producer con la P maiuscola (ma pure tutte le altre lettere) -, con quel look abbastanza tipico da nerd laureato in ingegneria qual è, ma che nel frattempo ti prende pure a sberle con i suoi riff intricati. Insomma, l’inizio promette più che bene.
Dopo la massiccia Bad Faith (uno dei miei brani preferiti di Love is Not Enough),Eagles Become Vultures, la melodia schizofrenica diDark Horse, con la quale faccio un viaggio mentale in una dimensione parallela estraniandomi momentaneamente dalla realtà, e la più lenta, ma comunque inesorabile Under Duress, la band si concede una pausa per un saluto veloce, mentre Ballou scorge fra il pubblico un ragazzo con un cartello sul quale chiede di poter suonare con loro Heaven in Her Arms, rispondendo che non era prevista nella loro setlist della serata, ma “Maybe we’ll do it… Let’s see. I would really like to do it”. Chissà, magari più tardi… Rapido check di accordatura, e si procede con Bannon che presenta uno di quelli che considero fra i brani più folli e stritolanti della band: Conduit. Sembro essere dello stesso parere di buona parte del pubblico, perché appena parte il pezzo assisto ad una scena che ho dovuto immortalare in video per quanto magnifica: nelle prime file c’erano quasi più persone a fare crowdsurfing che non in piedi a saltare… il tutto con una simmetria quasi commovente, come se in quel momento ci fosse un’onda umana ad acclamare la band, mentre molti cantano e urlano “This Time is WAR!”.
Dopo questo quadro magico, è la volta di Hum of Hurt prima di una breve pausa scandita da Beyond Repair come colonna sonora, per favorire anche un cambio di accordature e probabilmente una bevuta per combattere il caldo, il sudore e la fatica di mezz’ora di show praticamente senza pause.
Si riprende subito a ranghi serratissimi e a ritmi forsennati, con cinque brani di fila tratti dagli ultimi due album, l’ultimo dei quali è Doom in Bloom, preceduto da un discorso di Jacob Bannon, nel quale afferma che ognuno di noi vale molto e vale ancora di più la pena lottare contro chi vuol farci credere di non contare nulla. “We need to fight back”, volendo riassumere il concetto.
Dopodiché tocca ad una delle pietre miliari del repertorio, la bellissima e angosciante The Broken Vow tratta da Jane Doe. I fan più hardcore la cantano a memoria, mentre io mi gusto il riff ossessivo della canzone e l’impatto sonoro e visivo dei Converge, che nei brani più affermati mostrano tutta la loro alchimia, con un’intesa da veterani e un’energia da far invidia ai più giovani. Il brano prima dell’encore, è il singolo We Were Never The Same, tratto da Love is Not Enough. Già la versione in studio mi aveva convinto alla grande, ma dal vivo ha un impatto che è semplicemente devastante. Sembra una scure da battaglia che si abbatte su chi ascolta, un grido oscuro con sonorità quasi sinfoniche, il tutto condito da una sezione ritmica che provoca headbanging anche contro la propria volontà.
Dopo una breve uscita durata un paio di minuti, i quattro tornano sul palco acclamati da tutti, con una sorpresa: chiedono dove sia il ragazzo che aveva chiesto di esibirsi con loro. Una volta scovato, ricevuta conferma che sappia davvero suonare il brano richiesto, Bannon dice che l’ha riconosciuto da qualche video su internet, e Gabriel (a.k.a. The.onetaker su Youtube) può quindi salire sul palco a suonare la chitarra di Kurt Ballou (non esattamente una roba che capita ogni venerdì sera d’estate, insomma). Nell’attesa, qualche battuta di Newton come “lezione numero uno: questo è un plettro” e “sarebbe divertente se ora venisse fuori che questo ragazzo non ha idea di come si suona una chitarra”. Mentre tutto viene allestito per rendere possibile questo cameo inusuale, ma bellissimo, Jakob Bannon racconta che quando lui era un ragazzino e cominciava a suonare punk e hardcore, guardava con ammirazione le band già affermate, ma ha capito presto che erano fatte da persone normali, umili, che volevano fare qualcosa di positivo, ma soprattutto ha capito che nella scena hardcore non c’erano barriere, e questa è stata la cosa che ha amato di più: che si poteva salire sul palco e fare casino senza essere giudicati. Dopodiché è anche cosciente che i tempi cambiano, e che magari adesso questa cosa viene fatta anche per pubblicare un video su TikTok, ma resta comunque una cosa positiva, senza dover per forza giudicare.

Pochi secondi di set-up e finalmente è tutto pronto. Viene fuori che il ragazzo ci sa fare eccome e centra il bersaglio praticamente senza sbavature. Una versione di Heaven in Her Arms da consegnare ai suoi nipoti, tra un racconto e l’altro. Il pubblico apprezza, acclama e applaude convintamente un bel momento, esaltante e dolce allo stesso tempo sia per chi è stato protagonista, sia per chi ha voluto renderlo possibile dimostrando umiltà e ironia, sia per tutti quelli che hanno assistito.
Purtroppo, il tempo è agli sgoccioli, l’ultimo brano in scaletta è uno dei pezzi più veloci e brevi della discografia dei Converge, anch’esso direttamente da Jane Doe: Concubine.
Un’ultimo calcio sugli stinchi, un ultimo boost di adrenalina prima dei saluti definitivi che pongono fine alla serata.
Parte la musica di “Only Time” di Enya, in molti cantano. Tutti sono ampiamente soddisfatti. C’è chi fugge, c’è chi resta per il post serata di Chainsaw Nite. Salutiamo Zeb Horsemann, presente allo show e impegnato successivamente nel deejay set e ci dirigiamo verso casa, stanchi, sudati, ma con il morale a mille.
Considerazioni finali: a mio avviso, tutta la serata è stata perfetta… band, pubblico e venue meravigliosi. Organizzazione e produzione di livello molto alto. L’unica nota di scarsissimo conto è che forse – ma non necessariamente – si potevano un po’ alzare i volumi? Non sono un tecnico del suono, quindi mi fido di chi lo fa per mestiere.
Alla fine, mi porto dietro tre cose da questa serata.
- L’energia, l’adrenalina e l’ispirazione per la ricerca del suono e dell’impatto visivo.
- Il pentimento per l’ignoranza, ma anche l’illuminazione della rivelazione
- La frase iconica del mio amico “Istrice”. Qualcosa del tipo: “James, i Converge sono incredibili: riescono a far suonare tutto storto anche quando potrebbero suonare tutto dritto”. Ed è semplicemente meraviglioso.
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CONVERGE: la scaletta del concerto di Milano
- Love Is Not Enough
- Bad Faith
- Eagles Become Vultures
- Dark Horse
- Under Duress
- Conduit
- Hum of Hurt
- Beyond Repair
- Amon Amok
- Distract and Divide
- To Feel Something
- Dream Debris
- Doom in Bloom
- The Broken Vow
- We Were Never the Same
BIS
- Heaven in Her Arms
- Concubine





























