Interviste

Era meglio quando si era magici: la teoria dei BELIZE in Phantom Favola

Con il terzo disco la band di Varese, dopo una lunga pausa, prova ad applicare la teoria della decrescita felice al nostro essere adulti incastrati in un mondo senza friccicorio. Che funziona sempre se non ti ammali di nostalgia, ma se la usi per fare qualcosa di nuovo.

BELIZE - Phantom Phavola

Articolo di Marzia Picciano

Un giorno sei giovane, e dieci anni dopo ti rendi conto che era una sensazione, uno stato d’animo, e allora la nostalgia non é altro che la prima giornata della bella stagione che ti fa notare che é passato un altro anno di distanza da quella sensazione . Avranno pensato questo i BELIZE quando hanno deciso di riprendere in mano la loro musica e realizzare quello che é il loro terzo disco in studio, Phantom Favola?

Forse si, e forse lo hanno realizzato quando hanno chiuso il tutto. Sembra quasi che Riccardo Montanari e Federico Scaglia (intervistati in rappresentaza del trio), ci arrivino pian piano rispondendomi in un lentissimo venerdi pomeriggio, tra Zoom e il telefono, nel day after il release party al Detune di Milano dello scorso 8 maggio.

Riccardo ci dice che finito il live, gli veniva da piangere. Lo avevano fatto davvero? E stava per ripartire tutto di nuovo?

Non ci gireremo troppo attorno. Phantom Favola, titolo macedonia tutto giocato sulla linea sognante che lega un prodotto specifico e temporalmente collocato (la Phantom Malaguti, ovvio) al suo immaginario collettivo diffuso nel tempo interiore di una generazione, arriva sette anni dopo Graffiti, opera “urban” e introspettiva dai connotati delicati, più cosmopoliti. Dopo una pausa necessaria, ci dicono gli stessi Riccardo e Federico (nel frattempo Riccardo ha anche avviato l’esplosivo progetto Materazi Future Club, ma questa é un’altra storia), tornano con quello che sembra un potente flashback a quando si stava peggio, o forse meglio, insomma, a rieccheggiare tutto quegli anni ’90 e ’00 che in fin dei conti, é stato l’ultimo momento storico in cui i singoli sono durati in heavy rotation più di un anno, tanto che sono sempre quelli che alla fine, noi simpatica Gen X, chiediamo sempre di mettere al dj. Anche se con qualche incursione nuova e non scontata, come quella del produttore romano Arssalendo, un amico con cui condividere una grandissima stima reciproca e la voglia di sperimentare una contrapposizione di sogni, quella di Denti Dorati.

Quello che Phantom Favola ci indica chiaramente dopo averlo ascoltato é la via per la presa di coscienza del tuo paradiso perduto, che sia localizzato a dieci, venti anni di distanza o sia ancora lì, sia Varese o la tua città natale dove oggi torni paradossalmente sempre più spesso.

I Belize sono tornati anche per questo: perché tornare non é facile, anzi é faticosissimo, ma é necessario.

Ce lo spiega Federico. “Il tema in questa “cosa” della musica é che a un certo punto smetti di farla, non la fai più e quasi ti dimentichi. Poi, quando torni sul sul palco, dici: io non posso fare a meno di questa cosa qua. Era tanto che non suonavamo, eppure a un certo punto, tutta la fatica che hai appena fatto svanisce in mezzo secondo.”

Ve la siete sudati.

Sarebbe bello raccontare una cosa tipo: ah sì, ci siamo messi insieme e in due mesi abbiamo buttato giù venti canzoni….” scherza Riccardo. “É stata proprio una volontà, e in quanto una volontà di tutti, sapevamo che non sarebbe stato facile neanche riprendere tutto il progetto, anche riprendere a sopportarci!

Sappiamo bene che c’é molto di più.

