Reportage Live

COUNTING CROWS: una lezione su come fermare il tempo senza fermarsi mai

A Milano per l’unica tappa italiana del tour 2025, la band californiana reinterpreta ancora una volta il suo repertorio trentennale, accompagnato dalle canzoni del nuovo album. Con loro il cantautore James Maddock, in duetto con il chitarrista della band, David Immerglück

Articolo di Silvia Cravotta | Foto di Claudia Mazza

Non c’è un concerto dei Counting Crows che sia uguale all’altro ma è solo alla fine della loro esibizione che appare chiaro come sia questo il loro segreto per andare avanti dopo oltre trent’anni di carriera. Adam Duritz e soci sono tornati a esibirsi su un palco milanese dopo l’ultima volta al Teatro Dal Verme, tre anni fa: questa volta è sul palco dell’Alcatraz che hanno portato la versione live del loro rock statunitense, con arrangiamenti diversi dalle versioni in studio, variazioni vocali e piccole deviazioni degli strumenti. Due ore di musica in crescendo, sia per l’energia del gruppo sia per il coinvolgimento del pubblico.

JAMES MADDOCK (+ IMMY)

Pubblico, va detto, decisamente middle-aged, come da previsioni, che riempiva il locale sin già dalle otto di sera. Parterre affollato, quindi, quando a salire sul palco sono Jimmy & Immy, ovvero il cantautore britannico (ormai americano d’adozione) James Maddock e David Immerglück, polistrumentista americano, nonché dal 2000 chitarra dei Counting Crows. Maddock si è costruito una carriera a New York, abbeverandosi alle fonti della musica folk rock americana: undici album all’attivo, prima con la band Wood poi come solista, con alcune delle sue canzoni nelle colonne sonore di film e serie tv, vedi Dawson’s Creek. “Jimmy e Immy”, come si fanno chiamare quando suonano insieme, hanno pubblicato diversi album dal vivo e la loro intesa musicale è palpabile appena mettono piede sul palco.

Jimmi & Immy sembrano due vecchi amici che si ritrovano a casa per fare musica insieme, per il semplice piacere di farla. Il primo armato di chitarra, il secondo di mandolino (poi chitarra anche lui), fanno andare insieme le corde e gli strumenti accompagnano con grande naturalezza la voce calda e intensa di Maddock. Sono soli sul palco, con luci basse a illuminarli, un momento intimo che viene interrotto solo per alcuni momenti a causa di un problema tecnico alle chitarre, risolto dall’arrivo dei tecnici, e sopperito dal canto a cappella di Jimmy. Tutto decisamente apprezzato da parte del pubblico, che accoglie con applausi e cori il pugno di brani che i due portano in scena. Tra le sei canzoni scelte, Keep Your Dream, Beautiful Now e When The Sun’s Out, storie di vita reale in linea con quelle raccontate dai Counting Crows, che arriveranno di lì a poco. Unica nota stonata: si è sentita parecchio la mancanza di Sunrise on Avenue C.

COUNTING CROWS

I Counting Crows sono una band solida e affiatata, lo si capisce appena entrano e lo confermeranno con una esibizione dove tutto ha funzionato alla perfezione. Il cantante Adam Duritz – anima e fondatore della band nel 1991 con il chitarrista David Bryson e il tastierista Charles Gillingham – è un frontman rodato, un leader che sa muoversi sul palco e può permettersi il lusso di interpretare le sue canzoni sempre in modo diverso davanti a un pubblico che lo ama anche per questo, oltre che per la sua voce chiara e potente e per quella sua capacità di scrivere testi poetici e introspettivi, che riescono a farti vedere le cose sempre in un modo diverso. Una produzione compositiva complessa quella di Duritz, che negli anni ha dovuto fronteggiare cali di ispirazione e rallentamenti che hanno portato a lunghi intervalli tra un album e l’altro. Ma i sette californiani sono qui, con un album uscito solo pochi mesi fa, e con una voglia evidente di restare on stage ancora molto a lungo.

L’attacco del concerto è affidato infatti a Spaceman in Tulsa, primo singolo di Butter Miracle, The Complete Sweets!, ottavo lavoro in studio della band, dato alle stampe nel maggio 2025, quattro anni dopo Butter Miracle, One Suite, l’EP che ha interrotto un digiuno che durava ormai da sette anni. Cinque le canzoni nuove scelte per il concerto, tutte quelle del nuovo album, escluse invece le quattro di One Suite (traslate poi anche in The Complete Sweets!), forse per il loro essere un racconto troppo unitario, difficile da prendere separatamente. Gli altri brani in scaletta sono tutti pre-Duemila, a parte quelli di Somewhere Under Wonderland del 2014, ultima uscita completa prima del 2025.

