Reportage Live

MORRISSEY live a Milano: la luce può accecarti anche quando non la vedi.

A Milano per l’unica data italiana Morrissey si conferma ancora una volta un’icona divisiva ma magnetica. L’artista di Manchester ha celebrato la sua grazia vocale tra classici degli Smiths e nuovi brani. Un’esperienza intergenerazionale e commovente: l’ultima voce dell’alienazione che, a dispetto di tutto, non si spegne. ma che sa brillare ancora più forte.

Morrissey in concerto al Fabrique di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Articolo di Serena Lotti | Foto di Andrea Ripamonti

Morrissey torna finalmente in Italia per l’unica data in cartellone nel nostro paese, dopo i cinque concerti italiani del 2025. Non poco criticato sia per il suo quattordicesimo album da solista e ultimo Make-Up Is a Lie uscito lo scorso 6 marzo, sia a causa di svariati rinvii e cancellazioni dei concerti dall’inizio del 2026 (a meno di due settimane dall’uscita del nuovo album aveva già cancellato il 19,05% dei concerti) sia per alcune prese di posizione da alcuni media considerate sgradevoli. Per contestualizzare il Guardian descriveva in modo non gentile come Morrissey negli ultimi anni avesse iniziato ad “abbracciare l’estrema destra”.

La maggior parte della critica ha peraltro definito il disco, stroncandolo senza riserve, come il più “autocommiserativo che mai” e pieno zeppo di “retorica nazionalista”. Noi di Rockon ci riserviamo di dirvi di più ma nel complesso è sembrato un disco godibilissimo, sicuramente discontinuo, ma non certo definibile come un epic fail.

Morrissey è del resto un personaggio scomodo e ingombrante, è un artista unico, a tratti esasperante ed eccessivo, ferocemente intelligente, deliberatamente provocatorio, adorato e criticato in egual misura. Non si incontrano mai opinioni neutre sul più influente e controverso antieroe del pop britannico, eppure la performance che ci ha regalato ieri sera, nonostante deficitata da importanti limiti visivi, è stata unica e meravigliosa. Per un cantautore con oltre quarant’anni di carriera alle spalle, sapere lasciare così tanta bellezza conta molto di più di tutto il chiacchericcio alla sua volta.

Morrissey in concerto al Fabrique di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Tra le migliaia di persone che hanno riempito a scoppio un Fabrique sold out da giorni, che si conferma quindi non essere stata la venue perfetta per questo live, c’era un discreto contingente di rappresentanti della GEN X, molte coppie padre-figlio con un storia che suggerisce di canzoni tramandate e di amore infuso. Vedremo più tardi giovanissimi cantare parola per parola brani come How Soon Is Now? o Jack the Ripper a testimonianza della coerenza di un artista che ha trasformato la musica sua e degli Smiths in una forma d’arte collettiva e intergenerazionale.

Ci aspetta una buona mezzora di video pre-show durante i quali Morrissey mette in mostra i suoi gusti ed influenze eclettiche. Il video è composto da clip di film classici, programmi TV e performance musicali: ci sono i Ramones, Gene Pitney Little Tony, Bruce Lee. Questo costituisce un ulteriore modello di riferimento positivo: l’affermazione che esistono influenze interessanti in stili diversi e più old school, in paesi e culture differenti e di ogni genere e orientamento.

Intanto io cerco di farmi strada a fatica tra una folla compressa ma gli ostacoli sono diversi, tutti i maschi over 190 cm di Milano sono lì, è un raduno di pallavolisti, di basketballer, di uomini con le zeppe, di artisti coi i trampoli o io sono diventata improvvisamente una nana?

Un muro di schiene giganti mi ostacola la vista e non ringrazierò mai abbastanza (e per la prima volta nella storia) gli smartphone svettanti sulle teste davanti a me che filmavano qua e là pezzi di Moz, pezzi di show, pezzi di cose a caso. A volte era un braccio, a volte una gamba, il live è stata una brutta versione puzzle di un film a capitoli.

Insomma abbiamo forzatamente accettato un patto di fiducia cieca, il palco era un’ipotesi lontana e irraggiungibile. Nonostante la selva di gente, improperi e schiene, la voce di Morrissey si elevava da quel bordello umano con una nitidezza disarmante, confermando che l’ex leader degli Smiths a 66 anni gode di una grazia vocale che sfida ogni legge biologica. Moz è tirato a lucido (ci riportano quelli delle file davanti a noi), è bellissimo e si è infilato nelle mutande dei fiori. “Pagherei per vederlo” dice garrulamente una tipa davanti a me …ed io rifletto questo pensiero “Ma non ha già pagato il biglietto?” Eccola la grande contraddizione della serata.

Morrissey in concerto al Fabrique di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Soffermandomi sul piano tecnico (l’udito è stato il senso più utilizzato ieri sera) la band corre dritta e piena: Jesse Tobias e Carmen Vandenberg alle chitarre, Juan Galeano al basso, Matt Walker alla batteria e Camila Grey alle tastiere. Tutti musicisti lavorano secondo minimi termini, mettendosi totalmente al servizio di Moz senza mai prendere il sopravvento con virtuosimi non necessari.

Il suono è quelo smithseano al 100%, cupo, duro, ma nello stesso tempo psichedelico, lisergico, liberatorio.Sprazzi di delirio synth-pop, distese di rock malinconico, il tutto consegnato con una voce potente e dal timbro unico al mondo. Qualunque altra cosa sia cambiata nella sua vita personale e artistica, Morrissey non fa esercizio di stile, ma tiene il palco con un mashap di orgoglio ferito e pacata tragedia.

