Il quarto giorno si può dire che si resuscita sulla terra o rendiamo la saga biblica qualcosa di più simile a The Walking Dead? Anche perché io di zombie oggi non ho niente. Anzi. Sto ancora in visio coeli e mangio tortilla.
È finito il MAD Cool 2024, vorrei poter dire lo stesso anche del mio viaggio nei sentimenti ma con una novità. L’ultima giornata del festival, pur arrivataci con le peggiori sedute spirituali nel pinnetto della mia camera aorta, è stata decisamente il falò finale del mio esame di coscienza, attuato con una particolare tecnica: una fortissima esposizione a Brandon Flowers e Avril Lavigne. E non solo.
Si, è la giornata dei The Killers, Avril, Bring Me The Horizon, Gaslight Anthem, ma anche 2 Many Djs, partita un po’ malino con le defezioni di The Blessed Madonna (che avrei voluto ballare) e TYLA last minute, ma insomma, ce ne siamo fatti una ragione. Anche perché, occhi alla folla, è evidente: le magliette sono per loro, la franco-canadese inventrice del pop punk al rosa e loro, i miei grandi enormi infiniti amori del liceo. Non mi aspettavo di trovarmi a un festival per rivederli, tutti insieme, perché siamo sempre tesi ad ottimizzare, a guardare al nuovo, ma come diceva con insistenza qualcuno che oggi manca come l’aria: le cose belle, le cose che ci segnano nella speranza, vanno riviste, riprovate, l’esperienza deve essere rifatta perché a volte il sapore scompare e il rischio è sentirsi profondamente persi. Repetita iuvant, soprattutto a sentirsi meglio, e perché una vita di sole prime volte forse non è davvero la vita che vorrei.
Ciò non toglie che ci siano delle prime volte che cerchiamo, come quella per me del concerto di Arlo Parks. Supero velocemente le The Warning, il gruppo rock messicano che apre il main stage del festival alle 6, per lanciarmi verso di lei, Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho, voce soul pacata ed elegante dell’anfratto più becero della nostra solitudine. Già, mi piace pensare che nei nostri segreti più indicibili siamo dolci nel cullarci nella voce eterea e morbida di Anais. Nella sua maglietta dei Nine Inch Nails la poetessa del dark r’n’b incanta, non c’è che dire. The air was fragant, and thick with pur silence, e no, non è la fine di una storia. Non la vedremo facilmente in Italia. Questo è un momento di pura beatitudine. Neanche veniamo innaffiati dagli addetti alla sicurezza. È perché tra caldo e Arlo, siamo stati spediti direttamente nell’aldilà.
Muoviamo verso altri lidi. Nella line up del MAD Cool di sabato ci sono altri poeti per le nostre ballate tristi, come Joel Culpepper. Joel è un poeta anche lui, del rap e di Londra, anzi la risposta Brit a Frank Ocean (così han detto) un Michelangelo nero che alla fine dei conti decide di togliersi anche camicetta perché fa troppo caldo e per far uscire più poesia. Come vuoi te Joel. A me la tua Kisses piace comunque.
Le tende Mahou hanno lasciato buone vibes su quello che potremmo sentire. Soprattutto di importato da UK. Alla fine di questo MAD Cool effettivamente mi viene da chiedermi se la Brexit non abbia creato l’effetto (positivo) di un rinnovamento della musica inglese che dopo aver sfornato praticamente metà della discografia (più o meno di valore) della nostra esistenza era rimasta senza temi (il working class hero degli Sleaford Mods è lo stesso dei fratelli Gallagher?) e un indie appesantito e davvero molto poco indipendente. Attendiamo con ansia Novembre per sapere cosa ne sarà dell’America, del mondo e di Taylor Swift (e già ieri sera ne abbiamo avuto un presagio). Nel frattempo apprezziamo Sea Girls e Picture Parlour, soprattutto se sentite la nostalgia di certe schitarrate melodiche e malinconiche. Ma oggi non c’è niente di malinconico. Si ricorda, si rammenta e si celebra.
Piccola nota di delusione en passant per la sottoscritta che ha visto o meglio intuito l’eccezionale dj set di 2ManyDjs dalla porta di entrata dell’Iberdrola Loop, presidiata da forze dell’ordine evidentemente meglio del comizio di Trump perché stra piena e stra movimentata. La stampa rimane fuori. Mannaggia. (Della presenza di guardie e security ne parleremo nella sessione di valutazione tecnica del festival, stay tuned).
È il momento di rimettere le Vans a quadretti, ragazzini. Se non fosse per i Killers e le sessioni house intorno a noi potrebbe essere la sagra dell’emo punk pop (purtroppo perdiamo Lord Huron e no, non riesco ad avvicinarmi ai BMTH senza essere coinvolta in un pogo per cui Madre Natura ha ritenuto più saggio non rendermi adatta) e mentre voliamo con un sottofondo di chitarre e faccione in maxischermo di Brian Fallon di The Gaslight Anthem andiamo dalla reginetta dei nostri balli di classe, che vedevamo “così italiani” (cit.) nell’eta in cui volevamo essere tutte Lindsay Lohan che vedeva Regina George ingrassare e andare sotto un bus.
