Articolo di Adriana Panico | Foto di Rossella Mele
Un lunedì in salita come tanti, per di più in questo maggio-novembre che alterna freddo, pioggia e sole come se l’unica cosa di mezzo rimasta non sia una stagione ma piuttosto noi – mezzo sconcertati, sgomenti e imbrigliati in armadi e umori mai troppo definiti. Mi ritrovo alle porte dell’Alcatraz a Milano per il live dei Kula Shaker, una delle band più popolari della scena musicale post brit-pop venuta a presentare in Europa e in Italia con tappa a Milano e Roma, Natural Magick, album numero sette di una carriera caleidoscopica. Anche intermittente se vogliamo, fatta di separazioni, ritrovi, silenzi, successi e record.
I biglietti sono finiti da un po’ e a guardare i volti delle persone intorno a me, realizzo che sono finiti nelle mani di un mondo: stasera il club di via Valtellina sembra uno spaccato planetario con rappresentanze di tante nazionalità accorse qui per assistere a quello che si rivelerà la prima seduta di meditazione in chiave rock per tutti noi. Siamo abbastanza grandi, non so se tutti adulti, per potercela permettere.
Sarà perché sono passati quasi 30 anni dal debutto della band e in quel 1996, quando esce “K”, il primo album della formazione composta da Crispian Mills (frontman), Alonza Bevan (basso), Paul Winter-Hart (batteria) e Jay Darlington (tastiera), molti di quelli che stasera sono qui c’erano già. La mia vita ai tempi era un singolare vissuto americano a trama inglese fatta di Oasis, Blur e appunto, Kula Shaker. Il britpop, britrock, brit-whatever era la cifra onnipresente di ogni esperienza. La loro vita, invece, andava raccogliendo ben due record: album di debutto più venduto nella prima settimana e primo singolo in sanscrito a piazzarsi nella top 10 britannica. Risultati dati probabilmente da uno stile sperimentale che combina il rock di Kinks e Yearbirds, sonorità psichedeliche Anni ‘70, il Britpop dei Beatles a un’attrazione smodata per l’India e la sua spiritualità che è evidentissima nei testi.
Che il misticismo al sapore orientale guidi il gruppo è evidente anche dall’allestimento del palco di questa sera, lasciato nella sua essenzialità. Uniche note distintive: una fascia color arcobaleno arrotolata intorno all’asta del microfono del frontman e un inebriante odore di incenso.
Senza troppi fronzoli i Kula Shaker balzano on stage e iniziano la performance con Gaslighting, primo pezzo del nuovo album, tutto grinta e rock ‘n roll. Via di impennate di chitarre fino a Natural Magick quando lo stile diventa più funk e il pubblico comincia a lasciarsi andare sempre più a movimenti liberatori. La lunga chioma bianca dell’uomo accanto a me, infatti, non smetterà più di muovere l’aria. Indian Rock Player ha un sound quasi rockabilly e certamente è il primo accenno di quello che renderebbe i Kula la colonna sonora perfetta di un film a caso di Tarantino. Start all over è la prima ballad che strategicamente consente di raccogliere il pubblico e le forze prima di tornare a infiammare palco e chitarre con Infinite Sun. Un energico sole di luce rossa accompagna I’m still Here, un canto di esistenza che nella lotta alle intemperie e alle avversità ci accompagna alla stessa restituzione riflessiva: essere qui, essere ancora qui.
Con un piccolo ukulele in braccio al posto della chitarra, Crispian, con quell’aria chic e rock e quel tono nasale che cambia timbro di continuo, intona un altro pezzo del nuovo album, Bringing it Back Home, che all’orecchio suona un po’ country rock ma è con i mantra che precedono Happy Birthday che la musica si fa manifesto ideale dei Kula Shaker votato alla ricerca di fratellanza planetaria. In nome di questa vocazione suonano e cantano in maniera graffiante in Idontwannapaymytaxes il rifiuto totale di pagare le tasse se queste servono ad alimentare conflitti armati e a produrre morti.
Un f*ck war arrabbiato ripetuto come mantra in coro con il pubblico chiude questa presa di posizione in note e lascia spazio a Tattva, il singolo della consegna e della consacrazione alle hit di tutto il mondo conquistato da un coro dotto in sanscrito e dall’eclettico ritmo catchy scandito da volteggi di organo e chitarra. Qui la band restituisce al pubblico uno spirito vitale ed energico che sono tutti impegnati a ballare fino a perdersi nell’estasi di Govinda, cuore dell’encore di questo concerto possente, suonato a livello multidimensionale e intriso di simbolismo che fa dei Kula Shaker una band gloriosa, edonistica e spirituale, capace di un incantesimo intrigante, psichedelico e vitale al tempo stesso.
Si torna a casa con tutti i mezzi di trasporto possibili, a giudicare dalle provenienze del pubblico. Si fa fatica, certo più fatica, a ritornare in qualche posto che non contempli tutto questo incanto.
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KULA SHAKER – La scaletta del concerto di MILANO
Gaslighting
Hey Dude
Waves
Natural Magick
Indian Record Player
Start All Over
Infinite Sun
I’m Still Here
Grateful When You’re Dead / Jerry Was There
Bringing It Back Home
Shower Your Love
Happy Birthday
Idon’twannapaymytaxes
F-Bombs
303
Tattva
Hush
Encore
Great Hosannah
Govinda
Groove Is in the Heart
