Interviste

Ricostruire l’identità del sound del Mediterraneo a colpi di techno. Intervista a CELLINI per TRANSUMARE FEST 2025

Meno di un mese a Transumare Fest, meno ancora per scoprire l’hidden gem di questa edizione 2025: il dj italo belga Cellini, artefice di connessioni ad elevati BPM con il passato percussionistico del Mediterraneo, più ampiamente, una comunità che cerca sempre di tornare e si evolve ancora di più. Sentire per credere.

Articolo di Marzia Picciano

Incredibile ma vero, si avvicina l’ora del TRANSUMARE FEST a Roseto degli Abruzzi, e anche se sono appena rientrata in una Milano quasi lunare in pieno spopolamento agostano e mi aspetta una pausa nel Sud Est asiatico, l’atmosfera, quella lasciata in bocca nella prima edizione del 2024, la percepisco chiaramente.

Il team del Transumare é nella fase di TEST, libera sinergie creative in momenti di festa sul litorale nord abruzzese (l’ultimo la settimana scorsa, con gli esplosivi Hate Moss e Nicky Macha nel mio vero posto del cuore, l’Eucalyptus Beach di Cerrano) come piccoli chimici in attesa dell’esplosione più grande, insomma preparando il terreno ma soprattutto propagando quello che il grande pensiero dietro il Transumare: fare una grande festa nella spiaggia di casa.

Dunque, il ballo, la danza, e non una qualunque, il Transumare ce lo ha fatto capire già che é alla ricerca di demiurghi di qualità del ramo più ancestrale della settima arte, vuole porsi come festival in grado di scoprire, e far scoprire, e quindi quest’anno in line up ci sono vere e proprie scommesse: Unai Trotti, RIP, le C.A.R. e l’oggetto del nostro focus odierno, Cellini (n.b. non stiamo nominando apposta i big names del Transumare dance, come Omar Souleyman, DSV1 etc).

CELLINI e la sua Anemoia

Cellini, nome d’arte per Gianmarco Cellini, dj italo-belga recentemente arruolato da DNA concerti per la penetrazione del mercato italiano dell’elettronica (dopo aver calcato anche palchi d’eccezione come quello del Tomorrowland, con la cui label é uscito con il singolo Lose Youself, insieme a Cuagula una delle sue prime hit), é decisamente una chicca come poche, atterrata a Transumare grazie a un’inaspettata convergenza di amorosi sensi.

Elettronica si, con le giuste nuance di house e techno, visual di effetto e una gamma completa di percussioni prese direttamente dalla tradizione puramente meditteranea (italiana, certo, ma non solo) che ci portano a rimembrare ogni tanto Sofia Kourtesis piuttosto che l’ormai consacratissima Daniela Pes, eppure non é solo questo.

Qui si trova Anemonia, il primo disco di Cellini, un vero e proprio viaggio su un dancefloor che prima di tutto é una dimensione spirituale, in cui troviamo noi, oggi, e allo stesso tempo, i nostri avi. Anche se, come suggerisce il titolo, non li abbiamo né mai visti, né vissuti. É un tema di connessione, che Cellini lega in maniera assolutamente non banale a drum’n’bass, passando dalla scattante title track all’Italian echo experience, velocissima, dai ghirigori à la Bonobo di Ncima a li Scalelle (alla litania a BPM impazziti de Canto Della Montagna).

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Anemonia é un album omogeneo nella vasta tipologia di suoni che cerca di raggiungere in un abbraccio che é un pò un ritrovarsi, dicevamo, in una danza cosciente, un movimento antico e pregno di memoria. Basta parlare con Cellini per capire quanto questo disco sia per lui una sfida, oltre che una necessità. Il nostro nasce non troppo tempo fa in un paese che é al centro della comunità italo-belga locale, a un’oretta da Bruxelles. Un mondo in un mondo, che fa capo per parte paterna ad Ascoli Piceno, per quella materna alla Sicilia.

Ma gli Appennini sono il suo primo gancio con il vero ritorno in Italia, quello che porta avanti con orgoglio quando, pur non parlando italiano da quattro o cinque mesi, non esita nemmeno a voler essere intervistato nella lingua del suo Paese d’origine, mai davvero vissuto in principio.

“L’ho vissuto tra le storie dei nonni che parlavano sempre per saperne di questa musica e di queste montagne che era quasi un posto… un sogno! L’Italia era per loro, da quando sono partiti, un sogno, dove tutto era perfetto. Da me c’é sempre stato questo sentimento, su queste montagne, degli Appennini.”

Una sorta di nostòs sentimentale. Anche perché a sentire come inizia Anemoia, con Sempre Straniero, Cellini si ritaglia subito il ruolo di narratore onniscente di una serata che può vedere e mixare tutto.

