Foto di Andrea Ripamonti
Per quasi trent’anni gli Earth di Dylan Carlson hanno ridefinito i confini del rock, trasformando il drone e il riff sabbathiano in un mantra ipnotico di chitarre lente e paesaggi sonori monumentali. Pionieri assoluti del drone e ambient metal, restano una forza mutante e visionaria, capace di rendere il peso del suono un’esperienza mistica.
Dall’esordio del ’91 a oggi il cambiamento più rilevante nella poetica degli Earth è forse il tatuaggio da trapper che Dylan Carlson si è fatto in faccia. Se escludiamo i cambi di formazione di un progetto che ha sempre fatto perno sulla figura mistica e quasi mitologica del suo leader, da anni la band porta avanti un discorso basato sull’eterno ritorno di riff dilatati all’infinito, al crocevia tra doom e drone.
Meno parossistici dei Sunn 0))) e più introspettivi degli Sleep, gli Earth sublimano sul palco la loro personale declinazione di “ambient-metal” – formula estatica o estenuante, a seconda dei punti di vista – in un rituale pagano dai volumi apocalittici.
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EARTH: la scaletta del concerto di Milano
- Scalphunter’s Blues
- Miami Morning Coming Down
- Engine of Ruin
- Miami Morning Coming Down II (Shine)
- Junkyard Priest
- An Inquest Concerning Teeth
- Raiford (The Felon Wind) / The Dry Lake
- Misunderstood / California and Other Impossible Dreams
BIS
- The Bees Made Honey in the Lion’s Skull
