Articolo di Rossana Colombo | Foto di Andrea Ripamonti
Agosto, Budapest. Nulla è cambiato, c’è la percezione che tanto sia cambiato, si percepisce lo smarrimento.
È facile partire da quello che il corpo conosce e patisce: il sole, il caldo, la polvere, la siccità, il Danubio stentatamente assente. È il cambiamento climatico ed è ormai imprescindibile dalla vita da festival, quasi diventa un compagno aggiuntosi all’ultimo minuto, non si può più dire in maniera semplice fa caldo, perché oltre alla lingua incollata al palato per i troppi gradi si ha la percezione della responsabilità civile contro i denti. Ha sempre fatto caldo d’estate, ma adesso fa troppo caldo, pensi distrattamente ma con urgenza mentre fai l’ennesima sosta alla fontana dell’acqua.
C’è poi quello che l’occhio vede e sono i mille braccialetti colorati ai polsi dei partecipanti, dispersi per tutta la città, a mo’ di marker fluorescente. I braccialetti consentono di esperire alla storica pratica della facile dietrologia da tram, quella in cui ci si può dilettare nei tre secondi di fugace incontro tra le parti.
Quanti giorni andrai al festival? Hai scelto un giorno apposito o sei capitato per caso? Risiedi in città e non nell’isola perché hai fatto troppi festival e non ne puoi più della tenda, o sei alla prima occasione e avevi paura di non saper affrontare la mancanza di comfort? E ancora: cosa ascolti mentre vai allo Sziget, stai ripassando brani da cantare a squarciagola o studi all’ultimo minuto per impressionare gli amici

È una scienza conclamata, ma quest’anno l’impressione è che ci sia un importante ricambio di pubblico, che ci siano visi nuovi, nuovi pattern da studiare. Il turismo performativo ha dato nuove forme ai camminamenti museali, e perché non ai festival – nemmeno lo Sziget, forse il festival meno performativo di tutti, ne rimane immune. Non è nuovo né diverso il quieto sopportare degli abitanti della città, improvvisamente stretti sugli autobus per cinque lunghi giorni. Un quieto grazie a quei pochi elementi cittadini che non cambiano mai.
Infine si arriva a quello che l’orecchio sente, perché pur di un festival musicale si scrive, ed è qui che la dietrologia può prendere una piega ben più interessante e profonda, intersecando sociologia, arte compositiva e visiva, e perché no, gli astri.

Il mondo segue pattern performativi e ogni elemento del quotidiano si muove con essi. Lungi dal fare banale disamina del mondo moderno, né tantomeno criticarlo, anche gli avventori dello Sziget sono morsi dalla tensione tra il performativo e la natura ribelle dello Sziget, saldamente ancorata in trent’anni di lore and core grazie a dita ossute tenacemente infilate nel suolo. Come si può essere performativi e non performativi allo stesso tempo, fedeli al credo szigetiano ma appetibili su Tiktok e Instagram, e quale esperienza vissuta potrà essere catalogata come interessate ma non banale, particolare ma non strana? Gli organizzatori leggono in maniera eccellente questa spasmodica bramosia dei paganti e offrono un ventaglio di attività a cui nessuno – nemmeno la scrivente – può resistere. Il Magic Mirror gode di un posizionamento marketing egregio e splende di luce propria, forse forte di un contesto socio-politico ungherese che comincia a mostrare qualche alito di cambiamento. Punteggio performativo – reale: 9.
Sulla scia dei nove, importante citare Techno Yoga @ Der Klub, appuntamento imprescindibile delle 18.30, perfettamente posizionato nelle intermission dei vari stage. In una sorta di distacco astrale, storditi e malamente confusi dal profumo di incenso, ci si ritrova seduti sul tappetino (o per i più sfortunati, sul polveroso pavimento) tra uno sguardo incredulo e l’altro. La telepatia è realtà per questa intensa ora di movimento muscolare, e uno sguardo composto d’un breve sopracciglio incarcato del vicino di tappeto (o pavimento) pare aprire un canale di comunicazione composto da non so come siamo finiti qui, com’è potuto succedere?, e tale è il sincretismo da farti credere nella magia del festival. Persino i tarocchi mi sono parsi appetibili.

Inutile disaminare le attività con voto insufficiente (il muro su cui scrivere i propri desideri tra tutti) ma vale la pena menzionare brevemente la sfortunata esistenza dell’area VIP che, in un festival come lo Sziget, non riesce in un alcun modo a trovare un’identità propria, e finisce per essere abitata da turisti smarriti o persone che vogliono semplicemente essere comode. Punteggio performativo – reale: 4. Non un selfie che caricherei sui miei – disabitati – profili social.
L’attività da 10, e forse nessuno se ne stupirà, rimane la musica, la performance, il sudore di chi ti sta accanto, il decibel di troppo che ti rimane nell’orecchio per ore, la variabilità insensata eppure perfettamente coerente degli artisti che si succedono sul palco. Sziget sperimenta con le line-up e offre un ventaglio di esperienze musicali che, seppur non sempre perfettamente fittanti, riescono sempre a divertire. Nei cinque giorni di musica vissuti ad agosto ho sperimentato così tante volte quella piacevole sensazione di riso che parte dalla base del diaframma e si arriccia lungo la gola da farne poi il caposaldo dei miei racconti, rientrata a casa. Did you like it, chiede una collega, e yes I had so much fun è la risposta, e ritengo sia quella più importante.

I had so much fun nell’ascoltare Zara Larsson e la sua coraggiosa e vivace idea di pop, condita con un piacevole e non-washing contorno di girl power. I had so much fun nel ritrovare Florence + The Machine, che ritengo di aver visto più volte di qualche cugino e che in ogni occasione ritrovo in una versione rinnovata e nuova, pur sempre con le sue classiche tonalità. I had so much fun nello scoprire lo spettacolo congeniato dai Twenty One Pilots e nel farmi avvolgere dalle sonorità sempre diverse dei loro brani, che ogni nuovo pezzo era un accidente nello stomaco. I had so much fun nello scoprire le Wild Wild Woman al DropYard e nel farmi investire dalla loro fame di energia e pubblico.
I had so much fun allo spettacolo di droni e, confesso, I had the most fun quando la folla si è adirata al branding aggressivo dello sponsor, perché la musica non si compra, o meglio, non ancora tutta.
I had so much fun nel ricordarmi che le folle possono essere gentili, attente ai bisogni del singolo, safe alle quattro del mattino, e divertenti nella loro immensa capacità di coinvolgimento.

Nessuno penserà mai “cringe” a una storia Instagram o a un TikTok di un concerto, perché la musica live mantiene in sé la promessa intrinseca del bello, del divertimento, dell’interessante. Ascoltando musica dal vivo si può essere performativi, si può essere reali, si può essere ritengo tutto quello che c’è nel mezzo, e poco importa cosa e chi si ascolta. Tutti dovrebbero andare a un festival musicale, e se dovessero scegliere, dovrebbero andare allo Sziget.
I had so much fun allo Sziget, che cambia sempre, ma credo si possa dire, con un po’ di nostalgico affetto, che non cambia mai.
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