Riprende Riccardo: “Quello che abbiamo cercato di far passare é proprio questo: questa sorta di ‘ritrovarSI’. C’è stato un enorme ritrovamento di noi tre che ha portato poi ad avere una sinergia più forte. Il disco é stato veramente un modo di ri-domandare: chi siamo, cosa vogliamo fare? Vogliamo fare una cosa solo, e perché vogliamo farlo? Perché ci piace veramente? Ci siamo guardati dentro. É un po’ come se avessimo ritrovato una bussola verso la musica alta, e alla fine siamo un po’ tutti stati tirati come da un centro di gravità verso questo risultato qui, che era una comunione di intenti molto forte”.

Nell’attrazione verso questo centro di gravità qual é stato l’ostacolo più grande?

Per Federico “Sono stato io. Sono stato male da solo, negli anni. Ho avuto bisogno di un momento di allontanamento della musica perché mi aveva scottato, in qualche modo. Dopo un po’ di anni, invece, sono riuscito a superarlo e, una volta superato, ho ritrovato la forza anche di di riprendere a scrivere canzoni. Di conseguenza anche di cantarle davanti a della gente.”

Gli fa eco Riccardo. “Immagino che sia per me, ma immagino anche per Mattia (Tavani, terzo membro della band, ndr), l’ostacolo principale é proprio la differenza nel fare musica a venti o trent’anni. In tutte le sfaccettature che toccano la parte del “fare” musica, banalmente dall’avere tempo libero da dedicarci alle relazioni con le altre persone, sia interne che esterne. Perché a trent’anni sei più politico, hai capito come ci si comporta con la gente, ma forse sei meno te stesso. E quindi devi ricordarti come si fa a essere te stesso veramente, per buttar fuori qualcosa di onesto”. Il rischio é perdere la spontaneità della giovinezza, e pure la forza. “Da adulti come si dice, si rientra un po’ nei pattern. Ritrovare quella nostra identità é stato comunque faticoso”.

Un esempio?

 “Nel caso specifico é stato dirsi: Oh, ma non ci sono chitarre elettriche, perché noi non le abbiamo mai usate, perché non fa ‘figo’? Basta. Troviamo una maniera di farlo, che sia sincera ovviamente, che sia contestualizzata, ma che parli di verità.

É un disco che sa proprio di anni novanta-duemila, l’abbiamo detto. E c’é un ritorno generale, soprattutto di quelli come noi che stanno un pó in mezzo (anagraficamente parlando) tra il nuovissimo e prima della piena maturità, a quelle schitarrate elettriche piene e piacione. Più che una moda, mi sembra un’urgenza collettiva.

Riccardo é d’accordo. “Quel momento storico, che in realtà é oggi diciamo, era molto bello anche per una serie di ispirazioni, per la musica che veniva fatta. C’è la banale considerazione che più passa il tempo da un determinato periodo, più quel tempo assume una dimensione iconica. Quindi è chiaro che negli anni 2000 non avessimo fascinazione per gli anni novanta come adesso, che sono passati più di vent’anni. Col tempo, con la prospettiva, quella cosa per me ha assunto un valore forse un po’ più iconografico e personale”.

Quindi zero moda o tentazioni presunte tali, anche se si, siamo nella fase della grande nostalgia da anni 90. “Forse le scelte che abbiamo operato sono state prese proprio con la consapevolezza che sarebbero andate un po’ in controtendenza, quasi con un istinto suicidario, dicendoci: a me piace, lo facciamo. Invece in realtà molti stanno andando nella direzione in cui siamo andati noi”.

É come se ci fossimo detti che il mondo dei trentenni ci ha rotto le scatole.

Lo dice anche Federico. “Facendo musica, ogni tanto siamo stati allineati coi tempi. In questo momento mi ricordo il 2013-14, tutto quello che usciva mi piaceva tantissimo. Non so se è perche cresciamo, ma questo di adesso è proprio un momento un po’ low. Ma non siamo noi. In questo periodo, a parte l’esplosione del rap, di tutti gli altri generi, ci siamo sentiti un pó disallineati con quello che succedeva e allora abbiamo recuperato le nostre radici, cioè quello che non ci finirà mai di piacere. Quindi tutto quel mondo lì.

