Recensioni

RADIOHEAD – A Moon Shaped Pool

2016, XL Recordings

Hanno fatto aspettare un pochino i loro fans ma i Radiohead sono finalmente tornati con uno studio album intitolato “A Moon Shaped Pool”. La band dell’Oxfordshire un disco in modo usuale non riesce proprio a metterlo sul mercato; nel 2007 sperimentarono il “pay what you want” con “In Rainbows” per non parlare delle molte società formate nei vari anni, di solito una per ciclo (album più tour).

Questa volta, però, nulla di eclatante. I Radiohead per aumentare l’hype sono semplicemente spariti da ogni forma di social network (tattica recentemente utilizzata dai The 1975) per poi ripresentarsi a sorpresa con il nuovo singolo “Burn the Witch”. Nei mesi scorsi giravano già rumours su un possibile “LP9”. Inoltre la XL Recordings (oltre ai Radiohead ha lavorato anche con White Stripes, Vampire Weekend, Prodigy e The XX tramite la imprint Young Turks), etichetta indipendente londinese, ha rilevato il catalogo della band che verrà venduto come “reissue” in vinile. Aggiungiamoci la canzone apparentemente rifiutata per l’ultimo film di James Bond e c’è tutto. Insomma, qualcosa da Yorke & Co. ce lo aspettavamo.

“Burn the Witch” che ha fatto parlare molto per il video, sempre per le solite questioni politiche e umanitarie che molto stanno a cuore al frontman del gruppo, reso disponibile come download e in formato streaming, proprio come l’album (non disponibile, però, su Spotify) che verrà poi venduto anche in formato fisico a giugno.

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Il nuovo singolo è anche il pezzo di apertura di questo nono album, composto da 11 tracce in ordine alfabetico, dalla durata di 52 minuti e 31 secondi. Prodotto dal fidato Nigel Godrich che lavora con la band dal secondo album. “Burn the Witch” inizia con il drum beat di Phil Selway alla batteria che si unisce al resto della parte strumentale e alla melanconica voce di Yorke passando per la sezione di archi (uno dei punti fermi di questo LP) per finire con un crescendo che apre “Daydreaming”, pezzo toccante, quasi angosciante.

“Decks Dark” apre un filone di pezzi notevoli; pianoforte, solita voce quasi inquietante di Yorke, batteria fino all’arrivo di un coro e dell’ottimo giro di basso di Colin Greenwood. Seguita subito dopo da “Desert Island Disk” dal vibe folk e psichedelico con chitarra acustica, echi, atmosfera ambient. Ipnotica. “The Numbers”, traccia 8, si collega sicuramente a questo con aggiunta di pianoforte e basso e fantastica parte d’archi della London Contemporary Orchestra.

L’unico appunto del disco può essere fatto a “True Love Waits”, canzone già ampiamente suonata live dai Radiohead e ben conosciuta ai fans. Resa quasi scontata e spoglia per gli standard del gruppo inglese, anche se più inerente alle sonorità generali di “A Moon Shaped Pool”.

Nel complesso un lavoro che sicuramente sazierà chi questo LP9 lo aspettava da tempo, in particolare dopo la delusione di “The King of Limbs”. Un ritorno che sembra tenere i Radiohead con un piede nel futuro e l’altro nel passato affermandosi al top nel panorama musicale, sia critico che commerciale, a 23 anni dal debutto discografico e dimostrando di essere tutto tranne che finiti, a differenza di molti colleghi che la tirano fin troppo per le lunghe andrebbe dovrebbero solo farla breve.

Sostanzialmente: più chitarra, anche se non molta, archi, ambient, ottimo lavoro al basso e classica voce di Yorke. Sonorità melanconiche, intimiste, profonde, da capire. Sicuramente non un album da primo ascolto, soprattutto per chi non mastica la band, ma il classico “grower” in grado di diventare un punto di riferimento del 2016 e non solo.

Well done, Radiohead.

Pezzi consigliati: Decks Dark, Desert Island Disk, The Numbers

Voto: 8.5/10

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