Articolo di Chiara Amendola | Foto Lara Bordoni
A due giorni dal mio rientro dal Primavera Sound sono già in crisi d’astinenza da live, trovo la cura con i Fontaines DC, che ho già avuto modo di idolatrare sul palco di Barcellona con sommo piacere, un ottimo compromesso per dare un upgrade al mio umore.
Vestito con una t – shirt oversize, madido di sudore, il cantante dei Fontaines DC, Grian Chatten – in concerto al Magnolia dopo una lunghissima agonia da parte dei fan – sbatte ripetutamente l’asta del microfono sul palco, come se stesse punendo il pavimento sotto di lui. Il palco, tuttavia, non ha colpe. Il suo stile è in netto contrasto con l’elegante completo ceruleo del chitarrista Carlos O’Connell, che accompagna con il suo corpo mansueto gli accordi dello strumento. Ogni componente della band ha un look distintivo: Grian Chatten ricorda i frontman del Britpop con i suoi abiti sportivi, il chitarrista Conor Curley, con i capelli rosso fuoco, è un rocker degli anni ’60/’70, Carlos O’Connell bello e dannato sembra scito da un cult movie 90’s, il bassista Conor Deegan è una specie di alchimista silenzioso che penzola nelle retrovie e il batterista Tom Coll, spicca dalla sua postazione per i tatuaggi da cui è completamente ricoperto.
Formatisi nel 2017 e chiamati con il nome di un personaggio de Il Padrino, i Fontaines DC si sono affermati come aspiranti salvatori della guitar-music, mettendo allo stesso tempo in discussione quella fama nascente che li etichettava prevalentemente come post-punk irlandese, il tutto con un’inclinazione poetica. Il palco è probabilmente il loro habitat più naturale, dove tutta l’ambivalenza del loro lavoro si traduce in certezze: canzoni intense, eseguite con impegno.
Ogni album dei Fontaines DC finora è stato accompagnato dall’affermazione che la band sta battendo nuove strade nel tentativo di non ripetersi. In realtà, ogni loro disco fornisce una linea di demarcazione ben udibile, e Skinty Fia conclude un trittico vincente non modificando troppo la formula con la differenza di trarre ispirazione dal guardare all’Irlanda dall’esterno, con i membri della band ormai in diaspora.
Il pubblico dello spettacolo è rappresentativo di una band che si adatta a così tante fasce demografiche. C’è un pit frenetico con braccia tese al cielo a tratti ipnotiche; energici amanti del rock, kitsh e un po’ trasandati, che annuiscono ad ogni pezzo dando la loro approvazione con un luccichio negli occhi, e in fondo alla sala, un buon numero di persone, capitate lì per caso e piuttosto distratte che scattano selfie da boomer.
Quando arrivano i Fontaines nel parterre siamo ormai messi come sardine e si percepisce l’attesa. La band non delude, i brani più importanti suonano in modo deciso e la folla abbraccia le nuove canzoni come vecchi amici. Nessuno si arrende, non c’è alcun esodo verso il bar.
Dopo aver iniziato con “A Lucid Dream” “Hurricane Laughter” e “Sha Sha Sha“- che ha decisamente fatto partire il live con una dose massiccia di energia – è stato il momento di “Roman Holiday” “I Don’t Belong“, “Nabokov” interpretate con un animo furioso e viscerale – dimostrando che la band sa come prendere il pubblico nel palmo della mano – seguiti da “Big Shot” tumultuosa e lunatica.
Grian si esibisce con l’intensità di un uomo posseduto. Mi ricorda il modo in cui Ian Curtis si perdeva nella musica e la spavalderia di Liam Gallagher. Su “Jackie Down The Line“- ritratto della mascolinità tossica – ha persino qualcosa degli Smiths.
A metà concerto una ragazza in prima fila sta male, lui se ne accorge. Blocca lo spettacolo per 15 interminabili minuti e torna sul palco solo dopo essersi accertato che si sia ripresa.
Che infinita umanità.
Ne approfitto per una pausa bagno che al Magnolia si traduce in un’esperienza ultraterrena, la peggiore punizione per il più recondito girone dell’inferno dantesco, quello destinato agli ex.
I ragazzi rientrano regalandoci un fuori scaletta, “In ar gCroithe go deo” per poi addentrarsi nel momento più scatenato dello show. L’atmosfera raggiunge il suo apice quando inizia la parte finale del set con “Boys in the Better Land“. A questo punto vedo volare bicchieri di birra e persino delle persone – inizia il pogo feroce. La folla riprende fiato prima del bis, più lento e rilassato.
L’encore si chiude con “I Love You“, un lento maestoso ed espansivo; un post-rock maturo per il puro, doloroso senso di nostalgia di Chatten. Il pezzo è preannunciato dal basso sferragliante di Deegan – la performance è illuminata da luci stroboscopiche. Mi rendo conto che in tutte le lodi di questa band, non si parla abbastanza dell’implacabile batteria di Tom Coll, che tiene al guinzaglio il caos delle due chitarre.
Mentre le note dell’ultimo pezzo cadono, i corpi disinvolti dei membri del gruppo scendono dal palco con la stessa disinvoltura con cui sono saliti.
Questa serata è stata un grande giro di boa, ma anche uno stuzzicante teaser per la grandezza che ci aspetta. Un piacevole promemoria del fatto che la vita non è sempre vuota, e io torno finalmente a casa in un’overdose di emozioni.
FONTAINES D.C. – la scaletta del concerto al Circolo Magnolia di Segrate
- A lucid dream
- Hurricane Laughter
- Sha sha sha
- Roman Holiday
- I don’t belong
- Chequeless
- Televised mind
- Nabokov
- Big Shot
- Too real
- In ar gCroithe go deo
- How cold love is
- Jackie down the light
- A hero’s death
- Skinty fia
- Boys in the better land
- I love you