Con il suo ritmo allegro, guidato dalle chitarre, Spaceman è l’intro perfetta con i suoi riferimenti al tema della fama e delle sue difficoltà (“mother fucker rock’n roll star“), che Adam ben conosce, e gli immancabili riferimenti geografici a stelle e strisce, insieme all’intramontabile American Dream. La band decide di non far aspettare il suo pubblico e lancia subito Hard Candy, amatissima ballata pianistica che ispira già il primo sing-along, e subito dopo Mr. Jones, quella che oggi è la loro hit più nota e che gli ha portato notorietà nel 1993, anno di uscita dell’album d’esordio August And Everything After. Con il suo attacco indimenticabile e una fusione perfetta di chitarre e sezione ritmica, che la rende morbida ed energica allo stesso tempo, è davvero difficile non farsi trascinare.

Per Omaha entra in scena una fisarmonica e il cantato si allarga a tutto il pubblico, con Adam che si sposta ai lati del palco, mentre If I Could Give All My Love – or – Richard Manuel Is Dead resta struggente come nell’originale, con quel suo senso di caducità ispirato dalla morte di Richard Manuel dei The Band, quasi quarant’anni fa. Prima di With Love From A-Z, Adam si siede al centro del palco e racconta una serie di aneddoti divertenti riguardo a un fan club che li ha seguiti in tour in Europa. Poi lo spazio è tutto per la opening track del nuovo album, uno splendido talking blues dal ritmo cadenzato della strumentazione, con un ritmo che si segue facendo su e giù con la testa.  

Dopo una frizzante Miami, accompagnata dall’assolo di chitarra di Immerglück, e la malinconica Colorblind, con tutti abbracciati che ondeggiano insieme sulle note struggenti del piano e del violoncello, è il momento delle cover. Blues Run The Game di Jackson C. Frank è in versione acustica, con solo Adam e David sul palco, raggiunti di nuovo dalla band per eseguire Friend of The Devil dei Grateful Dead, anno domini 1970. La versione di Big Yellow Taxi di Joni Mitchell è entusiasmante e viene salutata con una ovazione dalla sala. Il pianoforte da solo introduce Round Here, Adam è sul palco con le braccia aperte a croce e la sua voce potente. Nessuno fiata per ascoltarlo, poi cantano con lui.

The1 è un momento molto divertente, con il cantante che si atteggia in pose alla Taylor Swift e fa ballare tutti.  Si siede al piano da solo per A Long December, poi accompagnato da fisarmonica e chitarra, un arrangiamento ampio e lunghissimo, che ci fa arrivare dritti in faccia il suo sapore agrodolce tra il rimpianto del passato e le speranze per il futuro. L’assolo di batteria di Jim Bogios introduce Rain King, perfetta conclusione emotiva ed esplosiva della serata. La canzone, ispirata da un romanzo di Saul Bellow, è un inno rock avvincente che ci accompagna alla fine della scaletta.

Apre il trio degli encore la beatlesiana Under The Aurora, mentre per Hanginaround entra in scena il loro conterraneo (ma ormai prestato all’Italia) Stef Burns, che con la sua chitarra elettrica rende il pezzo ancora più rock, per poi uscire tra gli applausi. Dopo una breve riflessione di Adam sul loro essere una band da oltre trent’anni, l’ultima parola viene lasciata a Holiday In Spain, canzone che finge di essere felice ma non riesce a trattenere la malinconia. Perfetta per chiudere con il suo “fly away to somewhere new“.

E volano via anche i Counting Crows, quelle gazze da contare che danno il nome alla band, ispirato da una filastrocca inglese. Adam resta solo sul palco ed esce da vero divo, ma non prima di aver annunciato “We will be back“.

Clicca qui per vedere le foto del concerto dei COUNTING CROWS all’Alcatraz di Milano (o scorri la gallery qui sotto)

COUNTING CROWS: la scaletta del concerto all’Alcatraz di Milano

  • Spaceman In Tulsa
  • Hard Candy
  • Mr. Jones
  • Virginia Through The Rain
  • