Articolo di Marzia Picciano | Foto su concessione di Transumare Fest
Scrivere alla fine del Transumare Fest, per il terzo anno, è sempre una sfida importante per la sottoscritta. Un pò perché sono sempre di parte, un pò per campanilismo regionale (visit Abruzzo, visit Roseto ma non troppo perché è sempre il best kept secret d’Italia, nonostante Stanley Tucci abbia contribuito non poco a svelarlo), un pò perché insomma è il festival di casa, una specie di tradizione recente, a cui ti condanni per quattro sere di fila facendo Pescara-Roseto, docilmente e per senso di dovere, e ovviamente piacere. Però eccoci qui con il solito entusiasmo di chi dice: wow, facciamolo ancora! Soprattutto perché quest’anno i ragazzi hanno dato tutto. Nonostante le costanti, molteplici difficoltà.
Metamorfosi dello spazio
Lo spazio del Transumare è sempre lo stesso, da parcheggio a parco giochi, eppure stavolta era diverso. Lo percepisci nel pubblico, nelle 4mila presenze contate alla data zero (con contributo up-to-you per la Fondazione Ada Manes) e cui è stata offerta una giornata vera e propria di festival con line up di un certo livello, dai Laca Collective a Svegliaginevra e il rap politicamente e socialmente cosciente di Dutch Nazari. Un pubblico ormai adepto e fidelizzato: sa dove deve andare, si mette in fila per l’acqua alla fontana, attende il turno per gli arrosticini, passa da un palco all’altro senza sentirsi stordito. Conosce benissimo cosa lo aspetta (per citare qualcuno che ha contribuire, soprattutto spiritualmente), anche di essere stupito. E questo non è assolutamente un male: è la misura della tradizione, di qualcosa che si sta creando, senza dubbio per quella che è una manifestazione che prende il nome di una usanza millenaria, un farsi nome omen, un traguardo da segnare.
Si può riuscire a farsi mettere un temporary store di tatuaggi per quattro sere di fila (insieme a dei professionisti come Maison Le Noir di Pineto), al centro dello spazio, impossibile da non vedere, impossibile da evitare, e infatti sono tornata a casa con il settimo tatuaggio. Senza contare che ho apprezzato moltissimo farlo comodamente stesa sul lettino, birretta e golden hour mentre sentivo l’avant jazz folk degli Atabasca. Decisamente un’improvvisazione da ricordare.
Per arrivare al punto, a questa edizione, con 14.500 presenze in quattro sere (ricordiamo le 12mila dell’anno scorso), una line up e orari ulteriormente estesi, pazzia per un piccolo centro urbano balneare (ovviamente si mette in mezzo anche l’ormai fidelizzato Lido Oasis, quest’anno casa della Gassosa Campli, per il warm up mattutino), un programma di attività collaterali da far impallidire qualsiasi villaggio Valtour (tutte sold out per un totale di 400 partecipazioni, dal classico trekking, alle degustazioni fino alle pomodorate di fine agosto, per i più hardcore), i ragazzi dell’Associazione di Promozione Sociale Rosangeles possono dire con un moto di orgoglio di aver creato un’organismoin grado di camminare con le proprie gambe, con un’affluenza da fuori regione molto evidente. E per rimanere in tema di mobilità, il progetto Sintonie per l’inclusione nei festival ha permesso quest’anno una partecipazione più estesa di persone con disabilità, ed era ben visibile. È questi è qualcosa di incredibilmente bello.
Stessa lodevole musica, con amore
Ora, l’altra cosa veramente bella è che questa terza edizione di Metamorfosi ha portato sul palco, forse ancor più degli altri anni, un equilibrio non scontato di quelle che sono le due anime costanti del Transumare: il meglio della musica italiana alternativa oggi da un lato, e dall’altro dell’elettronica house, perché è comunque una grande festa sul mare, permettendosi incursioni esterofile apparentemente senza ipotetico senso, ma poi a vederlo dal vivo il senso c’è, eccome.
Primo, perché chi cura la line up del festival – e per un evento di queste dimensioni la verità è che anche questa è frutto di un accordo collettivo – di base vuole sentire gli artisti che gli piacciono. C’è un amore particolare che lega tutti i soggetti in una serata.
Il più evidente è stato al giorno uno: passare da Sano, a cui è stato dato lo sfidantissimo compito di aprire le danze ufficiali del festival alle sette di sera, quindi da un giovanissimo napoletano sfumazzante su base e ironia (e che ha gestito benissimo l’attesa di Giorgio Quarzo Guarascio per i duetti su Fascistissime e Morena) proprio a Tutti Fenomeni, passando per lo shoegaze e l’improvvisazione degli Irossa, e capitolando nell’inevitabile wall of love (cit.) dei Si!Boom!Voilà! non è stato un caso. Come non lo era concludere con quello spirito guida che altri non è che Soichi Terada. C’è stata la precisa volontà di offrire non solo dei live, ma l’equivalente di un menu completo, ben strutturato, con pause e cambi sapori di senso, seguendo come leitmotiv o sapore di base un concetto di introspezione ironica e ipnotica come i soggetti che si sono susseguiti sono stati in grado di fare. Per me, in assoluto, la serata più emozionante. E Tutti Fenomeni ha fatto un signor concerto: mi sono innamorata di nuovo di quello che è per me uno dei dischi dell’anno (lo so a memoria, fate voi).
Sono queste combinazioni che danno l’idea di non essere lasciati all’improvvisazione, ma che una cosa per quanto piccola, debba essere fatta bene e magari lasciarti uno spunto in più. Quindi, diventa comprensibile come mettere Giovanni Ti Amo prima dei Selton (anche qui, parliamo di una band con un’incredibile presenza scenica e fisica, oltre che autrice di un album pazzesco come Gringo Vol. 2) e appena dopo un dj set di MACE e quindi la house di The Egyptian Lover con i deliri industrial degli Spammerheads. Diventa sorprendente come una combinazione di artisti quasi “milanese” per idea e sound possa effettivamente funzionare alla grandissima anche nel mezzo della costa del sud dell’Adriatico.
Idem per il giorno tre. Come si passa dal carico emotivo del quartetto d’archi e Giorgio Poi stesi sul prato del palco, tramonto in processione alla luna (ma anche alla mia tenuta psicologica, perché Giorni Felici mi ha stroncato), al blues sornione registrato tra le mura di casa di Marcello Newman (un live veloce, ma estremamente di impatto) fino all’escalation del fenomeno italiano della dance delicata amata dalla Gen Z di Faccianuvola che si è sposata con la violenza performativa simil-Prodigy dei Deki Alem e la splendida conclusione del dj set del duo padrone di casa, Nicky Macha & Gabbs.
È questo che da la misura di un buon festival? Per essere un’amateur della musica dal vivo e un’inguaribile entusiasta, naive nel profondo e senza vergogna, non posso che vedere questo processo con immenso amore, comprese le sbordature, ma va tutto bene, servono sempre anche loro. E provare a indovinare dove andrà la prossima edizione.






























