Reportage Live

Ho partecipato a un concerto di PAKY ed è stato illuminante

Con il suo Salvatore Tour, Paky si conferma la voce di una generazione incazzata con il mondo

Foto di Marco Arici | Articolo di Chiara Bernini

Piumini, borselli e irrequietezza giovanile. Il quadro che si presenta davanti ai miei occhi nella fredda serata di novembre non è quello della solita folla adulta dei concerti rock a cui ormai sono abituata. Fuori dall’Alcatraz, in fila uno dietro l’altro, ci sono ragazzini tra i 14 e i 19 anni. Con una sigaretta in una mano e il telefono aperto su Instagram nell’altra, stanno aspettando di assistere a uno dei pochi concerti di Paky. E tra loro, con grande curiosità, mi sono intrufolata anche io. 

Dopo Torino, quello di Milano è stato infatti il secondo live del Salvatore Tour. Un minitour di sole sei date che questo mese ha visto il trapper calcare anche i palchi di Roma, Firenze e Napoli per promuovere Salvatore, il suo primissimo lavoro in studio già certificato disco di platino. Insomma, un’occasione più unica che rara per soddisfare quel mio guilty pleasure di cantare a squarciagola l’intro di Blauer.

Ma oltre ad appagare una mia personale perversione musicale, ho deciso di partecipare al concerto di Paky soprattutto per infrangere quella barriera di diffidenza che aleggia nei confronti della trap e dei suoi ascoltatori. Una sfida personale con chi rifiuta a priori il genere, i testi politically incorrect e tutta la sfera di emozioni violente che si trascina dietro. E beh: è stato illuminante.

Classe ’99, Vincenzo Mattera è originario di Secondigliano ma è stato adottato sin da piccolo dalla lombarda Rozzano. Nel giro di tre anni, è salito sul tetto della trap italiana, imponendosi come uno dei maggior rappresentanti della vita di periferia. L’impressione, però, è che Paky sia più di un semplice portavoce del ghetto, impersonando la guida di un’intera nuova generazione incazzata col mondo. A dirlo non sono io, ma alcuni tra i presenti stessi. “Ho 16 anni e Paky per me rappresenta la rabbia. È una valvola di sfogo”, mi spiega un ragazzo con cui scambio quattro chiacchiere prima del concerto. “Io sono di Rozzano”, mi confida un altro con la felpa del Napoli, “Lui racconta com’è la nostra vita di giovani abbandonati da tutto e da tutti. Ogni sua parola pesa cento chili”. 

Del resto, Rozzano è uno dei cardini su cui ruota l’intera poetica di Mattera. La città-ghetto che lo ha accolto, forgiato e salvato da un’infanzia difficile che, così come Paky stesso afferma, accoglie “i rifiuti di Napoli”. Una vita, quindi, vissuta sotto l’ombra della Torre Telecom, ormai diventata simbolo di quella periferia sud di Milano nonché emblema della vita di strada. Una presenza talmente ingombrante da costituire l’unico oggetto scenico fisso durante tutta la sua esibizione meneghina. 

Sul palco, ciò che sorprende di Paky è la capacità di raccontare il suo difficile passato non solo attraverso la musica ma anche tramite il teatro. Le quasi due ore di concerto milanese, infatti, sono state letteralmente un tuffo nella sua esistenza travagliata. Un viaggio diviso in sette atti intervallati dalla rappresentazione sul palco di momenti di vita quotidiana in periferia fatta di spaccio e degrado. Il tutto seguito da stralci di un documentario, dove immagini e testimonianze inedite ripercorrono la vita privata di Vincenzo.

E così, tra set contenenti brani quali Pascià, Quando Piove Bella vita, si sono alternati momenti di intrattenimento con scene drammatiche di rapine a mano armata o di violente baby gang in quartieri fatiscenti. Un’acuta riflessione su una realtà di decadenza e abbandono che ci circonda e di fronte alla quale restiamo indifferenti. 

“Ero sprecato sui banchi di scuola o su un motorino”, dice Paky in uno dei video. “Dopo tutto quello che ho vissuto, non potevo fare altro che musica”. Il pubblico lo sa, accogliendo con boati di approvazione ogni canzone che si sussegue nella frenetica notte milanese. Sotto la coltre di cellulari levati al cielo per riprendere ogni attimo di quell’esibizione, c’è infatti un’armata di ragazzi che, come lui, si sentono isolati. Una gioventù che vorrebbe gridare il suo malessere e che invece viene zittita da un mondo che si rifiuta di ascoltarla. Un muro invalicabile quindi che la costringe a rifugiarsi nel conforto dei testi di Mattera, demonizzando il proprio disagio interiore sulle performance di Vita Sbagliata, Comandamento Mi Manchi.

