Questi quattro torinesi, che non sono dei pivellini, dato che sono in giro da ben undici anni, hanno il rock’n’roll nel sangue. Il rock fatto di essenza con chitarre, basso e batteria, senza fronzoli, diretto efficace, pieno di ritmo e di angst. In “Throat”, infatti, il combo piemontese riesce efficacemente ad esprimersi con i diversi linguaggi musicali del rock più sanguigno. Conclusione dialettica cui i Klinefelter sono giunti perché ogni componente ha le proprie preferenze e chiaramente nessuno voleva cedere. Per fortuna che la maturità ed i tanti anni on the road hanno permesso loro di giungere ad una atteggiamento molto maturo, cosa non frequente nei gruppi rock, dove spesso prevalgono le esigenze di uno o due componenti carismatici e più preparati. “Thorat”, che è stato registrato nel mitico Red House Recordings di Senigallia, ha il senso della completezza ed in una fase storica, per il rock, nella quale si ricicla e si mischia ciò che fino a poco tempo sembrava incompatibile, la scelta stilistica dei Klinefelter merita più molta attenzione. Il loro bisogno di ribellione, sempre gridato e mai fine a se stesso, viene reso efficace grazie a ritmiche efficaci e a chitarre sempre ben affilate. Prendete il grunge di “Anorexia” incostante, ma sempre rabbiosa, o “You in the fire”, che ha una carica devastante punk, che non sfigurerebbe in un disco dei Mondo Generator, o ancora la circolarità noise e frizzante di “Suicide” e spero che sia sufficiente per farvi comprendere quanti scossoni sono in grado di dare questi quattro ragazzi. Tuttavia, non mancano momenti più distensivi, come nel caso di “The beginning of the end”, una ballata inquieta e nervosa, o di “I want you”, brano incisivo che non nasconde riferimenti ad un pop-rock di matrice Usa. Il disco è solido, le idee messe a fuoco e speriamo che continuino così.
Vittorio Lannutti
