Articolo di Marzia Picciano | Foto di Claudia Mazza
I Kings of Leon sono un fenomeno peculiare. E, come tutti i soggetti afferenti alla categoria, vivono di quella contraddizione costante che può essere risolta più diplomaticamente nella locuzione perfetta del non sense “o li ami, o li odi”. Chi era ieri a Fiera Milano per il loro ritorno dopo nove anni in Italia (e un tentativo l’anno scorso non riuscito per cancellazione della data del Lido di Camaiore a causa dell’infortunio del frontman, Caleb), per l’unica data italiana, è nella categoria di chi ovviamente ama, soprattutto amava e anche oggi, come una coppia avvezza agli alti e bassi degli amori di lunga percorrenza, si presenta all’appuntamento perché è così che si fa.
Anche perché, come fai a spiegare in poche parole come i quattro Followill (i tra fratelli Caleb Followill, Ivan Nathan Followill e Michael Jared Followill insieme al loro cugino Matthew Followill, letteralmente: una band che è un affare di famiglia) originari del Tenessee, Stati Uniti del Sud, chiesa e alcolismo, epicentro del country e di tutto ciò che è dolce e scorticato (perché la dolcezza ruvida delle cose rovinate è innegabile), mettono su una band che vende innanzitutto in UK, e da UK raggiungono il mondo.
Un percorso fatto rimanendo sempre e comunque in quella placenta dolce e scorticata, ma non senza discontinuità, passando da un alternative quasi grunge alle più perfette delle setlist da stadio che gli è costata la critica di chi li vedeva come promesse mancate dell’alternative USA, e la consacrazione internazionale anche da parte delle più annoiate casalinghe di Voghera. In generale, quando vinci quattro Grammy, è un pò quello che succede.

It’s the economy, stupid? Come dice qualcuno, è difficile resistere al mercato, ma anche nella niche si rischia di morire, e nel passato, e nella gloria, e in un Graal che diventa sempre più una tartaruga irraggiungibile. E la pretty good crowd raccolta nello spazio di cemento e sudore di Fiera Milano (non un sold out, ma non è il primo caso che vediamo) che Caleb guarda compiaciuto è un pò la prova di quell’attaccamento necessario alle cose, alle canzoni che in fin dei conti sono un pò di tutti e di nessuno. Dal loro ultimo disco, Can We Please Have Fun? sono passati due anni, qui non c’è nessuna promozione, è proprio un raduno dei sentimenti da playlist. Essenziale, e sempre molto scorticato. E dolce.
Introdotti in un infinito calar del sole (e un caldo da record, andare a concerti ormai ha lo stesso brivido da rischio infarto di una sessione di hyrox) da Stephanie Widmer e Alexander Köck ovvero il duo austriaco Cari Cari, autori di uno psych rock DIY perfettamente comprensibile da un pubblico eterogeneo (e sicuramente estenuato dall’insana logica delle file da token, esiste un girone all’inferno per chi li progetta) anche se in alcuni passaggi live persino più simili a dei The Brian Johnston Massacre senza acidi (in corpo, dico), alle 21 cascasse il mondo Caleb e parentado sono sul palco ad attaccare con Slow Night, So Long.
Niente fronzoli, o saluti, arriveranno dopo con un frettoloso this is Kings of Leon, thanks for coming e qualche parola tra un pezzo e l’altro, il ricordo (o molto meno) di una presenza passata e giù a predicare tra faretti, visual essenziali e quando occorre, evocativi quanto basta (come le ombre bianche e i crepuscoli di Closer); un impianto di video sui diversi membri della band, che oltre a fornire l’urgente dinamicità a una band dal calco pesante, ha di fatto confermato il mio amore e simpatia totali per Nathan, in guanti bianchi alla batteria. Non che i Kings of Leon siano stati sempre grandi comunicatori (anzi, sono capaci di dissing pari al livello di rancore Meloni-Trump), ma lasciamo agli amanti delle canzoni la gioia di essere finalmente a sentirsi live pezzi come On Call, Radioactive, Use Somebody, Supersoaker, Wait For Me, etc. O alla sottoscritta di saltare addosso a chiunque mi fosse attorno su Waste A Moment.

Perché il tema con band come i Kings of Leon è quell’insano, perfettamente comprensibile, affetto o amore che si crea con specifiche loro canzoni. Dire che Sex On Fire non sia stata croce e delizia della band è limitarsi a guardare solo parte della storia. Ma come spiegare cosa succede quando si è tutti in attesa lì per vedersela suonata?
Caleb ha anche dalla sua un timbro di voce estremamente riconoscibile, che rende un pezzo dei Kings of Leon sempre un pezzo dei Kings of Leon (anche a farli senza il resto della band, per voler azzardare), un pò quello che succede con Eddie Vedder, ma senza l’alone di misticismo e fanatismo che insegue il leader dei Pearl Jam. Una combinazione abbastanza micidiale che rende un live dei Kings abbastanza un’esperienza unica, incredibilmente sentita (e tu, uomo in camicia di lino e pinocchietto nel pit impegnato nel più teatrale dei playback di Radioactive, sei proprio la rappresentazione plastica di quello che intendo dire, e grazie), l’ho già detto scorticata?
C’è, oltre alle combo di elementi sopracitati che forse faranno storcere il naso a certi puristi del rock impegnato a rinnovarsi costantemente per non piacere sempre a tutti, qualcosa che colpisce e aggancia della produzione della band, forse davvero la più vituperata delle strategie musicali: trovare sempre la via, che sia una nota o un’intonazione vocale, per quella sottitile linea che separa l’assetto razionale e apre la strada per l’incoscio. Un glitch potentissimo che improvvisamente ci proietta su un altro piano dei paralleli emotivi che ci attraversano. Bene, ci sono pezzi come Closer (ipnotica persino in un live così dispersivo), Pyro (anticipata da un silenzio di accordi sul palco) e persino pezzi più recenti e ispirati a sound più sintetizzate come Seen, piccola perla del loro ultimo disco, che sanno introiettare un suono a un ricordo non immediato. E da allora siamo agganciati, senza possibilità di liberarci.
Per quanto mancavano, nove lunghissimi anni, il concerto del 20 giugno cominciava ad essere una necessità, soprattutto per chi su quelle canzoni e sui Kings of Leon ha costruito precisi istanti della propria vita (è cosi, fatevene una ragione). Non c’è audience più gratificante di quella che è li per esserci e non tanto per vedere, a dispetto del caldo impietoso stigmatizzato con ironica casualita da quell’Hot As Fever campeggiante in chiusura, e di tante altre cose che quest’estate milanese appena iniziata ci sta portando, nel bene e nel male.
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KINGS OF LEON – La scaletta del concerto di Milano
Slow Night, So Long
Waste a Moment
Find Me
On Call
Radioactive
The Bucket
Revelry
Manhattan
Use Somebody
Wait for Me
Split Screen
Closer
Molly’s Chambers
Razz
My Party
Supersoaker
Fans
Back Down South
Seen
Pyro
Black Thumbnail
Encore:
To Space
Knocked Up
Sex on Fire























