Articolo di Agnese Ermacora
Settembre ha qualcosa che gli altri mesi non possiedono: la compresenza degli opposti. È partenza e fine, luce che si raffredda ma acceca. E mentre le giornate si accorciano, gli impegni si allargano. Ciò che resta delle fantasie dell’estate sembra galleggiare in una zona sospesa, che non appartiene più del tutto alla stagione appena trascorsa ma nemmeno a quella in arrivo. È un mese che procede per sottrazione, come se qualcuno, lentamente e senza avvertirci, svuotasse una stanza portando via gli oggetti, uno dopo l’altro, senza dirci quali. Ed è dentro questo spazio che arrivano I Cani, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per la seconda serata romana del loro ritorno dal vivo, nell’ambito del Roma Summer Fest.
Aprono la serata i Vascelli, coraggiosi e presenti. Poi tutto si spegne. L’oscurità diventa già accadimento, perché è concerto. Prendono forma “Buio” e “Buco nero”, con la band schierata sul palco ma invisibile. Tocchiamo subito il fondo, mossi da una sensazione magmatica e complessa, e da lì prendiamo uno slancio verso la superficie, verso la luce o forse verso la sua stessa possibilità. Se il palco non mostra, noi vediamo quello che accade dentro.
Con “Nella parte del mondo in cui sono nato”, la Cavea si allarga: arrivano le immagini. Frammenti di cinema muto che accompagneranno tutto lo spettacolo. Corpi, movimenti, volti. Immagini del passato che non hanno il compito di raccontarlo. Ci si accorge della profondità del suono e si comincia a capire che, quando ci si aspetterebbe una chitarra, arrivano i synth, spostando il baricentro. Il suono viene deformato quel tanto che basta a sottrarlo alla nostalgia. Fucsia, bianco e nero: una grammatica visiva, dentro la quale convivono asperità e la nitidezza di una fotografia contemporanea.

“Wes Anderson”, “Asperger” e poi “Carbone”, più dolce e raccolta. Cambia il rapporto con il pubblico. Le canzoni tornano indietro: la Cavea le restituisce attraverso le voci di chi si unisce al canto, fino a “Questo nostro grande amore”. Da quel momento il live si muove come un’onda lunga. “Come Vera Nabokov”, “Hipsteria”, “Le coppie”. Poi “f.c.f.t.”, con la sua parentela con un certo immaginario dei Bluvertigo, prima che “Felice” lasci che l’onda si ritiri fino all’essenziale: chitarra e voce. “Un’altra onda” riprende il movimento, poi arriva “Post Punk”. E ancora “Aurora”, “Corso Trieste”, “Il posto più freddo”.
La sensazione è quella di continuare a nuotare, attraversando correnti di forza e temperature diverse. Il concerto tiene insieme ciò che, in apparenza, dovrebbe restare separato. I video d’archivio e la contemporaneità. La nostalgia e qualcosa che continuamente sfugge. Come se cercasse di ricomporre le differenze, ma le lasciasse convivere. E ci chiedesse di fare lo stesso con noi. Poi il concerto prende velocità, accumulando brani: “Colpo di tosse”, “Non finirà”, “I pariolini di diciott’anni”, “Velleità”, “Calabi-Yau”, “FBYC”, “Sparire”. Fino a “Lexotan”.
Sul palco c’è quella chirurgica malinconia che ha sempre attraversato i brani de I Cani. Perché I Cani sono settembre: dolorosi, ma mai sentimentali. Collezionisti dei brandelli di ciò che è stato e che continua a muoversi anche quando pensiamo di averlo lasciato indietro. Costringono il passato a riemergere nel presente, ma solo per ricordarci che sono le stesse ferite a renderci vivi.
Il live è molto suonato, pieno, curato senza diventare freddo. È soprattutto molto bello. Sul palco Valerio Bulla, Simone Ciarocchi, Andrea Suriani, Francesco Bellani e Marcello Enea Newman costruiscono una macchina precisa, nella quale ogni elemento entra nel momento esatto in cui deve entrare. Chirurgia e umanità: un altro degli opposti che il concerto tiene insieme.
E poi c’è la luce. Quella dell’inizio di questo racconto. Che viene evocata, promessa, immaginata, ma non arriva mai. Quando tocchiamo la superficie, ci accorgiamo che l’ossigeno è poco. Che respirare non è ancora un gesto naturale. Che forse la superficie non è nemmeno il luogo che stavamo cercando.
E allora ci reimmergiamo. Nella corrente, dentro settembre. E ricominciamo a nuotare. Non per arrivare da qualche parte, ma per scoprire che si può stare ancora lì, nel buio, senza sentirsi in colpa. E capire che, in fondo, tutto questo non fa più nemmeno così male.













![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















