Foto di Andrea Ripamonti | Articolo di Chiara Amendola
Milano, post pandemia, riparte il JazzMi, emozione, attesa e poi c’è la nebbia, quella che di solito ti reclude in casa ma che adesso non può fermarti perché la voglia di vivere implode.
Finalmente torno pian piano alla mia routine.
Apertura in grande stile, per ricordarci quali sono le cose che davvero valgono il nostro tempo. Oltre al ricco palinsesto di concerti di questa edizione, negli spazi del Blue Note, è possibile ammirare la High-Key on Jazz, la mostra fotografica di Roberto Cifarelli – firma fotografica del Jazz – pensata appositamente per la nuova edizione della kermesse. I soggetti ritratti da Roberto Cifarelli sono tutti musicisti jazz (da Dee Dee Bridgewater ad Alfredo Rodriguez, da Bob Mintzer a Fabrizio Bosso), avvolti da una luminosità innaturale che a volte sottolinea ed esalta espressioni inedite. Il “Key” della mostra si riferisce alla tonalità chiave che detta le regole di un brano e ordina le note e gli accordi generando gerarchie di equilibri, relazioni e tensioni.
Arriva poi il momento di tornare ad ammirare la musica.
Richard Bona e Alfredo Rodrigo apparentemente hanno poco in comune ed è grazie a Quincy Jones che hanno conosciuto il talento l’uno dell’altro.
Per il concerto di Milano hanno scelto una line up con diversi strumenti – piano, basso, percussioni, batteria e ottoni – per proporre il loro elegante repertorio che mescola radici cubane e africane, jazz e persino chanson in una celebrazione dell’immemorabile base musicale ed esperienziale che li unisce.
Il duo compare sul palco accompagnato dal suono di calici che brindano e sospiri malinconici, è bello pensare che ricominci tutto da qui.
Alfredo Rodríguez ipnotizza la platea lasciando volare le sue agili dita e trasforma le note su una pagina, le dinamiche in gioco, la prospettiva stessa dell’ascoltatore, dal grigio al technicolor, dal passivo all’impegnato, dal semplice al complesso – un coinvolgimento astratto e totalizzante che ti attira lontano dall’ordinario. Tutto ciò che questo fenomeno tocca si trasforma in un’arte magnifica e complessa in cui vorresti immergerti tutto il giorno.
Richard Bona esplora invece l’eredità della musica afro-cubana, inserendo con nonchalance una cadenza di basso abbagliante i prima di tornare al groove accennando agli orizzonti illimitati della sua musica. Qualunque sia il suo quoziente di determinazione è certamente nato per fare ciò. Le melodie e i ritmi sarebbero trasudati dai suoi pori o avrebbero abitato il suo respiro se non avesse mai imparato a suonare o a cantare. Fare musica è palesemente facile per lui. Lo si sente nella natura non forzata delle sue composizioni, nella scioltezza con cui suona il basso, e forse soprattutto nel suo canto, specialmente quando scivola nella sua gamma di falsetti.
Insieme il duo esplora il rock, il jazz, il pop, e quello che suona come una spolverata di pesanti ritmi afro-cubani, vagamente messicano-spagnoli su un leggero, arioso duetto vocale che non puoi fare a meno di canticchiare. Nella mia mente intravedendo lunghe, calde giornate estive sulla spiaggia o nelle balere – senza un accenno di pandemia in vista.
Si sentono scintille di suoni che dondolano con fermezza, un groove dance cubano/brasiliano saltellante – dei giovani ragazzi in galleria si lasciano andare a danze salseggianti.
Mi rendo conto che qualcosa è cambiato, e non riesco a spiegarmi come siamo riusciti a farne a meno per tutto questo tempo.
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