Interviste

Attraverso lo sguardo del CAMALEONTE di BIANCO

L’ultimo lavoro di Alberto Bianco colpisce come un ricordo bello che ci lascia sorridenti e ammaliati nello specchio di quello che siamo oggi. Per ritrovarsi ci vuole la forza di un tuffo nel vuoto. Le istruzioni su come farlo e produrre un disco così emozionante basta leggere la sua intervista.

Articolo di Marzia Picciano

Niente giri di parole, andiamo al sodo subito, come la storia di questo disco mi suggerisce. ALBERTO BIANCO ha fatto un album bellissimo, Camaleonte (Garrincha 373). Lo ha fatto uscire quasi di soppiatto, a inizio febbraio, mentre tutti qui nel Belpaese ci scaldavamo per le Olimpiadi e pregustavamo il trash (un po’ spento, diciamolo) sanremese. E penso sia tutto molto giusto, anche questo: non c’è nessun understatement, ma una forte presa di coscienza. Perché, se questo disco è davvero bello, il motivo è che Bianco ha trovato la via per essere fedele a sè stesso, senza vergognarsene.

“Perché poi, sai, uno ogni tanto si vede nudo, e non si piace, no? Mentre altre volte, anche essendo consapevole delle proprie imperfezioni, si va bene. Anzi, non cambierebbe niente, il proprio corpo, con nessuno.”

È questo quello che rimane dopo un’intervista, a riflettere di come spesso i viaggi in macchina e ascoltare davvero la musica, tanto quanto chi ne è pregno e definito, ci aiuti a fare il passo giusto verso una direzione che è li solo per essere presa.

Camaleonte suona come un’eco di un passato intimo che si presenta, a onde, a lambire il presente. È una reminiscenza felice, di momenti belli, quasi ‘stupidini’ dice Alberto.

Arrivano in un momento di pausa contemplativa fatta di emozioni semplici e immediate, come il dolcissimo magico dell’adolescenza di Assiere, in cui i ricordi dei primi baci sono palpabili e appunto, semplici, come l’amare di quel primo sentimento, senza farlo apposta.

Prima e dopo ci sono degli intermezzi di entrata nella dimensione, momenti musicali che si trovano a metà tra le atmosfere di un altro mistico delle atmosfere come Lazslo de Simone e grattanti come una melodia di Frusciante. Eppure, Il Tempo È Un Bastardo e L’Amore È Anarchia (qui con il basso di Luca Carocci) sono due facce che si parlano, in un concetto di tempo che è dilatato e immanente quanto permetterebbe un ponte di Einstein – Rosen. E che alla fine finisce per chiudersi con il ritorno al presente, fuori dall’ipnosi, dei ritmi e scenari più funk (sembra di sentire Silvestri) di In Treno e Prenditi Bene, che con quel ci vorrei provare più aspirato che ossessivo ci mettono subito nella prospettiva di una porta che si apre.

Merito di un compagno di viaggio e creatività come Roberto Angelini, con il quale, dopo anni di collaborazione sul palco, ma sopratutto un’amicizia e un rapporto ormai intimo, nonostante le vite molto diverse, ha finalmente deciso di sedersi, nella casa nel reatino del polistrumentista romano, e fare, appunto, un disco insieme? Si, e non solo. Angelini ha saputo essere un bravo demiurgo, ed è pure vero che Bianco era molto più pronto ad abbracciare una dimensione nuova della sua produzione.

Il tutto nasce da un episodio, una sorta di epifania in un viaggio in macchina con Angelini. “Stavamo ascoltando il disco di un giovane artista. Un disco bellissimo, fatto proprio di quella cura quasi maniacale che ti puoi permettere quando hai un budget molto grande che ti permette di stare dei mesi in studio, o quando hai il tempo che ha un ragazzo così giovane. Dicevo a Bob, con un po’ di malinconia, che probabilmente non avrei avuto mai più quel tipo di tempo a disposizione per entrare così nei dettagli. E lui mi disse: ma noi non dobbiamo più fare quel lavoro lì”.

