Articolo di Marzia Picciano
Se il secondo disco per un artista è quello della “prova”, possiamo dire lo stesso delle seconde edizioni di un festival. Lo stesso vale per TRANSUMARE FEST 2025, che a Roseto degli Abruzzi ha messo a segno 12.000 presenze (9mila l’anno scorso) a fronte mare in quattro giorni, per la precisione tre più una data zero (a cui allegare la quinta, unofficial, ma di decompressione, della festa a mare domenicana).
Per la sottoscritta è stata anche quest’anno una transumanza reale, da Pescara alla ridente cittadina della costa teramana, giorno dopo giorno, ma come dire, l’atto di per sè ha la folle saggezza di un esercizio made in Maestro Miyagi, e con il supporto di parecchie Redbull io e la mia compagna di campo siamo riuscite a entrare nel mood del festival. Con grandi sorprese.
Perché la prova è stata superata, a mio avviso, egregiamente, anche nelle difficoltà.
Eh sì, mi sto riferendo alla pioggia dell’ultimo giorno, e alla sospensione del concerto di COCA PUMA (mannaggia!), che nella programmazione ideale aveva un senso perfetto, determinando quello che per me era in realtà il giorno di vera identità del festival. Qui la voglia di sperimentazione permetteva di mettere il nostro nome già conosciuto, CELLINI, artista alla sua prima data in Italia ma che spero sinceramente di rivedere presto a mixare l’Anemoia di bassi, percussioni, abruzzesismi e bouzoki (per quanto quello che ho visto è stato davvero un concerto, bagnatissimo, più che un DJ set), insieme ai 99 POSSE come leading act, con un O’ Zulù che obiettivamente non sembra sentire nessuna età e salta per tutto il palco insieme a Simona Boo con una ben visibile bandiera palestinese (a voce invece i saluti agli amici del Leoncavallo), e terminare la sessione con la folle dabka elettronica del siriano OMAR SOULEYMAN, che si, diciamolo, spiazza il pubblico, e affascina, a giudicare dalla folla impazzita sotto il super palco L’Origine. Si, se la pioggia non avesse interrotto Coca Puma, sarebbe stato ancora più perfetto.
Non che abbia intenzione di soffermarmi solo sul terzo giorno perchè toglierei il giusto valore al resto, per dire a una giornata incredibile come quella di venerdì, iniziata da RIP e LAMANTE poi/insieme a quei patatoni dei DELICATONI e culminata con VENERUS e un OKGIORGIO navigatore di folle con il suo pulsantone rosso (niente da dire, ‘sto ragazzo è ormai una certezza).
Però è nella conclusione del tutto che mi è davvero chiaro l’obiettivo statuito di dare risposta a un “bisogno di comunità, cultura e musica condivisa”. Per non parlare della capacità di risposta dell’organizzazione agli eventi climatici avversi: un pò con il sorriso, ma anche con la giusta voglia di farlo perche ci si crede davvero (vedere i ragazzi di TRANSUMARE buttarsi sotto la pioggia con asciugamani, kway o niente per ballare dà una perfetta raffigurazione del concetto) e si, si sono presi dei rischi, che oggi non ci si prende più. La prova del nove del festival.
Mi spiego: nella mia visione, ormai siamo un po’ troppo schiavi di un certo indie italiano alternativo mainstream-fighetto che ci viene letteralmente dettato. Sulle line up ci sono gli stessi nomi. Andare fuori schema e rischiare non è una cosa che si riesce a fare facilmente, soprattutto se non si ha un’esperienza pluriennale e un nome che ti permette di farlo (a titolo esemplificativo: la generazione dell’allora Primavera Sound ha portato per anni avanti artisti che ora sono, in molti casi, esplosi, e che trovavano in quei palchi una certezza di fan appassionati).
I ragazzi di TRANSUMARE e l’esperienza del duo OUTRANSA che ha chiuso ottimamente il festival hanno dimostrato che si può fare un festival e mettere in primo giorno in apertura il nuovo talento del pop rock d’autore come EMMA NOLDE e chiudere poche ore dopo la serata con il padre della techno e culture club Zak Khutoretsky, in arte DVS1, passando dal momento da immortalare a una danza senza video ne telefoni.
No, non è bipolarismo, e posso dirvi che con un intermezzo funk partenopeo come quello di PELLEGRINO & ZODYACO il tutto aveva perfettamente senso. Come aveva perfettamente senso il rilancio spirituale del MANANGEMENT DEL DOLORE POST-OPERATORIO nella loro sessione di ritiorno ai fasti radical-rivoluzionari di AUFF! (tranquilli, abbiamo fatto comunque i coretti su Naufragando) a segnare la vigilia del festival. Un gruppo nato e cresciuto e vivente in Abruzzo. Uno dei live più emozionanti dei quattro giorni (io e la mia amica commosse).
Mi piace pensare a questi giorni come una contaminazione costante, fatta di innesti apparentemente non-sense come il test del post punk elettronico delle C.A.R. (anche loro intervistate qui in anticipo) con Chloé Raunet che da alfiere totale nel day one alle sette e mezzo, sole ancora alto, ha sfondato la barriera del pubblico facendo ballare tutti dopo un amico ormai del festival, PIETRO MIO. Non era scontato, e vuol dire che ha funzionato. Aggiungiamo anche la bellezza quasi sorrentiniana del trovarsi ad ascoltare la cover urban pop di Elisa (onore alle origini friulane di Venerus?) dall’area food, intervallata dal baracchino degli arrosticini che urla ogni tre minuti il numero dell’ordine.
E in fin dei conti di contaminazione si parla quando pensiamo all’atto del transumare.
Un po’ più ampiamente, al Mediterraneo, alle sue contraddizioni, tante cose belle, altre molto meno (e non è da molti dedicare, in un festival di fatto piccolo, ben due banchetti a Emergency e SOS Mediterranee), insomma molto diverse; all’andare da una parte all’altra, in antitesi costante eppure senza voler scomodare troppe reminiscenze scolastiche di filosofia da far scolorire il già vecchio manuale Abbagnano, trovarsi in un grande mare magnum no?
Che sembra a volte non avere nè capo nè coda eppure siamo tutti qua, e l’esperienza completa ha perfettamente senso – nella seconda edizione, poi, ancora migliorata in termini di vivibilità, cercando di non lasciare momenti sonori vuoti tra un palco e l’altro, soprattutto in uno spazio ristretto, evitando efficacemente il senso di compressione, ma anche nelle attività collaterali, dal trekking alle degustazioni ai ragazzi di No-Made Boards per il workshop sulle tavole da surf, fino ai simil ‘brunch’ elettronici nella spiaggia del festival, il Lido Oasis.
Significa questo, fare una festa per bene? All’inizio, quando mi veniva detto, sorridevo – e che stolta. I festival devono essere feste, e devono essere fatte bene, e in TRANSUMARE c’è molta intelligenza, non facilmente comprensibile se si è fatti solo una data, occorre fare l’intera experience, come si dice su, a Milano. Io, personalmente, l’ho passata tra un’accesso e l’altro al festival facendo la spola tra nord e sud della costa abruzzese, approfittandone e godendomi il mare di casa e pranzi improvvisati di pesce a base di guazzetto di cozze, ma è pure questo il bello qui, o no? Darmi una scusa per stare a casa e viaggiarci dentro. E sapere che a casa mia ci sono certe realtà mi conforta molto. E adesso, aspetto la terza edizione.