Dopo quaranta minuti di concerto, la commistione tra delirio ed emozione ha ormai preso il sopravvento, facendo saltare l’Alcatraz a ritmo di hit quali Auto Tedesca e Blauer. È, però, quando salgono sul palco Luché – mentore di Vincenzo –, Marracash e Gué che il tempio della musica meneghino si incendia. Tre mostri sacri del rap italiano le cui collaborazioni con l’astro nascente Mattera rappresentano la sua consacrazione definitiva nell’olimpo del genere. “Attualmente Paky è uno dei tre artisti migliori in circolazione” mi aveva detto spavaldo un ragazzo con cui avevo parlato. Ed effettivamente, il passaggio di consegna nel portare alto il nome del rap viene direttamente dalla bocca di Marra che, stringendosi in un sincero abbraccio di fratellanza con Paky, esclama: “Lui è la voce di questa nuova generazione!”. Insomma, una benedizione con i contro cazzi.

Ma Rozzano e la sua street life rappresentano solo una parte del mood aleggiante in Salvatore. L’album d’esordio di Paky è infatti segnato da una seconda anima ancora più tragica e personale: la morte dello zio. Un drammatico prima e dopo nella carriera di Mattera che, seguendo il file rouge teatrale di tutta la sua esibizione, ci viene sbattuto in faccia sulle note della penultima canzone Non Scherzare.

Un brano toccante eseguito da Paky in un disturbante ma esemplificativo siparietto in cui, legato a un cappio, personifica quel senso di soffocamento che lo perseguita dal 2018. Quattro anni passati senza respirare dopo la scomparsa dello zio. Una perdita incolmabile che, come spiega lo stesso artista, lo ha spinto a raccogliere la sua rabbia e fare sul serio. Non a caso, lo stesso nome d’arte rappresenta l’abbreviazione di Pakartas, un termine lituano per indicare qualcuno che non respira più, un impiccato… E impiccati ci siamo sentiti anche noi per tutta la durata della canzone, pendendo dalle sue labbra.

Un intorpidimento destabilizzante da cui lo stesso Paky ci risveglia, concludendo lo show e sancendo così il suo successo milanese con l’inno dedicato alla sua città: Rozzi. “Io qua ci muoio / Frate a Rozzi / Sì muoio a Rozzi”. Questo il ritornello che, come un mantra, viene gridato a tutto fiato da Vincenzo, seguito all’unisono dal pubblico che contemporaneamente si lancia in trascinanti moshpit. E mentre i corpi dei giovanissimi presenti si intrecciano per un’ultima volta come un’energica folla danzante, Mattera chiama a raccolta la sua crew. Amici e familiari di tutte le età si affollano così sul palco dell’Alcatraz, stappando bottiglie e abbracciandosi per festeggiare il suo trionfo.

“Bacio ognuno di voi” esclama rivolgendosi ai fan. “Grazie per aver speso anche solo un centesimo per venire a vedermi questa sera”. Volge un ultimo sguardo alla Torre Telecom che, come un’ombra, lo accompagnerà per tutta la vita quale monito delle sue origini. “Vi sarò debitore per sempre”, conclude commosso.

Clicca qui per vedere le foto di Paky in concerto all’Alcatraz di Milano o sfoglia la gallery qui sotto

PAKY – la scaletta del concerto di Milano

Intro

100 Uomini

Pachà

Tutti i Miei Fra

Paky Freestyle

Boss

Boogyeman

Star

Tuta Black

Rari (feat Tedua)

Mama Criminal

Auto Tedesca

Vita Sbagliata

No Wallet (feat Marracash)

Quando Piove

Mi Manchi

Giorno del Giudizio (feat Luché)

Che Stai Diccene’ (feat Luché)

Blauer

Giorni Contati

Comandamento

Bella Vita

Vivi O Muori (feat Gué Pequeño)

Ti Levo Le Collane (feat Gué Pequeño)

Belen

Sharm El Sheik

Storie Tristi

Non Scherzare

Rozzi

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