Il musicista nigeriano con la band ereditata dal padre porta a Milano l’afrobeat di tradizione familiare in versione contemporanea. Lo accompagnano Naima con il suo trio nu jazz e l’emergente Spiff.
Articolo di Alessandro Cebrian Cobos
Dopo la morte del leggendario Fela Kuti, il figlio più piccolo ne ha raccolto l’eredità musicale e ha iniziato a suonare con gli Egypt 80, l’ultima band del padre. Ora con quasi 20 anni di carriera, cinque album, collaborazioni con artisti tanto variegati come Santana, Janelle Monaé e Sinéad O’Connor, il sassofonista e cantante Seun Kuti porta all’Alcatraz, all’interno del festival JazzMi, il loro lavoro più recente. Intitolato Heavier Yet (Lays The Crownless Head) vanta featuring con Damian Marley e Sampa The Great, ed è stato prodotto da Lenny Kravitz. Lo precedono Naima Faraó, che a sua volta propone i pezzi del suo album solista, e Spiff Onyuku, che invece è all’inizio della sua carriera di musicista.
Spiff Onyuku
Spiff Onyuku apre il live, da solo sul palco con la sua tastiera. Proviene dalla Nigeria, vive da 8 anni in Italia e porta avanti un progetto di afropop accessibile, melodico, ritmato, con accenti elettronici, qualcosa che qui da noi si sente ancora molto poco. Le sue composizioni sono ben fatte, serrate e coinvolgenti; usa spesso loop e sample su ritmiche d’ispirazione tradizionale ma ricreate elettronicamente, sulle quali canta con una voce profonda e misurata. Viene semmai penalizzato un po’ dall’orario – inizia molto presto, e la sala è ancora poco affollata – e dal non avere altri strumentisti a supporto, che potrebbero arricchire un po’ il sound e dare anche più respiro all’esibizione. Anche perché, nonostante un filo di timidezza quando si racconta, quando invece canta è sicuro di sé e gestisce bene il palco e il pubblico, soprattutto con l’ultimo singolo Allegria.
Insomma, anche con solo quattro brani Spiff promette bene. Seguirà Seun in altre 2 date in Italia, a Roma e Conversano in Puglia, la stessa regione dove ha abitato in uno SPRAR dopo essere arrivato in Italia via mare, e dove è iniziata la sua carriera musicale dopo essersi laureato al conservatorio di Bari.
Naima Faraò
Naima Faraò occupa quello spazio delizioso di musica jazz contemporanea che un po’ britannicamente si mischia con funk, soul, drum and bass, hip hop e tutto ciò che ha feeling. A JazzMi presenta soprattutto pezzi da Dots, primo album solista uscito a marzo a coronazione di 10 anni e più di gavetta underground (Black Beat Movement, Elephant Claps).
Ha prima di tutto portato con sé una formazione compatta: il suo tastierista Edoardo Maggioni stende tappeti di armonie sospese, il batterista Matteo D’Ignazi usa degli strani piatti rovinati e bollati che smorzano il suono, trasformandolo in un clanng! secchissimo che riporta tutto a terra. Al basso Giuseppe La Grutta è versatile, perché sa essere melodico nei momenti più alti e anche tracciare groove belli fitti a sostegno della ritmica. Su questi elementi molto solidi si appoggia la voce di Naima: pulita, diretta, controllata e precisissima, specie nella cover virtuosa di Yatra-Tá di Tania Maria. Sono sia godibili che stimolanti, con Buoyancy Of Water lo mostrano al meglio: iniziano con un beat sloppy che suona Soulquarian, riempiono la strofa di controtempi inaspettati, e poi con gli acuti di lei la composizione si apre e gli assoli portano a vette quasi cosmiche. Un live di 30 minuti così denso inevitabilmente farebbe desiderare di più, ma non c’è tempo ed è ora dell’headliner della serata.
Seun Kuti & Egypt 80
Gli Egypt 80 salgono sul palco senza il frontman e iniziano a scaldare l’atmosfera. I fiati (tromba, sax tenore e sax baritono) settano con le loro melodie asciutte, all’unisono, la tensione giocosa del sound della band. La batteria, che stasera copre anche il ruolo delle percussioni ritmicamente parlando, ogni tanto rompe questa tensione con un singolo colpo di rullante che segna la fine di una sezione di soli e l’inizio di una nuova strofa. Alla chitarra Anis Benhallack dall’Algeria parte come potrebbe partire Hendrix, mentre per il resto della serata sarà il polso destro più ritmato che abbia mai ascoltato dal vivo.
Gli Egypt 80 sono stati l’ultima band di Fela, e Seun ha ereditato molti dei suoi musicisti. Negli anni sono andati in pensione e sono stati sostituiti da una nuova generazione di strumentisti. Di fatto l’unico sul palco che abbia suonato con Fela è Kunle Justice, il bassista: serafico, vestito di verde rosso e giallo come un veterano rastafari, tiene la linea. Ci sono poi le due coriste e ballerine, che senza mai smettere di sorridere rispondono con la voce a Seun e con le coreografie alla band, sottolineando i riff con movimenti semplici e simmetrici di braccia e fianchi.
Kuti si fa attendere, e sale sul palco quando la band ha già carburato. Propone le melodie al sax, ride e si muove per tutto il palco. Ogni tanto si sposta alle tastiere, poi torna a cantare con quello stile enunciato che era anche del padre. La musica ha uno stile un po’ diverso però: a volte è più duro, le frasi musicali sono più nette e aggressive, il groove colpisce più forte, come in Dey. In altri pezzi invece viene fuori un approccio più melodico, più delicato: certo, non si può dire che Love & Revolution sia una afroballad, ma non posso neanche negare che il sassofono mi ricorda la morbidezza di una Careless Whisper.
Rispetto all’ultima volta che l’avevo visto live, lui si espone di più come frontman, mostra di più la sua personalità: scherza e ci prende in giro (“If you don’t have kids, dont’ believe the hype. We parents have a secret code, and our goal is to convince all of you intelligent people without kids, to have kids”), ma i Kuti con le loro canzoni fanno anche politica, e quindi non stupisce che ci racconti come la pensa sulla musica intesa come arma di cambiamento. Certo, è un’arma, e il compito di Seun è di produrre quotidianamente queste armi; ma è compito di tutti farci ispirare, creare le battaglie con le quali migliorare il nostro mondo. Se manca questo sforzo, la musica non serve a nulla. Deve essere uno sforzo cosciente, una lotta, o non sarà mai efficace.
Insomma, anche quando impiega ritornelli catchy, quando importa elementi meno tradizionali come le vibe quasi caraibiche di T.O.P.; anche quando fa ballare tutto l’Alcatraz insieme, l’afrobeat resta un genere militante. Pur passando da una generazione di una famiglia a quella succesiva.
“You are not here because of me, I am here because of you“
SPLIFF ONYUKU – la scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano
Egwu Udo
Make Me Dance
Water In The Desert
Allegria
NAIMA FARAÒ – la scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano
Heirloom
Vortex
Yellow Dandelion (cover di Joe Armon-Jones e Georgia Anne Muldrow)
Yatra-Tá (cover di Tania Maria)
Buoyancy Of Water
Run
SEUN KUTI & EGYPT 80 – la scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano
Opening
Shuffering and Shmiling (cover di Fela Kuti)
Dey
Love & Revolution
Stand Well Well
T.O.P.
Emi Aluta
Last Revolutionary