Per Angelini infatti, quel lavoro è parte di una fase, di un’età precisa. “Adesso noi dobbiamo spogliarci di tutto e andare all’essenza delle canzoni. Dobbiamo dare questo al nostro pubblico e non i dettagli.” Questo discorso di Bob ha segnato l’avvio del disco, insieme a un’altra esperienza con lui, quella di registrazione con il tascam, ovvero uno strumento a cassetta che, dice Alberto, “ti porta a all’essenza delle cose, perché hai poche tracce a disposizione per cui non puoi sovra incidere più di tanto portandoti ad avere una forma-canzone, una forma-mentis proprio essenziale”.

Questi due elementi, e quindi il procedere senza entrare nel dettaglio, ma in maniera più più trasparente, più cristallina “mi hanno fatto fidare di più del mio istinto e della mia pancia. Questo vale anche per i testi. Li ho scritti in frettissima, perché volevo che questo disco fosse la fotografia di quel momento meraviglioso, in cui stavo pensando quelle cose lì. Perché le avevo elaborate da poco, e i pensieri e l’ispirazione, se ci stai troppo sopra, diventano un’altra cosa. Spesso si, migliorano, ma a volte succede anche l’opposto”.

È stato come aver voglia di farsi questo regalo, in un momento in cui non doveva rendere conto veramente a nessuno. “Non avevo detto a nessuno che sarei andato a fare un disco, e neanche me stesso, neanche Bob lo sapeva. Però a un certo punto abbiamo iniziato a registrare una canzone poi lui mi dice: facciamone un’altra, se ce l’hai…”.

Camaleone infatti arriva scevro di aspettative e giudizi, pieno e diretto come una giornata di sole dopo un mese di pioggia nera. In una settimana neanche di permanenza a Torri in Sabina, in campagna a luglio, quando tutto ci si aspettava tranne che un disco, o di registrazioni in presa diretta, di armonizzazioni e arrangiamenti per le cicale e il fruscio del nastro – che in fondo sarebbe bastato un qualsiasi plug in per eliminarli, ma si sono tenuti proprio come scelta di campo.

Si aggiunge Andrea Fish Pesce e insieme sbloccano il potenziale non tanto di un disco quanto dello stesso Alberto, andando veloci e sicuri sulla rotta che porta a riveder le proprie stelle. “Perché alla fine siamo tutti e tre musicisti veloci, abbiamo un’esperienza tale per cui non dobbiamo più esplorare per capire che cosa ci piace o meno. Abbiamo un’identità, e lo dico con grande umiltà, definita e forte, per cui quando ci mettiamo sullo strumento, troviamo subito delle soluzioni in maniera molto naturale, fidandoci l’uno dell’altro.”

Per Bianco Camaleonte è stato anche un disco per fidarsi, ciecamente, e tuffarsi nel vuoto, che poi tanto vuoto non è. C’è lui e c’è questa metafora animalesca (anche se il titolo è arrivato dopo l’omonima canzone e tutto il disco) che permette diverse chiavi di lettura e tante interpretazioni. “Perché è una figura comunque assurda, surreale e quasi preistorica, che cambia colore, si mimetizza, guarda in direzioni opposte, con lo sguardo a 360°. E perché mi sento un po’ così anche io”.

Un animale preistorico? Non esattamente, per quanto possa contare diversi anni nel mondo della musica. “Ho visto nascere e morire tante cose, e continuare ad esserci, fare questo mestiere richiede un livello di adattamento all’ambiente circostante, pur mantenendo la propria identità”. Forse più per la capacità di visione. Il camaleonte vede molto, “senza poi in realtà riuscire a decifrare e capire in che direzione andare. E a volte invece bisognerebbe riuscire a vedere meno cose, per poter avere meno scelta”.

“Ho avuto la fortuna” aggiunge “o chi lo sa, la sfortuna di aver partecipato a questo mondo con vari ruoli, senza aver ancora deciso fino in fondo quale fosse quello più adatto a me, però riuscendo a portare me stesso comunque in tutto quello che facevo. Ma in questo disco, forse è la prima volta veramente la prima volta in cui, riascoltandolo, mi sento totalmente centrato e totalmente a mio agio con quello che sento. Mi sembra di ritrovarmi, un pochino”.

Chissà che Camaleonte non sia il volume uno, come dice Alberto, di una collaborazione che sembra essere più un’esigenza di due persone che devono dire qualcosa.

Per il momento potremo ascoltare dal vivo Camaleonte dal 25 marzo in tour, iniziando da Bologna, Sghetto, e passando per l’Arci Bellezza il 30 marzo e il Monk il 31 marzo.

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