Articolo di Adriana Panico | Foto di Marco Arici
Ci sono giorni che sono anni. Ad esempio, anni passati a incontrarsi su zoom anche per registrare un album, magari il primo, a causa delle tristi ragioni pandemiche che conosciamo; anni, invece, che riportano corpi, voci, e strumenti a incontrarsi fuori da un video magari restando fisicamente per più di un mese di primavera in uno studio di registrazione a Byron Bay in Australia insieme a Nick DiDia per un nuovo progetto che esce nel 2023.
Sono questi gli anni più recenti dei Dirty Honey che nel giorno dell’unica tappa italiana del tour del nuovo album “Can’t Find The Brakes!!” sfavillano sul palco dell’Alcatraz a Milano. La serata di pioggia (ça va sans dire) comincia con un affondo di chitarra e batteria che sa proprio “it’s only rock (‘n roll) but I like it” e dentro quell’ “I”, a giudicare da come scatta e si muove il pubblico, ci siamo tutti. Marc LaBelle arriva sul palco con l’aplomb da rocker impeccabile, forte di un check fit andato a buon fine e con quell’aria di chi sa cosa sta per fare e soprattutto cosa sta per fare a noi.
Can’t Find The Brakes! è il primo brano della tracklist, oltre ad essere quello che intitola il nuovo album. E’ il distillato perfetto dell’anima di questa band che sembra non abbia fatto altro che mangiare pane e Aerosmith, Led Zeppelin, Rolling Stones, AC/DC, Guns N’ Roses, Queen, Rage Against The Machine e anche Soundgarden a colazione. Tanta robe, sì. In altre parole, quelle di Marc LaBelle, frontman del gruppo, «uno dei punti forti di Can’t Find The Brakes!! è la varietà dell’album. In un momento in cui le band a volte vanno sul sicuro e si aggrappano a un sound specifico, i Dirty Honey lo cambiano ad ogni pezzo offrendo di tutto, dagli inni hard rock a canti più delicati». Come smentirlo…basteranno pochi pezzi per accorgersene.
Saluta Milano rigorosamente in Italiano (ci tiene molto a stabilire una connessione con i fan) e tira fuori dal cilindro -che in realtà è ampio fedora sulla combo pantaloni di pelle-occhiali da sole come ogni rockstar che si rispetti – California Dreamin’, brano dell’album precedente più crudo e graffiante, forse più rappresentativo di quei giorni/anni, collocandosi su una mappa immaginaria per dirci “è da lì che stiamo venendo”: California. Los Angeles, per l’esattezza. Più che dalla città degli “angeli”, del cinema e della musica, dove Marc LaBelle, John Notto (chitarrista è dire poco), Justin Smolian (bassita), Corey Coverstone (batterista) si sono effettivamente conosciuti, i quattro che stanno su quel palco sembrano venire proprio da un altro Pianeta dove probabilmente crescono solo cappelli lunghi come i loro e dove la lora identità musicale si è cristallizzata in un manifesto di un’autenticità selvaggia, disinvolta, accattivante e roboante che stasera qui ci fa ballare, vibrare, cantare.
Dedica Heartbreaker alle donne presenti in sala (è la giornata internazionale dei diritti delle donne) e consegna a tutti un ritornello che non va più via, poi la scena viene presa da un lungo duello a più brani – magicamente sempre in equilibrio- tra chitarra e batteria che va da Get a Little High, a Scars, passando per Dirty Mind e Tied Up per arrivare alla prima ballata acustica della serata, un’intensa Coming Home (Ballad of the Shire), introdotta da un momento nostalgia per il tempo vissuto a Firenze dove Marc ha realizzato che l’Italia sarebbe stata la sua seconda casa. Balliamo a suon di acustica folk and blues una splendida cover dei Rolling Stones, Honky Tonk Women, seguendo un ritmo talmente coinvolgente che ci scordiamo pure di Mick Jagger. Ma poi il sacro fuoco del rock torna a sfavillare con il groove di Don’t Put Out The Fire,i riff molto Guns di Satisfied (Notto insegnaci a fare quei virtuosismi alla chitarra con le corde della vita), ma anche di No Warning e The Wire.
Perdiamo di vista il cantante sulla potentissima Another Last Time. LaBelle non è più sul palco: voltiamo le spalle alla band, alziamo lo sguardo e lo troviamo lì dal lato opposto rispetto a quello assegnatogli, sugli spalti, in alto, tra la gente, sopra tutti, oltre tutto. Sceso dal palco, salito su un altare. Come suggerisce la “A” al neon gigante che campeggia dietro di lui e che richiama alla mente anche “apocalisse”, quella che sta accadendo in questo connubio a distanza tra strumenti e voce con il pubblico avviluppato estaticamente nella terra di mezzo, o “amore”, quello che lui sta celebrando da lì con la sola, tanta voce mentre all’unisono le barricate delle nostre anime cadono e ci scopriamo anche noi in preghiera d’amore a ugola libera (certo con voci molto diverse dalla sua) a cantare lo stesso bisogno: “one more go round before we say goodbye”.
È la volta di When I’m Gone, la hit che ha consegnato il gruppo alla notorietà in tutto il mondo, diventata un po’ il simbolo del loro stile, impreziosita dall’assolo, l’ennesimo ma sempre nuovo, di Notto. Sembra finita. È passato quasi il tempo di una partita di calcio, mi viene da pensare guardando l’orologio del rumorosissimo ragazzo accanto a me. E invece no, tornano tutti.
Vengono ad abbracciarci con un’ultima intensa ballata scritta in un bar a Firenze qualche tempo prima: You Make It All Right. E ci si sente davvero così, come se tutti gli anni fossero un giorno solo, questo, e con i Dirty Honey a portata di occhi e orecchie in carne ed ossa qui e ora, è tutto “all right”. L’encore prosegue con il graffio rock di You Won’t Take Me Alive per chiudere con un altro super singolo, Rolling 7s, più di atmosfera, tanto Seventies.
“Ciao Milano!” con l’asta del microfono puntata al cielo è il fischio finale. Stavolta è davvero finita e, come tutte le partite che si rispettino, anche l’unica tappa italiana del tour dei Dirty Honey conferma la regola secondo cui 90 minuti o tutta la vita è l’intensità che conta.
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DIRTY HONEY – La scaletta del concerto di MILANO
Can’t Find the Brakes
California Dreamin’
Heartbreaker
Get a Little High
Scars
Dirty Mind
Tied Up
Coming Home (Ballad of the Shire)
Honky Tonk Women
Don’t Put Out the Fire
Ride On / Satisfied
No Warning
Let’s Go Crazy /Last Child
The Wire
Another Last Time
When I’m Gone
ENCORE
You Make It All Right
You Won’t Take Me Alive
Rolling 7s