“Sempre Straniero é per me l’inizio dell’album perché é questo il mondo di figli e nipoti di emigrati che vivono all’estero. Nella comunità italiana in Belgio vivo e mi sento un italiano, invece quando prendo contatto con l’Italia esce questo accento strano, e sono di nuovo belga. É un mondo strano, quello dei figli degli emigrati, che sono stranieri anche quando ritornano nel Paese da cui sono in realtà partiti. Anche quando giro il mondo, ad esempio in Sud America, tante persone che mi chiedono da dove vengo, ed é difficile dirlo. Ma non dico mai che vengo dal Belgio. Inizio sempre la storia dicendo che con la guerra i miei nonni sono venuti dall’Italia in Belgio, e poi sono rimasti qui. E che sono Italo-belga. Un italiano un pò strano, nato e cresciuto in Belgio.”

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Cosa vuol dire essere italo-belga, nato in una comunità di italiani in Belgio?

“Bisogna pensare che é una comunità di miniere. Io sono proprio cresciuto nella comunità italiana, per cui dai negozi al parrucchiere, tutto era in Italiano, e per me era normale. Per dire, da bambino pensavo che in Belgio ogni paese fosse così… invece quando a diciotto anni sono andato a Bruxelles a studiare, ho capito che il paese da dove venivo era di fatto un pò strano. E li ho capito proprio che la mia identità era diversa, non come quella degli altri.”

Una presa di coscienza diversa.

“Tra i sedici e i diciotto anni desideravo andare via da questo posto, da queste persone. Si é arrivati negli anni ‘50, formato la comunità italo belga e… non completamente, ma si é rimasti molto alla mentalità di quegli anni. Io volevo scappare! E invece eccomi qui, ora sono tornato. Mi ritrovo al bar, alle nove, con tutte queste persone di cui prima non ne volevo proprio sapere, e sento una connessione. Loro vengono ai miei show, quando suono. In questo modo voglio provare a raccontare ad altre persone questa storia, insieme a quelle persone.”

E la comunità italo-belga ha le sue divinità come Rocco Granata, dice Cellini “una sorta di padrino, il boss della musica italiana in Belgio, che segue un pò tutto. E poi c’é la mia generazione, che invece usa queste altre radici”.

Che sono un pò miste, prendono a mani piene da quel pout pourri culturale che altri non é che Bruxelles e il Belgio. Ce ne sono tanti come lui che cercano di fare questo racconto culturale in nuovi modi.

“Sono cresciuto nella cominità italiana, ma a scuola ero anche nella comunità delle famiglie dei miei amici, principalmente turchi o greci. Sentivo la musica che suonavano nelle feste, e da li ho trovato questo suono, il suono del Mediterraneo. Ho cercato di lavorare di piu’ su questo, e di non creare qualcosa di troppo italiano. Sono fiero di essere italiano ma non voglio puntare solo sull’italianità, piuttosto sul concetto di Sud. Ad esempio, Lucas, che suona con noi (una crew di più di dieci persone ndr), ha padre abruzzese, e madre greca, e suona solo il bouzuki e il lauto.”

Però bisogna dirlo, la concezione del potenziale del tutto arriva tardi. Cellini era un dj e semplicemente, non ci pensava, fino a che nel 2013 ha perso i suoi ultimi nonni in vita. Suonava in Sud America e si trovava a raccontare una storia che non era più una storia, semplicemente perché era finita quella generazione, e di quella degli emigrati italiani in realtà ce ne sono davvero poche a definire il passato di giovani come Cellini.

Un po’ come perdere un pezzo di storia.

“Allora sono andato a cercare da dove vengo, in Italia, negli Appennini, per riscoprire queste montange e li ho capito di non sapere davvero niente della mia storia. Non conoscevo i suoni, gli strumenti. Questo é andato perso nella generazione dei nostri padri. La seconda generazione non ci aveva raccontato di tarante o pizziche. E io l’ho riscoperto. E da lì ho voluto fare onore a queste radici.”

Scoprendo che alla fine si tratta di puntare allo stesso obiettivo.

“Ormai é sette-otto anni che faccio il dj, e voglio far ballare le persone. Le musiche che ho ricercato nel folklore, alla fine, hanno lo stesso goal. Farci ballare e festeggiare. Ho provato a fare una combinazione tra le due e fare qualcosa di diverso.”

Bingo, obiettivo raggiunto, almeno a sentirlo su track registrata, immaginiamoci dal vivo. Anche perché questo sarà l’unico show italiano di Cellini, prima del suo buen retiro ancora italiano, a pochi km di distanza, ad Ascoli Piceno. Lì Cellini si vuole fermare, dice anche a lungo, per studiare e lavorare al suo nuovo album, in una casa in montagna, così vorrebbe. Come vorrebbe questa volta che questo prossimo disco sia interamente italiano.

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