Alla fine Phantom Favola sembra una sintesi calderonica di quello che é lo scheletro di un romanzo formativo. E allora si che ha senso parlare di radici. Prendiamo un pezzo come Varese Tuning. Perché casa c’entra sempre. Nostalgia anche di quello?

Quando ero quando ero piccolo facevamo il weekend coi miei amici prendendo il treno venendo a Milano”. Ironizza Riccardo “Ora faccio il weekend dai miei genitori a Varese.”

“Noi siamo nati lì e fuggiti da lì, e adesso ci troviamo molto più spesso che in passato” spiega Federico. “Perché? Perché come per tutte le cose, quando ci sei relegato dentro ne vuoi scappare, quando invece poi lo puoi scegliere ci vedi i lati più positivi. Una sindrome di Stoccolma al contrario.”

Per Federico,“nella nostra testa ha ancora gli enormi lati negativi che ci ricordiamo. Eppure adesso, ha delle cose che Milano chiaramente non ti può offrire, sia dal punto di vista della vita, sia banalmente di cose che adesso sono importanti, e non lo erano 10 anni fa.”

E continua. “É proprio questa tensione che c’è tra le due città e quello che rappresentano che è sana, perché ti fa continuamente stare in bilico. A noi piace stare a Varese, è una città a cui vogliamo molto bene, per quanto l’abbiamo anche odiata tantissimo, ci ha formati, ha un ruolo enorme nelle nostre vite, con i luoghi, i localini, le persone che ci sono. Tant’è che anche noi cerchiamo sempre di lavorare il più possibile con gente di Varese, che é sempre molto talentuosa. Varese è stata una fucina di di cose. In generale, volente o nolente, una provincia ti da una matrice che una grossa metropoli ti dà in una maniera diversa. E noi, appunto, qualcosa di quella roba lì ce l’abbiamo, é nel nostro DNA ed é da matti, perché comunque è una città che ha a 10 minuti un monte, a 10 minuti un lago e a mezz’ora Milano”.

Si guarda indietro con occhi nuovi, o più maturi. Come in Qualcosa Di Nuovo: questo discorso si fa a trent’anni, non nel pieno delle emozioni.

Risponde Federico: “son cose per cui ci vuole del tempo per arrivarci. C’è chi ha una enorme maturità sentimentale che ci può arrivare prima, c’è chi ci arriva un po’ dopo. Secondo noi son temi che arrivano col tempo. Nel me di tanti anni fa con questa testa, magari farei dei ragionamenti diversi o forse no, forse é anche giusto che sia andato così, che gli errori che sono stati fatti siano stati fatti.” Sicuri? “Io cambierei tutto. Quelli che dicono che non rimpiangono nulla non li sopporto”. Del resto, come dare torto a Riccardo: mai fidarsi di chi ti dice che ha sempre fatto tutto giusto.

Ma alla fine, il fuoco sacro, in questo ritorno al passato, c’é, anche se diverso. Del resto, é la nostalgia della voglia di saltare dieci camion in fiamme la voglia stessa di saltarli?

Eh cavolo. Secondo me quella voglia lì, purtroppo non c’è” e lo dice Riccardo se pensa a cosa voglia dire mettersi in tour. “Però c’è la voglia di vedere al reale attraverso degli occhiali speciali che abbiamo cercato di descrivere all’interno del disco, e che ti permettono di vivere reale con un punto di vista adolescenziale, magico. Non é più andare in moto a lavoro, ma é salire sul tuo destriero alato e sconfiggere i cattivi. Tutto poi assume una dimensione astratta che ti permette di affrontare la vita con una chiave decisamente più vicina a quella che ti vuol far saltare dieci camion infuocati da bambino.”

A un certo punto la verità: é anche una questione di scelte condivise. “Se vedo che anche intorno gli amici diventano adulti, a un certo punto anch’io voglio diventare adulto. Però voglio anche mantenere tantissimo quel lato bambino e giocare sempre.”

In un mondo di mancati Peter Pan, siate i Belize in sella alla vostra Malaguti. Che non si sa mai, che trovate la forza di saltare di nuovo, di meno, ma con più gusto.

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