La setlist si bilancia, non corre mai il rischio di sembrare una banale e prevedibile antologia promuovendo invece una narrazione più ricercata e complessa: e se è seppure vero che Moz ci ha fatto attraversare quarant’anni di storia, ci ha fatto anche dono delle gemme del suo ultimo lavoro con Make-Up Is a Lie, Notre-Dame e The Monsters of Pig Alley dell’ultimo disco, non dimenticando pezzi da vero collezionismo come Lost, Everyday Is Like Sunday e Suedehead.

Insomma Morrissey, penso mentre sono schiacciata tra schiene giganti e lo guardo nello schermo dell’Iphone di quello che mi sta davanti, porta il suo stile e la sua interpretazione unici, il suo potente baritono, e la sua intransigenza politica “We’re happy to be here, and to be alive. It won’t last.” dice. E quanto ha ragione? Ne ha anche per l’industria musicale “They always call me indie, but as a solo artist I’ve never recorded for an independent label. Why indie? I’m not!“ Lo si ama.

Le canzoni degli Smiths mi fanno dimenticare dove sono, tra chi sono e dove sto guardando, salto, mi dondolo e mi commuovo insieme alle mie amiche schiene. Arriva Rush and a Push and the Land Is Ours dalla grandiosità psichedelica, striscia verso di me la bellissima I Know It’s Over, e poi How Soon Is Now? che come solista, Morrissey ha eseguito oltre 600 volte. E le chitarre taglienti di Irish Blood, English Heart in un tripudio di luci rosse…

Morrissey è una combinazione di empowering ed audacità, di sensualità che non possiamo vedere ma che possiamo sentire, percepire, respirare.

L’encore è There Is a Light That Never Goes Out: un’esplosione di spleen, di agonia ed estasi che arriva al culmine quando si toglie la camicia e resta a petto nudo. Ma questo lo possiamo sapere solo dalle file davanti, come in un telefono senza fili. Cerchiamo le più recenti storie su IG e compensiamo i defici visivi in una narrazione e fruizione indiretta che è un mix di analogico e digitale.

Morrissey ci consegna un’ultima frase lapidaria “I died, then was reborn, and then died again” Insomma Milano ha fatto sentire definitivamente rinato il leader degli Smiths e prego Moz, è stato un piacere.

Morrissey in concerto al Fabrique di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Insomma la forza lirica di Morrissey si concentra sulla poesia e il fraseggio innovativo, sull’ironia e su una straordinaria capacità di trasformarsi da poeta degli introversi a crooner maestoso e tormentato: il suo status di icona è rimasto intatto e continua a rappresentare un caso unico di longevità artistica, sostenuto da un culto che vede in lui l’ultima, autentica voce dell’alienazione e dell’indipendenza intellettuale.

Morrissey, oggi, non è più solo un artista: è un’isola che resiste. Se da un lato la sua coerenza artistica è rimasta granitica, conservando una bellezza che profuma ancora dell’aria di Manchester, dall’altro è diventato un bersaglio della cancel culture. Morrissey è diventato l’outsider per eccellenza, l’uomo che non sa (o non vuole) tacere, trasformandosi in una figura tanto necessaria in un’epoca di conformismo.

Nonostante tutto la sua fanbase è rimasta tra le più devote al mondo, e ieri sera questo si è visto benissimo. Anche chi non condivide le sue sortite politiche non può fare a meno di riconoscersi nelle sue ferite. Sono rimasta sepolta tra schiene e gambe, tra capelli e afa, ma Morrissey mi ha tenuto fortissimo dentro la sua storia facendomi capire come la sua sia una generosa offerta di un riparo sicuro a chi si sente fuori posto: un tetto per i loser, i poeti, i romantici, dimostrando che, oltre le polemiche e i dissing e il cyber-harassment, rimane solo quella luce. E quel bagliore fortissimo, a dispetto di tutto e tutti, è accecante, anche quando non lo puoi vedere.

Clicca qui per vedere le foto di Morrissey a Milano o sfoglia la gallery qui sotto

MORRISSEY: la scaletta del concerto di Milano

  1. Billy Budd
  2. I Just Want to See the Boy Happy
  3. Suedehead
  4. Notre-Dame
  5. Make-Up Is a Lie
  6. A Rush and a Push and the Land Is Ours (The Smiths)
  7. Irish Blood, English Heart
  8. Now My Heart Is Full
  9. How Soon Is Now? (The Smiths)
  10. I’m Throwing My Arms Around Paris
  11. The Bullfighter Dies
  12. The Monsters of Pig Alley
  13. Best Friend on the Payroll
  14. Lost
  15. Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me (The Smiths)
  16. Jack the Ripper
  17. Everyday Is Like Sunday
  18. World Peace Is None of Your Business

BIS

  1. There Is a Light That Never Goes Out (The Smiths)

2 Comments

  1. Massimo Pettorino

    10/03/2026 at 20:59

    Io c’ero…..conosco gli smiths da quando sono nati..eravamo con mia moglie e mio figlio,esibizione da brividi , emozionante se non fosse stato per la bassa qualita’ del suono , l,impossibilta’ di vedere il palco ed i servizi igienici impossibili da raggiungere…..sarebbe stato fantastico

    • Serena Lotti

      28/03/2026 at 14:55

      Ciao Massimo, sottoscriviamo tutto. Quella LUCE la potevamo solo “ascoltare”, ma non vedere. Moz avrebbe meritato (e riempito) una venue decisamente più grande. Un abbraccio, Serena

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