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NOTHING BUT THIEVES: cinque magnifici randagi sulle tracce di sé stessi

Stray Dogs segna un ritorno all’alternative rock, ma non al passato. Nel quinto album della band di Southend-on-Sea c’è tutto quello che hanno raccolto e imparato lungo la strada.

Non si sono persi, anzi sanno esattamente dove stanno andando.
Semplicemente, dopo un bel girovagare tra le inquietudini sociali rivestite di elettronica di Moral Panic e la lucida perfezione dei palazzi e dei synth di Dead Club City, i Nothing But Thieves hanno deciso di riprendere la strada di casa, quell’alternative rock di Broken Machine e dell’album omonimo di esordio che ce li hanno fatti amare e che tanto ci era mancato (pur non disdegnando certo i passi successivi). Ma non si sono rinchiusi da qualche parte, sono rimasti per strada da veri Stray Dogs, come hanno intitolato il loro quinto album in studio uscito oggi, 25 settembre 2026.

La scelta di registrare questo ultimo lavoro agli Angelic Studios, che hanno visto nascere le loro canzoni di debutto oltre dieci anni fa, non è sicuramente casuale, ma segna la volontà di recuperare parti più autentiche e istintive del loro passato. Senza rinnegare niente di quello più recente, per carità, ma con il piacere di ritrovare se stessi e di tornare a fare un po’ di attrito, un rock più fisico e un po’ meno patinato (proprio come la cover di questo album, che lo rappresenta benissimo).
Anche se certe loro caratteristiche, per fortuna, non cambiano mai: le progressioni e i silenzi seguiti subito dopo dalle esplosioni, quei ritornelli che ti si piantano in testa dopo appena due ascolti, la ineguagliabile voce di Conor Mason, che resta sempre al centro del progetto.

Così come al centro, in questo album, c’è il concetto di appartenenza a una comunità, dove si incontrano e si scontrano elementi diversi. Sono i cani randagi del titolo, ognuno diverso dall’altro come sono i membri della band ma anche i fan che li seguono. Musicalmente, sono le collisioni che incontriamo nelle 12 tracce: riff pesanti di chitarre contro momenti quasi rarefatti, attacchi rock canonici contro deviazioni sperimentali, pezzi ballabili contro brani struggenti in puro stile NBT.

E si parte dalla title track, Stray Dogs, con un lungo inizio ovattato e rumoroso, mentre Conor sembra cantare dentro una scatola fino alla deflagrazione del refrain e al ritorno su un piano, per poi risalire ancora e ancora. Cinque minuti e passa di rumorose montagne russe sonore, che tra impennate e brusche discese fanno affiorare con forza i Muse come evidente fonte ispiratrice, sempre presente in quell’angolino della testa.

Testosterone ha un andamento da rock classico, con le chitarre assolute protagoniste, e un tema decisamente di attualità, quelli della
mascolinità e del controllo. Il sound è abrasivo ma allo stesso tempo è pulito e disciplinato, unico dubbio su quel “yeah, yeah, yeah” gridato, che spezza un po’ senza aggiungere granché.

Evolution finiremo tutti per aspettare di sentirla in versione live. Un inno solido e autentico, con la spinta strumentale e un cantato frettoloso e vulnerabile allo stesso tempo, ma soprattutto con un ritornello ampio e corale, già pronto per le grandi arene di tutto il mondo dove i cinque dell’Essex si esibiranno come headliner. Chi sarà all’Unipol Forum di Assago il 24 gennaio 2027, unica data italiana del loro prossimo tour, potrà confermarlo.

Biglietti in vendita > https://tidd.ly/4nWbLY2

La seguente Death In The Backseat gioca tutto sulla metafora concettuale della morte sul sedile posteriore, qualcosa di pericoloso alle spalle, riproponendolo in note. Prima trattenute, poi improvvisamente liberate.

#5 e (Archive 76) sono le tracce più sperimentali dell’album. La quinta, #5, si trova quasi fuori asse rispetto alle altre tracce, destabilizza piacevolmente con il suo approccio lento e conferma come Conor con la sua voce possa permettersi davvero tutto, passando da fragile a esplosiva in poche battute. L’intermezzo di (Archive 76) fa da ponte sonoro verso la seconda parte e sembra una registrazione fatta per sbaglio in studio, con dei suoni bollosi e urla umane in loop. Straniante ma per poco.

If You Don’t Have Someone To Love e I Needed You Then, I Needed You Now rappresentano invece il nucleo emotivo del disco. Soprattutto la seconda ti costringe a rallentare, ti chiede di respirare mentre segui un canto quasi trascinato da un accompagnamento non invasivo e come diluito. A Different Kind Of Happiness, ultimo singolo uscito in ordine di tempo, è un’epica struggente, dalle tonalità dolci e amare allo stesso tempo, la tipica canzone che ascolti con un sorriso triste sul volto.

Nothing But Thieves in concerto al Fabrique di Milano 2024 | foto di Marco Arici

Baby Kool (Evelyn) potrebbe sembrare una canzone innocua, ma è tutto fuorché questo. È complessa e sicuramente una delle più belle dell’album, con rimandi dichiarati a Nirvana, Sonic Youth e Pixies, e a tutta l’estetica grunge e indie rock degli anni Novanta. Un’altra conferma di quanto in questa ricerca i Nothing But Thieves abbiano voluto attingere alle loro radici, personali e non (vedi Muse sopra).

Last but not least, due canzoni potenti come AI Jesus e American Confidence, che confermano che la band non ha certo smesso di guardare al mondo contemporaneo e alle criticità che lo caratterizzano, che siano il rapporto tra la tecnologia e l’identità, o la presa in giro di una certa tipologia di personaggio di cui forse oggi Donald Trump è la migliore rappresentazione.

Alla fine di questo ascolto, insomma, è evidente che i cinque randagi non sono tornati a casa ma hanno ritrovato una strada che conoscevano bene, portandosi dietro tutto quello che hanno incontrato nel frattempo. Stray Dogs ha il rumore e l’istinto degli inizi, ma anche le inquietudini, le deviazioni e la consapevolezza conquistate lungo il percorso. Non un nostalgico ritorno alle origini ma la scelta di voler tornare indietro guardando dritti a dove si vuole andare. Tanto il branco è lì che ti aspetta.

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