“Plurale come due” è il nuovo disco di Leonardo Angelucci, pubblicato il 24 ottobre.
Mentre il tempo scivola troppo velocemente, l’amore e la musica sembrano diventare usa e getta, e cresce in noi la sensazione di essere sbagliati, Angelucci sceglie per il suo secondo album il linguaggio che più gli appartiene e che da sempre si ribella a tutto questo: il rock che conosce il respiro dei palchi, arricchito da venature punk, suggestioni internazionali e pulsazioni elettroniche. Ci restituisce così un racconto che, al di là della nascita di due gemelli, a cui dedica l’intero lavoro, è quello di tutti: storie d’amore finite che ridisegnano città intere, dolori che diventano rinascite, il desiderio di fuggire lontano, la fatica di riconoscersi nello specchio del mondo, le occasioni perdute e la sete inestinguibile di riscatto.
Ciao Leonardo, partiamo dal contesto: questo nuovo lavoro discografico nasce in un periodo di grandi cambiamenti, che hanno letteralmente rimesso tutto in discussione. Raccontaci cosa è successo.
Questo disco nasce da un periodo molto complicato della mia vita. La nascita dei miei figli, unita alla rottura con la loro madre e a una serie di cambiamenti personali, mi ha messo di fronte a una realtà che non avrei mai immaginato. È stato come dover ricostruire tutto da capo, facendo i conti con paure, fragilità e nuove responsabilità. Ho trasformato questo caos in musica, ed è diventato un viaggio personale che credo possa parlare anche a tanti altri.
Come sei riuscito a trasformare il tuo vissuto in un disco? O meglio, com’è successo?
Non è stato un processo pianificato. Ho iniziato a scrivere perché avevo bisogno di dare un senso a quello che stava succedendo. Le canzoni sono arrivate quasi da sole, come se fossero un’urgenza, un bisogno di sfogarmi e di mettere ordine tra i pensieri. Poi, piano piano, quelle canzoni hanno iniziato a parlare non solo di me, ma anche di temi universali: l’amore, la perdita, il desiderio di ricominciare. Così è nato il disco.
La nascita di due bambini è un’esperienza meravigliosa, capace di far affiorare emozioni travolgenti. Eppure, ciò che ascoltiamo nel tuo disco sembra parlare a tutti: feriti o meno, torniamo sempre all’amore, anche quando sappiamo potrebbe sconvolgerci. Secondo te perché?
Perché l’amore è la forza che ci muove tutti. È inevitabile: anche quando ci ferisce, non possiamo farne a meno. È l’unica cosa che riesce davvero a smuoverci, a cambiare la nostra vita, a spingerci a rischiare ancora. Io l’ho vissuto sulla mia pelle, e credo che chiunque possa ritrovarsi in questa tensione continua tra paura e desiderio, tra dolore e rinascita.
Il gusto per i suoni è sempre stato un elemento centrale nel tuo lavoro. Cosa scegli oggi, e come è cambiato il tuo approccio negli ultimi anni?
Negli anni ho sperimentato molto, ma oggi cerco un suono più diretto e autentico. Voglio che la musica arrivi subito, senza troppi filtri. In questo disco ci sono tante chitarre, tanta energia, ma anche momenti più intimi e acustici. È come se avessi unito le due anime del mio percorso: quella più rock e quella più cantautorale. Inoltre, ho lavorato molto di più sulla produzione, perché volevo che ogni dettaglio fosse al servizio delle emozioni dei brani.
Cosa vorresti che gli ascoltatori portassero con sé dopo aver attraversato il tuo disco? Probabilmente, tu sei uscito diverso da questo album: lo vorresti anche per loro?
Sì, vorrei che chi ascolta questo disco si sentisse meno solo nelle proprie battaglie. Vorrei che si riconoscesse in una frase, in un suono, in un’emozione, e che potesse portarla con sé come una piccola forza in più per affrontare la vita. Per me questo disco è stato un percorso di trasformazione, e se potesse esserlo anche per qualcun altro, sarebbe il regalo più grande.
Spesso scrivi brani-manifesto, che nascono dall’urgenza di dichiarare qualcosa. In questo lavoro qual era il principio, l’idea o la verità che sentivi di dover affermare?
Sentivo il bisogno di dire che nonostante tutto vale la pena buttarsi, vivere, amare. Che anche nei momenti più difficili si può trovare una luce. È un disco che afferma la vita nella sua interezza, con tutte le sue contraddizioni: le cadute e le risalite, la paura e il coraggio, il dolore e la gioia. Un manifesto di resilienza, un invito a non smettere mai di cercare.
Tra pessimismo cosmico e felicità estrema, tra alti e bassi, esiste un mondo intero. Come lo abiti oggi, rispetto a ieri?
Oggi cerco di abitare questo mondo con più consapevolezza. Prima oscillavo tra gli estremi, senza riuscire a trovare un equilibrio. Adesso so che quegli alti e bassi fanno parte del gioco, che non c’è felicità senza dolore e viceversa. Ho imparato ad accogliere tutto, senza giudicarmi troppo, e a trasformare le esperienze in qualcosa di costruttivo.
Se dovessi condensare il senso di questo disco in una sola frase, senza limitarti a una descrizione stilistica, quale sarebbe?
“Faccio surf sulla vita che passa, prendo e lascio ancora di più.”












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















