Reportage Live

Abitare nel mezzo dei “forse”, come fa APPARAT

Abbiamo visto Sasha Ring tornare ai live con il suo ultimo disco, A Hum Of Maybe, uscito a inizio gennaio, nella data di Milano dell’Alcatraz del 15 aprile. Dopo un lungo periodo di pausa creativa, il Maestro dell’elettronica d’arte ci ha svelato il suo piano per sopravvivere: andare a vivere quella pausa, i se, e tutti i forse, e metterli in musica. E dal vivo non fanno così paura.

Apparat in concerto all'Alcatraz di Milano foto di Lara Bordoni per www.rockon.it

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Lara Bordoni

We will be ephemeral, saremo effimeri: così intona Sasha Ring, in arte Apparat, in uno dei suoi brani più celebri, Dark Water, pezzo quasi ormai antologico per l’artista tedesco, dj compositore produttore insomma chi ne ha più ne metta. E in quella sua dolcezza rarefatta e buia fino al midollo, che ieri sera sul palco dell’Alcatraz di Milano ha concluso la prima delle sue due date italiane per il 2026, possiamo iniziare, a ritroso, per raccontare com’è stato vedere A Hum Of Maybe dal vivo. 

Innanzitutto perché quest’ultimo lavoro dell’artista che, forse più di tutti, ha fatto dell’IDM un prodotto per intellettuali (e no, non parlo dei radical con la passione per il vino naturale, parlo degli intellettuali veri), insomma colui che ha legato la sua musica così bene a momenti iconici che sarebbe impossibile immaginarli diversamente, che si è permesso di mettere Guerra e Pace in musica (elettronica) per teatro facendolo benissimo, insomma questo Hum of Maybe rappresenta uno stacco importante dallo stile, dall’imprinting quasi ormai archetipale del nostro berlinese per eccellenza.

Era un passaggio, necessario (lo ha detto, per uscire dalla gabbia in cui si era chiuso) allo strumentale, alla canzone in senso classico –quasi-, però fatta à la Apparat, quindi con quella metafisica ambient che mette tutto immediatamente nel sottosopra (ah, e certamente, con testi mai banali ma quasi teatrali, criptici si ma anche ruvidi quanto le brughiere della Brönte). Il risultato era destabilizzante, bello eh, perfetto, perché non é che da Sasha hai mai prodotti fatti male o a metà, ma così diverso, che me lo sono detta subito: è un disco che riscoprirai sotto un’altra luce fra qualche anno. O forse anche prima del previsto.

Parliamo del live. Sasha non è nuovo in Italia, ha una solida relazione con i suoi fan italiani, quindi non è insicuro quando deve mettere giù la scaletta di a Hum of Maybe e indicare la ricetta della sua magia sul palco, farcita di strumenti, dal violino al violoncello, al trombone, alle tastiere. L’accenno più dance é lasciato al dj berlinese-romano Jan-Philipp Lorenz, alias Bi Disc, che apre il concerto (e che duetta con lui in Pieces, Falling). È un palco ricchissimo, lo popolano Philipp Johann Thimm (violoncello, pianoforte, chitarra),  Christoph “Mäckie” Hamann (violino, tastiera, basso), Jörg Wähner (batteria) e Christian Kohlhaas (trombone), e anche se dopo l’attacco di Glimmerine il set sembra un attimo impallarsi, colpa della tecnologia (e chi l’avrebbe detto, scherza Apparat, e odio fare musica dal PC, ma alla fine Sasha 1, computer 0) non c’è problema perché la band puo’ prendere in mano tutto l’armamentario da guerra e ripartire con la narrazione.

Non siamo nel format evangelico di Moderat, siamo in un crescendo di intensità che scava nei bassi, nei ritmi lenti e amplificati, negli andanti modello Thom Yorke (sono matta se penso chee alcuni momenti suonino esattamente come Weird Fishes?) o nei falsetti presi in prestito da Bon Iver (fra tutte, Williamsburg).

C’è voglia di fermarsi, parlare e probabilmente anche divagare in A Hum Of Maybe, senza dipanarsi dell’indicibile come nei precedenti Devil’s Walk e LP5.

Sotto di me è un’ondeggiare da bassa marea, placido: il pubblico di Apparat sa che è qui per ammirare e contemplare e riunirsi con sé stesso possibilmente, accoglie il nostro alieno berlinese che ci parla in una lingua diversa ma non per questo sconosciuta e ci invita ad attenzionare il presente, senza dare niente per scontato.

La stessa scaletta rispecchia il mood solo apparentemente raccolto del disco: spiccano, tra quelle di repertorio, Heroist (dove improvvisamente riemerge la vena più elettronica dub), Caronte e Dark Water come encore a rappresentanza della precedente visione apparatiana, che però si coniuga coerentemente con il sentimento che guida il nostro Maestro in questo excursus sulla sua creatività, un necessario imperativo per evitare di perdersi nella propria stessa firma.

A Hum of Maybe dal vivo è un capolavoro di grazia e movimento sia nel disco che nella versione live, come An Echo Skips A Name che forse più di tutte sembra ricollegarsi alla tradizione del diventare effimeri, ma anche eterei, impalpabili come un pensiero velocissimo e disturbante.

Ecco torniamo all’inizio, o alla fine: come siamo arrivati a Dark Water da qui? Immergendoci nei forse. Che sono arabeschi tintinnanti quando arrivano sornioni a intorpidirci, a farci assaggiare la magia dietro il loro aspetto arzigogolato, o ritorni alle radici martellanti nelle sessioni interiori di Jam 9. Quanti volti ha un dubbio? E perché poi dovrebbe essere così tormentoso, attanagliante? Non é un pò come tornare all’incontaminata età dei perché? Non può essere un tappeto di possibilità, una base di ripartenza? E che musica fa lo stare nel mezzo?

Al di là di cosa é e cosa fa Apparat oggi, con questa svolta intimista e strumentale, quello che ci vuole dire é che forse, ma dico forse, questo imperativo di risolutezza che ci viene propinato in più e più sedi, dallo scegliere come vestirsi per andare a lavoro e buttarsi nella vita, al se comprare casa, se fare un figlio, se stare con A o con B in qualsiasi contesto, forse ecco, ora, oggi, non serve. Forse sarebbe utile tergiversare, con la chiarezza del dire che nessuna soluzione é la migliore, e forse prenderla é la cosa peggiore che possiamo fare. Pass the weight palm to palm, la vita é nel mezzo, non nell’arrivo.

Sasha Ring ha intepretato bene un concetto che é diventato un mio piccolo mantra, ovvero che ogni buona crisi non dovrebbe mai andare persa (non é mia ovviamente, ma l’ho fatta mia nel tempo). Cos’é una crisi se non un’opportunità, per quanto fastidiosa, ingabbiante, ed estenuante. E nel caso di Apparat, lo si fa con una musica che é liberazione da un momento di sconforto – per arrivare ad abbracciarlo, quello sconforto, in una musica che sta nel mezzo, e non pensa a risolvere niente, almeno per ora.

Clicca qui per vedere le foto di Apparat a Milano o sfoglia la gallery qui sotto

APPARAT: la scaletta del concerto di Milano

  1. Glimmerine
  2. A Slow Collision
  3. Dawan
  4. Ash
  5. An Echo Skips A Name
  6. Hum of Maybe
  7. Little Feet
  8. Williamsburg
  9. Heroist
  10. Jam 9
  11. Dark Anthem
  12. Pieces
  13. You Don’t Know Me
  14. Laminar Flow

BIS

  1. Caronte
  2. Black Water

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