Se dovessi eleggere un locale Italiano a rappresentanza del movimento punk o, comunque, della musica indie, indicherei senza dubbio il Bloom di Mezzago. I muri di questo piccolo locale, inghiottito nella provincia meccanica brianzola, trasudano storia. Da qui sono passati alcuni tra gli artisti più significativi degli anni 90. Attraverso quasi tre decadi di attività, questo palco è stato calcato, negli anni, da band del calibro di Nirvana, Queens of the stone age, Screeming Trees, Dinosaur Jr., Afghan Whigs ecc… ecc…
Band con un comune denominatore che è salito ieri sera, a distanza di tre anni esatti dall’ultima performance, sul palco del locale brianzolo: i Mudhoney, perché, diciamocelo, all’inizio di tutto c’erano loro, ci sono sempre stati Mark Arm e Steve Turner, ancor prima di assumere il nome attuale, quando ancora liceali formarono i Mr. Epp, quando successivamente all’incontro con Stone Gossard e Jeff Ament dei Pearl Jam fondarono i seminali Green River. I Mudhoney hanno aperto le strade, successivamente lastricate d’oro da altri, ad un movimento che, partito da Seattle trent’anni or sono, si è successivamente diffuso a macchia di leopardo in tutti gli States.
Ma, come spesso accade, chi disegna la rotta non è poi in grado di cavalcarne l’onda successiva. O magari semplicemente ai Mudhoney non interessava farlo, volendo a tutti i costi rimanere fedeli a quella formula musicale, a quel loro personale sound, che non sarebbe mai potuto diventare più di tanto mainstream.
La serata viene aperta da un musicista interessante, tale Barton Carrol, autore di una prova di spessore, ottimo intrattenitore, promotore di un alternative folk che si imprime addosso fin dal primo ascolto. Barton è un “figlioccio” di Steve Turner, suo produttore, che lo raggiungerà successivamente per un duetto.
MUDHONEY BLOOM 17-05-2015Mudhoneymudhoneyonline.comHub Music FactoryShining Production
Posted by Bloom on Lunedì 18 maggio 2015
Sono le 22 circa quando i Mudhoney si presentano sul palco, davanti ad una sala ormai gremita. Tocca a Poisoned Water aprire le danze e si inizia, da subito, a saltare come forsennati, nonostante l’età media viaggi sui 40 e la temperatura del locale abbia raggiunto quella di un paese della fascia Equatoriale.
La successiva “I like it small”, estratto da Vanishing Point, ultima fatica in studio della band, è già un anthem nonostante la sua giovanissima età, divertente decalogo nel quale Mark ci sciorina il perché a lui piacciano le piccole cose, ben lontano dall’essere ossessionato da un successo mai troppo voluto.
Con la successiva “Oblivion” si torna ad attingere da quel bell’album che è “Tomorrow hit today”, ma è con la successiva “Into the drink” che i Mudhoney ci catapultano per davvero indietro di vent’anni, ridando temporaneamente nuova vita alle logore t-shirt indossate dai presenti, ostentati cimeli dei tour storici del sodalizio di Bellevue.
Sulla celebre “Touch me I’m sick” il tappo salta definitivamente, il pogo inghiottisce tre quarti del pubblico in una scoordinata danza estatica che vede il suo culmine nel momento in cui un soggetto riesce a salire sul palco per gettarsi successivamente sul pubblico sottostante, per un nostalgico crowd surfing che mi ha fatto sentire nuovamente ragazzino.
I Mudhoney non dimenticano i passaggi che, a partire dall’ormai lontano 1988, li hanno portati sino a qui stasera, omaggiando quasi interamente la loro produzione in studio nella scelta della setlist. E’ cosi che assistiamo all’esecuzione della nuova punkeggiante “Chardonnay”, passando per gli esaltanti episodi presenti in “My brother the cow”, sino alla richiestissima cover “Hate the police”.
In definitiva un concerto muscolare, un po’ impreciso, con un impianto audio forse non all’altezza, ma, d’altronde, i Mudhoney ci piacciono così, sporchi e cattivi, ci piacciono le danze scoordinate di Mark e i suoi talvolta goffi tentativi di erigersi ad improbabile erede di Iggy Pop, quell’Iggy Pop che con i suoi Stooges ha condizionato, e non poco, il sound della band di Seattle.
La band abbandona il palco dopo un’ora e mezza, tirata come ai vecchi tempi, ringraziando presenti e un, a quanto pare ottimo, Vermentino, ringraziato metaforicamente a più riprese durante la serata.
Nel percorso che mi ha portato verso l’auto ho avuto la fortuna di incrociare Mark e Steve e scambiare due parole con loro, due ragazzi umili che, di certo, non si sono montati la testa. Quando un ragazzo tra i presenti ha loro allungato il vinile originale dei Green River per un autografo, Mark è sembrato emozionato a tenerlo tra le mani, incredulo e quasi spiazzato, come a dire: questa versione non ce l’ho nemmeno io.
Ok Mudhoney, è chiaro, “you like it small” e, a noi, non dispiace per nulla.
MUDHONEY – scaletta Mezzago (MB) – 17 Maggio 2015
Poisoned Water
I Like It Small
Oblivion
Into the Drink
Inside Job
Broken Hands
F.D.K. (Fearless Doctor Killers)
Get Into Yours
1995
Where the Flavor Is
Judgement, Rage, Retribution and Thyme
Sweet Young Thing (Ain’t Sweet No More)
No One Has
Touch Me I’m Sick
The Money Will Roll Right In (Fang cover)
Next Time
I’m Now
The Final Course
Hate the Police (The Dicks cover)
What to Do With the Neutral
Chardonnay
The Only Son of the Widow from Nain
