Interviste

Game Cover e oltre: intervista a ETTA tra rock, identità e libertà

Con “Game Cover”, ETTA riscrive le regole del gioco.

La rocker napoletana torna con un progetto dirompente: sei cover iconiche della musica italiana completamente stravolte in chiave rock e nu metal, tra featuring d’eccezione (Edoardo Bennato, 99 Posse) e una carica sociale che non fa sconti. Una voce che graffia, denuncia e rivendica identità e libertà in un presente che sembra fatto solo di apparenze. L’abbiamo intervistata per farci raccontare rabbia, visione e futuro – in attesa del nuovo album di inediti previsto per il 2026.

Iniziamo dal titolo: “Game Cover”. Che significato ha per te e perché hai sentito l’urgenza di riscrivere le regole del gioco musicale italiano?

“Game Cover” è una provocazione. È la mia maniera di dire che il gioco – quello delle classifiche, delle etichette, dei ruoli imposti – si può cambiare, riscrivere, ribaltare. Ho scelto di farlo riprendendo brani iconici italiani, ma sovvertendone la forma, la potenza, il messaggio. In un’epoca in cui si tende a omologare, ho sentito l’urgenza di spaccare tutto e costruire un nuovo campo da gioco, dove la voce è libera.

Nel brano inedito che apre l’album, “Game Cover”, parli di esclusione, di un mondo fatto di apparenze. Quanto è stato difficile per te entrare – o restare – in questo “gioco”?

È stato – ed è – estenuante. Il mondo, anche quello musicale, è spesso una vetrina più che una cassa di risonanza. Se non rientri in certi schemi, rischi di sparire o di essere criticato e arginato, dal branco, anzi dal gregge. Così ho tentato di costruirmi un mio spazio. “Game Cover” racconta il senso di isolamento e di frustrazione che si prova a contatto con classifiche, numeri, social e apparenza, ma anche la mia decisione di riscrivere le regole.

La tua reinterpretazione di “Vieni a ballare in Puglia” di Caparezza è potente e disturbante. Cosa ti ha colpito di più di quel brano e cosa hai voluto aggiungere con la tua versione?

Quel brano è già di per sé un pugno nello stomaco, una denuncia lucidissima mascherata da tormentone. Io ho voluto togliere ogni maschera e portarlo al buio, nella sua dimensione più cruda. Ho scelto di accentuare l’angoscia, l’ipocrisia di certe narrazioni, e spingere l’ascoltatore a non ballare, ma ad ascoltare. Volevo che facesse male.

Tra i featuring ci sono due icone della controcultura italiana: Edoardo Bennato e i 99 Posse. Com’è nata la collaborazione con loro? Che eredità senti di condividere?

L’incontro con loro è stato naturale: ci siamo riconosciuti prima ancora di lavorare insieme. Con Bennato condivido il bisogno di raccontare storie scomode, con i 99 Posse la rabbia politica e il bisogno di piazza. Loro hanno aperto strade quando ancora era rischioso farlo. Io oggi raccolgo quella rabbia e la trasformo in voce. 

Con “Non sono una signora” di Loredana Bertè parli di identità e di genere. Quanto è centrale per te oggi il tema dell’autodeterminazione?

È centrale, è urgente. “Non sono una signora” è una dichiarazione di libertà che ancora oggi ha un’eco potentissima. Io l’ho riletta da un punto di vista queer, fluido, fuori da ogni binarismo. Per me autodeterminarsi significa scegliere ogni giorno chi si vuole essere, anche a costo di non piacere a nessuno. Anzi, soprattutto.

Tutto il progetto “Game Cover” ha una forte impronta politica e sociale, ma anche estetica e sonora. Come hai lavorato alla produzione insieme a V_Rus?

Con V_Rus c’è stata una fusione totale. Abbiamo messo in discussione ogni brano, ogni suono, ogni scelta, come se fosse un atto di resistenza. L’estetica sonora è stata per noi uno strumento: abbiamo preso elementi del nu metal, del rock, del glitch, e li abbiamo sporcati, distorti, resi fisici. È un disco ti entra sotto pelle, anche se non vuoi.

C’è un brano che non hai (ancora) reinterpretato e che sogni di trasformare con la tua voce?

Sì, ce ne sono tanti. Ma in realtà questo album segna anche la chiusura di un capitolo e l’inizio di un altro, l’urgenza di nuovo. Ho bisogno di concentrarmi su qualcosa di completamente mio.

Stai già lavorando al nuovo album di inediti previsto per il 2026. Ci puoi anticipare qualcosa sul sound o sui temi che affronterai?

Sto scrivendo moltissimo. Sarà un disco più personale, più viscerale, ma sempre incazzato. Stiamo esplorando nuovi suoni, ritmiche spezzate, momenti di silenzio e di caos. Parlerà quello che ho dentro e sarà allo stesso tempo intimo e universale.

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