Articolo di Marzia Picciano | Foto di Giuseppe Antonelli
Sei stata allo showcase de i Wolf Alice di lunedì 9 giugno all’Apollo di Milano, sì quello che serviva a lanciare il futuro nuovo disco, The Clearing (atteso a settembre), della band britannica silente da cinque anni nella produzione, e oggi é venerdì: insomma é passata una settimana, i ragazzi e quella forza della natura che é Ellie Rowsell avevano decisamente spaccato quella sera, te li ricordi e ti ricordi le teste ondeggianti dei sottopalco anche se era di fatto, la peggiore delle tue serate, abbiamo condiviso video e foto, sì ok, c’é bisogno di scriverci qualcosa in merito, ora?
Per quanto possa sembrare in ritardo, fuori contesto: la risposta é si. E non solo perché Bloom, Baby Bloom é chiaramente l’antifona glam-piano rock (whatever!) di un disco che si preannuncia esplosivo (quanto Kate Bush!) e forse qualcosa da ricordare di quest’anno (non mi sono ancora sconvolta se non per poche cose da gennaio, e credo abbiamo già ascoltato più roba di quanto facessimo negli anni ’90, noi della terra di mezzo allora giovani e incantati).

Non sono una fan storica dei Wolf Alice, li ho ascoltati ‘spilucchiandoli’ nel mare magnum di quello che é forse stato (?) l’indie rock made in UK del post università che ancora ci teneva su di giri, quell’epoca assurda in cui gli Arctic Monkeys erano negli IPod e perdevo tra un trasloco e l’altro il poster formato festival di Wes Anderson comprato a 4 euro al Cinema delle Province a Roma – che chissà dov’é finito. Ecco, di quel periodo ricordo molto, e soprattutto il coinvolgimento, più che la bellezza, che molte di quelle canzoni creavano in me. Qualcosa che oggi, tra tante che sento, non trovo. Come disse una mia amica, orfana della Capitale come me, parlando dei ristoranti a Milano nei primi anni che la vivevamo: tutti molto buoni, ma nessuno che davvero mi rimanga, a cui mi affezioni come fatto con alcuni posti, anche più sgangherati, a Roma.
Invece dopo tanto ascoltare, tornano i Wolf Alice che mi danno finalmente la scossa. Il coinvolgimento. L’intensità che la Rowsell, fata da rodeo in costume bianco (e la sua voce: non riesco ancora a spiegarmi come faccia a raggiungere tanti stili e tonalità con la stessa facilità con cui si corre in bicicletta), e i suoi amici Joff Oddie, Theo Ellis e Joel Amey mettono sul palco, ripassando il repertorio della loro musica, passando da schitarrate senza fine ad altre schitarrate, più dolci – non mentiró dicendo che l’intero live é stato ad altissima tensione su ogni pezzo, anche quelli piu intimistici come The Last Man On Earth, toccando l’apice con il punk totale di Yuk Foo (che include discesa dal palco e megafono alla mano). Alla faccia dei cupismi ninethies di Blue Weekend.
Il fatto, semplice, di rendermi conto che ascoltando loro sto ascoltando almeno dieci sottocategorie diverse di alternative rock e per una volta non sento la necessità di incasellarli come in una enciclopedia. Farlo succedere mentre in un universo parallelo fatto di app e connessioni internet rispondo alla mia necessità di ordine per mandare all’aria quello che non é categorizzabile, una relazione che non capisce perché esiste ma sa di esserlo, esistente, perché sanguina costantemente. In questo caos e calore umido estivo, nello sporco che avrei voluto scorticare via da me per essere anche io, categorizzabile, mi si paravano di fronte i Wolf Alice a cui non frega un bel niente di farsi identificare.
But it’s me who makes myself mad non é solo il verso di una delle più belle canzoni (per me, ovvio) dei Wolf Alice, é il verso che mi gira in testa da una settimana, nonostante in così pochi giorni in questo pazzo pazzo mondo sia successo di tutto e me ne stia così, arroccata sulle mie paturnie, senza sonno, a guardare su uno schermo tutto l’indicibile. Siamo un popolo individualista, anzi: sono parte del popolo individualista, penso a una vita da sola, eterna, inconsciamente privilegiata, finché non mi sveglio di notte, a casa o in albergo, spaventata a morte da un’extrasistole più che di vedere un popolo venir sterminato praticamente in diretta live. Sono fregata.
Non produco niente di bello o davvero utile per questo pianeta, parafrasando quello che scriveva qualcuno, un gran nichilista della letteratura: non ho avuto né la guerra (in casa) né la grande depressione (ma certo non navighiamo nell’oro), non ho abbastanza strizza per creare una famiglia o anche solo un ‘noi’, eppure lunedi sera per un momento i Wolf Alice hanno usato le melodie giuste per trasformare la mia rabbia triste in piacere, ricordandomi che si, é così che le band vere, quelle che poi metti subito quando hai bisogno di quella cosa lì, fanno. Ti danno una mano mentre affondi e ti fanno sentire meno peggio.
Sarebbe esagerato parlare di epifania? Chi puó dirlo. Ci succedono tante cose strane oggi. Ma poche cose ci coinvolgono molto. Quando sono delle canzoni, ci facciamo caso. Grazie Wolf Alice, di sicuro non vedo l’ora di vedervi a novembre.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