On Saturday we wear Pink! Sembra urlarlo anche Avril Lavigne in quello che oggi guarderei con la stessa materna dolcezza con cui guarda le fan del K-Pop per poi ricordarmi: scema, anche te ti facevi gli occhi a panda e compravi braccialetti borchiati perché lo faceva Avril (nascosti poi sotto le camice infilate nei Miss Sixty e nelle pochette di Martini). Solo che oggi è ancora più rosa. È il tour mondiale della rivincita di Avril Lavigne che apre il MAD Cool meno presa a male di quanto non fosse agli i-Days (mi dicono i compagni di viaggio) lanciandosi subito con Girlfriend. E poi la magia: un’ora di Let Go. Ora, è vero che il mio primo album acquistato autonomamente è stato Beautiful Garbage ma quelli seguiti appena dopo valgono come primi anche loro, dato sono stati ascoltati e distrutti dal lettore walkman senza pietà. Uno era proprio lui: il debut album della Lavigne (gli altri erano Songs in A Minor di Alicia Keys e This Is Me…Then di una indomabile Jennifer Lopez). L’intensità, non il genere, ha sempre contraddistinto il mio gusto musicale.
Per questo come non ho potuto sentire un momento di gioia quasi bambinesca nel sentir Losing Grip? Ma soprattutto: avrei mai potuto capire una canzone come I’m With You alla tenera età di undici, dodici anni, in cui sognavo l’amore perché l’avevo visto in TV, ma non sapevo davvero di che cavolo si trattasse? E ora che siamo maturi e anche provati da tutto ‘sto amore che guardate, il sacrificio lo lascio ai leader religiosi, allontanate questo calice che non me ne tiene più, isn’t anyone trying to find me? diventa il leitmotiv di tante, troppe fine serata in cui torniamo a casa soli. Avril Lavigne lo sapeva. Essere Millennial fa schifo. E allora urliamolo insieme, almeno siamo in tanti a farlo. E la ragazza spagnola dietro di me, da come canta, lo sa bene.
E quindi arrivo a loro. Gli autori della canzone perfetta (Mr Brightside). Per vedere i The Killers l’ultima volta nel 2009 sono andata avverso a un parere medico, essendo appena uscita dall’ospedale e con i punti freschissimi, e anche contro la capacità di tenuta psicologica di mia sorella che cercava di godersi un concerto mentre tentava di evitarmi scontri laterali. Ma la mia per loro era un’infatuazione reale. Il perfetto amore adolescenziale. E come per tutti gli amori nati in giovane età, testardi e assolutamente irrazionali, ci si rincontra solo nella fase della maturità (emotiva, solo quella) per caso, non cercandolo, e ci si scopre ancora innamoratissimi. Brandon Flowers è ancora un figo, abbronzato come Carlo Conti e pronto a uscire da una diretta TV di capodanno con il suo doppio petto ora bianco ora viola ma chi se ne frega, per me lui può fare quello che gli pare, lo amo da sempre, soprattutto da Sawdust in poi (anche Vannucci, l’altro mio eroe). Infatti si inizia con i confetti ovunque, botti, emozioni, l’amore non va in vacanza, no al massimo si quieta ma poi si risveglia e brucia, riempie. Dopo My Own Soul’s Warning è un colpo al cuore: introducono con Enterlude (come una volta) e mi fanno capire che posso tornare a sedermi nelle mie pene amorose e mettermi in attesa di conoscere qualche splendido salvatore, anche se no, non sembra Gesù neanche da lontano. Ma non c’è dolore, una gioia incontenibile nell’urlarlo. When you were young non c’era difficoltà, era tutto perfetto perché ideale. E Brandon e soci oggi, quasi vent’anni dopo avercelo cantato, sono qui ad aizzare ideali che abbiamo sacrificato in nome di cosa? Una carriera, un posto fisso, una casa, una tranquillità? Un amore che non avremo mai? Quando abbiamo smesso di pretendere il meglio per noi?
Concludo così, e mi spiace per i The Kooks, ma dopo un concerto così sentito e intenso ho finito, dato tutto. La catarsi è compiuta all’alba della domenica, alla fine del festival. Si, andare al MAD Cool è stata una buona idea. Perché i festival sono per, come cantava qualcuno di una generazione un po’ persa, gli ultimi veri romantici. Ed essere romantici ci salva. Da tutto, soprattutto da noi. Alla prossima MAD Cool, di tranquillo non c’è stato niente ma era proprio così che doveva andare.
