Articolo di Agnese Ermacora
Si comincia dalla fine e si finisce dall’inizio. Il concerto dei SI! BOOM! VOILÀ! è un live capovolto: si apre con la gratitudine e si chiude con la delicatezza straziante di un primo gesto di vulnerabilità. L’ultimo brano è, come dicono loro, «il nostro primo pezzo, acustico. Ci piace partire così». Lo canta Roberta: «Forse tu mi dirai, credici allora». È un invito che si fa congedo.
L’intero concerto appare come un vaso colmo: materia viva, pulsante, ipnotica. In cima, le ultime cose riposte; sul fondo, un cuore esposto. E allora è inevitabile svuotarlo partendo dall’alto, togliere strato dopo strato, cominciando dalla fine, per arrivare a ciò che resta quando tutto tace.
Ma andiamo con ordine. La macchina sonora ingrana subito, i brani si susseguono. C’è una tensione concreta, una lucidità che non si distrae. Mentre NAIP pronuncia «La tragedia non è che il tempo finisce» accade qualcosa: il pubblico alza i telefoni, poi li abbassa quasi subito. Come se la parola “tempo” fosse la più importante di tutte. Un gesto che rivela la natura di chi ascolta: un pubblico attento, colto, che probabilmente conosce gran parte dei SI! BOOM! VOILÀ! e non è lì per nostalgia né per un consumo veloce. È lì per interrogarsi, per capire dove possiamo andare insieme, adesso. Per chiedersi dove abiti davvero la tragedia del tempo, se non nel suo finire.
Il live è un tessuto cucito con precisione da quattro musicisti: non si riesce a riconoscere il “capo-sarto”, ma si intuisce chi possa esserlo dagli sguardi. Roberta, Giulio, Davide e Giulia contribuiscono – ognuno a suo modo – a costruire una trama solida, quasi protettiva: chitarre, basso e batteria sostengono e custodiscono. A NAIP (Michelangelo) spetta l’esposizione, il ruolo dell’anfitrione inquieto, figura teatrale mai decorativa. È un equilibrio particolare: cinque identità che si cercano, si rispondono, ma non si dissolvono mai del tutto l’una nell’altra. Non per distanza, ma per una sorta di impossibilità, come se esistesse un limite invisibile che non può essere oltrepassato. È il nostro tempo (ancora questa parola) a rendere difficile l’idea stessa di abbandono. E loro questo lo hanno capito. Non lo teorizzano: lo traducono. Il suono in certi passaggi lo dice proprio: resta trattenuto. E non è un’economia eccessiva: è semplicemente una ferita che non chiede consolazione.
Quello dei SI! BOOM! VOILÀ! è un live lucidissimo e intelligente, e proprio per questo non accomodante. Sembra dire: siamo molto più di ciò che mostriamo, ma non lo svenderemo. Non trasformeremo la complessità in merce. Ed è una musica così vigile da generare tante cose, perfino il bisogno di contatto fisico. «Questo ti fa paura», sembra suggerire. Forse sì. Perché il peso delle loro canzoni non è altro che il nostro: lo stesso che portiamo addosso. E riconoscersi spaventa. Mi torna in mente un appunto di qualche anno fa:
sono i dettagli che fanno l’amore. Ma il nostro non è amore, perché appena lo pronunciamo scompare.
O forse lo è sempre stato, perché anche noi scompariamo, sommersi dal peso delle nostre esistenze.
Stop. Accelerazione. Stop. Accelerazione. Buio: i SI! BOOM! VOILÀ! ci ricordano che siamo sommersi. Ma spingono tutti e cinque contro il vetro del presente per generare una crepa. Durante “Voilà” arriva il “wall of love”: il contatto fisico, l’incontro. Gesto rituale che diventa programmato. Programmato perché necessario ma di difficile accesso. Come tutto, oggi. Poi la fine, che è un nuovo inizio. Il primo brano, acustico. Roberta canta. L’emozione, tenuta fino a quel momento, trova uno spazio pubblico. È una dolcezza terribile e salvifica: verità che si accende in un lampo e si spegne in un attrito.
Cinque personalità, cinque musicisti completi, ci tengono svegli. Ci mostrano il dolore contratto, la bellezza trattenuta. È un concerto sulla soglia. Rappresentazione di quello che accade fuori, per parlare di quello che accade dentro. Questo è quanto succede, al di là delle parole scelte. Che, gusto mio, son tutte giuste.
Andateli a vedere.
Perché sono bravi.
Perché sono forti.
Perché sono storti.
Proprio come noi.

Lentini
23/02/2026 at 11:42
sono bravi? forse
sono forti? ma anche no
sono storti? non mi pare
come noi? spero di no