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FONTAINES D.C.: il buco nero della “Dopamine Chamber”

Avevo bisogno del quinto disco dei Fontaines D.C. e non lo sapevo. Motivo: dice tutto quello che vorrei non dire mai.

Fontaines DC in concerto al Zitadelle di Berlino 2025 | foto di Pier Paolo Campo
Fontaines DC in concerto al Zitadelle di Berlino 2025 | foto di Pier Paolo Campo

Dove si fugge, quando tutto sembra perduto? A riprendere quelle brevi nozioni di classico sepolte nei meandri della mente, risponderei: da nessuna parte, ce lo tatuiamo addosso che non si può fuggire da se stessi – diceva Seneca – figurarsi quando ci crolla il mondo addosso. Chissà se lo pensavano anche Grian Chatten, Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan e Tom Coll, o il produttore James Ford quando hanno messo su quella grande fiera della disperata rassegnazione allucinata chiamata Dopamine Chamber.

Ironia della sorte: quando mi arriva da ascoltare il quinto disco della band rivelazione del fenomeno alternativo irlandese sono in transito su Avenue Louise, rossastra di giorno come di sera, quando inizia a suonarmi nella mente muovo verso l’aeroporto, verso il gate, verso un aereo che non sembra partire mai, sulla A91 verso un hotel che non risponde mai, se non all’ultimo. Sono tre settimane che non rimango nello stesso posto per più di 48 ore, sto operando una sottrazione, totalmente incosciente, da me stessa: un’infinita trasferta di lavoro. Non è una coincidenza che i Fontaines D.C. parlino di fuga e “riflettere la bruttezza” di un mondo in cui tutto è corrotto, tutto è sbagliato (cit.) quando la sottoscritta vorrebbe solo mettersi a urlare. O farsi un’iniezione di dopamina, giusto per sapere se sono ancora viva. 

Per questo ho amato particolarmente Dopamine Chamber, dal primo ascolto. Siamo fuori da Dublino, siamo ovunque. La grande verità non detta è che per quanto possiamo sforzarci di essere oggettivi, soppesare novità e fascinazioni moderniste, la nostra valutazione di un disco non riuscirà mai a prescindere completamente da come siamo, dove siamo quando quel pacchetto emotivo ci arriva addosso. E quindi nonostante l’uso o abuso del theremin, i continui rimandi a Cure, Pablo Honey, a un’estetica che sta tornando sempre più pesantemente nel nostro immaginario, anche in quello della Gen Z (che pure non la conosce), inclusi i rimandi a un passato aulico e intenso come le canzoni di Mina che Chatten menziona parlando delle sue ispirazioni, in via di assoluta putrefazione, ecco, Dopamine Chamber mi trova in un momento di non luogo, dove l’urgenza di restare, anche nella più insalubre delle situazioni, si sfalda inesorabilmente sulla necessità di andare verso un precipizio che un po’ temiamo, ma in fin dei conti, bramiamo. 

È dal distopismo tecnologico di Six Shot Morning che capiamo dove i Fontaines vogliono andare (nella vita che viviamo, siamo più vicini a una pagina di Philip K. Dick che a una commedia all’italiana). La voce di Chatten è robotica come quella di Ian Curtis, se non quando si ricorda di aprirsi, suadente, per inseguire i ritmi più accellerati del disco. Eppure in Dopamine Chamber non si corre mai. Si sta, in fotogrammi di quello che è un deludente buco nero, da romanticizzare come le storie sbagliate, perché altrimenti, cosa ci rimane di tutto lo sforzo fatto?

Marianne, singolo di lancio del disco, è quanto più di lento e claustrofobico troviamo nello stile riconoscibile dei Fontaines, al pari di Demolition, veri e propri ganci per l’audience, come a dire: siamo qui, ancora, ma vedete dove andiamo. Parliamo di quella cifra che li ha portati a riempire i palazzetti, il cinematic feeling che li fatti parlare una lingua comprensibile da tutti, anche chi non ha mai detto in vita sua il termine “post punk”. Perché poi post punk è la revenge song Happy For You e il muro di suono che cerca di non straripare, fino all’ultimo, dai pochi accordi in scala, basici quanto un esercizio di musica per bambini. E, probabilmente, suonerebbero nuove anche le psichedelie scenografiche latenti da Death in Vegas di One Man. O quella carezza sulla tossicità raccontata in Japan, pezzo totalmente ’90s, talmente Radiohead, incredibilmente perfetto e già consumato più e più volte dalla sottoscritta, e che si strania così eloquentemente con la chiusura di Intimate. Come del resto, non ci saremmo aspettati Rosalia cantare come Lana Del Rey nel magnetismo di Where Is Gone? (e, al di là di non aver minimamente percepito l’essenza della popstar in questi brano, rimane una ballad estremamente riuscita).

Per quanto le reference e il contesto in cui i nostri si muovono in questo lavoro siano noti, o comunque niente di nuovo sotto al sole di fan bombardati di stimoli, e corsi e ricorsi storici, il disco che ne esce è esattamente quello di cui avevo bisogno. Perché i Fontaines D.C. mettono nero su bianco un tema di onestà intellettuale: a noi la tossicità ci giustifica, se non gratifica.

C’è qualcosa di irrimediabilmente erotico nel finire, così come di eccitante nel precipitare, ed è così che procede tutto Dopamine Chamber: in un incidere dantesco in un inferno che è la nostra realtà dissociata, come se fossimo in grado per un secondo di guardarci da fuori, e magari commiserarci. E dove scappiamo quando è così palese che non c’è via di scampo?

Non c’è vita oltre, o fuori dalla disperazione. O possiamo fare come Marianne, farci aiutare a scomparire. Perché senza dolore, come facciamo a sapere se qualcosa vale davvero? Se non siamo sull’orlo del precipizio, se non ci torturiamo sempre con lo stesso pensiero, se smettiamo di temere, se lasciamo andare, chi siamo? 

FONTAINES D.C.

26 OTTOBRE 2026 – UNIPOL ARENA, BOLOGNA (SOLD-OUT)
18 GIUGNO 2027 – ROCK IN ROMA, ROMA
19 GIUGNO 2027 – I-DAYS FESTIVAL, MILANO

Prevendita biglietti:
su Ticketone > https://tidd.ly/4iEAUFI
su Vivaticket > https://tidd.ly/4gVBSuK
su Ticketmaster > https://www.rockon.it/fontainesdc

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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