Musica

Rimanere anziché tornare. I Cani, Satantango e Cellini alla data zero del TRANSUMARE FEST 2026

Quello del 1mo agosto del Transumare Fest non era un banale assaggio ma, più semplicemente, la necessità di rendere un festival perenne, nel territorio, come una tradizione. Senza che ci si abitui a sparire.

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Giorgia Zamboni

La Metamorfosi del Transumare Fest 2026 di Roseto degli Abruzzi (che avevamo raccontato per la sua presentazione a Milano qualche mese fa) passa inesorabilmente per una discontinuità che non si allontana minimamente da quello che possiamo aspettarci da un festival che nasce dal basso.

Partiamo subito dalla resa della data zero – così possiamo indulgere dopo nelle note affettive, senza togliere il giusto valore alle cose.

Quella di Transumare Nello Spazio, prima prova di un distaccamento di sostanza dalla tre (quattro) giorni di fine agosto, è riuscita, e il paziente, signori, non è morto. Portare I Cani a Roseto degli Abruzzi, area stadio comunale Fonte dell’Olmo, non esattamente il capoluogo regionale in cui avremmo visto più facilmente localizzarsi Contessa, e legare tre act prima e dopo (Atlante, Satantango, Cellini) che potessero seguire uno storytelling di senso e in linea con un’iniziativa si propone di nascere dalla pancia di chi, volente o nolente, si trova nell’età di mezzo – che è tutta oro in un momento che ci chiede nostalgia, e pure un’anemoia del passato che non fummo – insomma, non era una cosa scontatissima da fare.

Anche se nessuno mi toglierà dalla testa che sarebbe stato comunque più facile farlo a Roseto che, banalmente, a Pescara (polemica sterile, ovvio, ma non da zittire).

Perche’ oltre all’emozione, sincera, di un gruppo di persone che vede la pop-band di culto per eccellenza della loro formazione fare un concerto a casa loro, c’è tutto il resto, che alla fine fa sostanza.

Atlante apre che non è ancora sceso il sole (e il caldo). I Satantango saranno giovani, saranno di Cremona, eppure sono quello shoegaze italiano che non sentivo dai Soviet Soviet, con quella punta di dolcezza commerciale che solo certi pezzi come Permafrost sanno comunicare (mi ha accolto mentre arrivavo, ovviamente in ritardo, nel parterre).

Cellini, artista di origini italo-meridionali di base in Belgio, che pure avevo sentito l’anno scorso sempre al Transumare (e giusto per ricordare, ci avevamo parlato), si presenta a mezzanotte con tamburi e tamburelli, synth e accenni di abruzzese sulla base di un drum&bass veloce e martellamte; chiude un cerchio ideale di deep dive radicale che non è assolutamente quello che mi aspettavo, ma è giusto così – il più delle volte le cose devi lasciarle essere, piuttosto che immaginarle. 

Quindi, I Cani, Contessa. Che dire.

A marzo non ero io la firma che, nell’ultima, affollatissima data dell’Alcatraz, raccontava il ritorno di uno che per la sottoscritta, anni fa, a Roma, occupando un’improbabile pied-à-terre reso abitazione stabile in Via Massaciuccoli (e che anche oggi su Maps è segnato come “casa”, e non c’è niente che mi dissuaderà dal cambiarlo), è diventato la reference di sottofondo di ogni mia azione. Post Mortem era uscito da mesi, lo avevo ingurgitato per digerirlo poi con le stesse tempistiche di una gestazione elefantiaca, senza riuscire a dire niente. E non per fanatismo, ma per la sincera convinzione che Contessa sia, forse, troppo intelligente per essere un semplice fenomeno che, a un certo punto, ha deciso di Sparire per dieci anni, e poi risorgere – dopo la morte, per l’appunto.

C’è una generazione di persone che dal momento in cui sono comparsi i suoi primi video su YouTube ha avuto la percezione puntuale di essere vista – e non il Pariolino di 18 anni, ma quello che sta a guardare e ride, quello che oggi come me o Niccolò ha un lavoro, magari l’ha cambiato più volte, figli e mutuo, oppure semplicemente sta a guardare, e di nascosto, invidia. E ve lo dice una che Contessa se lo ricorda con una busta in testa al Circolo degli Artisti, o nel pubblico de La Locanda Atlantide, accanto al suo amico scrittore affermato che vale quanto due esami. E che ora canta: e non è avere trent’anni, e non è avere vent’anni (e non venite a dirmi che Come Vera Nabokov non è una canzone d’amore), praticamente a casa mia.

Se Aurora era necessario per internazionalizzare il microcosmo di Corso Trieste, Post Mortem è un disco fatto per essere suonato dal vivo. Da quel ritorno ad aprile dell’anno scorso era chiaro: dopo tutti questi anni, non ci si poteva limitare a fare propaganda esistenziale – per quanto sia qui la potenza de I Cani.

Oggi si porta la band (“noi siamo I Cani“); i brani più vecchi sono ri-arrangiati, bene (la coda di Post Punk live ne è un segno importante). Poi, si deve variare la scaletta. Quella di questo tour estivo prevede di inserire Asperger, frutto di una collaborazione con dei rocker new wave crepuscolari come i Gazebo Penguins e pezzo assolutamente tra i miei favoriti, che ha l’effetto unico di farmi svegliare con la voglia di sentire a ripetizione Cpr14. Le reference, gli Easter eggs tanto quanto la costruzione artistica del tutto, ci sono, a frotte, e soprattutto nascosti in piena vista. Del resto Contessa non parla di mondi paralleli, ma dell’immanenza del reale, fatto di post, whatsapp, vestirsi da adulti, che poi è la nostra non-nobile-poesia.

Quello de I Cani è un ritorno per andare avanti, seppure strizzando l’occhio a un modo di sentire che non ha nulla di visionario, è solo più ferocemente puntuale: perche’ siamo più vecchi. Non abbiamo cambiato occhi, sono solo pieni. Pure Squalo Balena, inedito in acustica per il gig test, alla fine, mi porta a vederlo più come un Billy Corgan romano, che come il profeta delle nuove generazioni. Ma perché il nostro non ha mai abbandonato quella cosa che muove tutto il suo, nostro, incredibilmente ricco (di divertissement e fregnacce serissime) universo: l’irreprensibile necessità di non sentirci irrilevanti nel momento in cui spariremo. C’è qualcosa di più anni ’90 di questo, o nei mosh pit per Velleità?

Cosa rimane di un fenomeno di cui non c’è niente di twee, di dolce, se non un’intimità caustica, un po’ imbarazzata eppure feroce come la voce di un super Es che non soddisfiamo mai? Forse il tema è “rimanere“.

Contessa ci è sfuggito per anni per poi palesarsi vittima del mercato musicale, perché ha deciso che per rimanere bisognava tornare, e quindi raggiungere tutti i luoghi della nostra esistenza, soprattutto quelli dell’hinterland? A lavoro si dice “matching the agendas” e magari si ascolta pure sfortuna, ed è quel modo figo di dire ‘prendere due piccioni con una fava’, ma per chi vuole è anche una rivelazione: puoi fare coesistere nostalgia e futuro anche nell’area di risulta di uno stadio di provincia, puoi continuare a essere te stesso e credibilissimo anche decentrandoti e non serve farsi ore di cinematografia sorrentiniana per capirlo. Lo hanno fatto dei ragazzi che hanno deciso di rimanere, piuttosto che rientrare nella retorica del tornare. Perché non farlo anche tu che ti dimeni tra velleità e voglia di sparire?

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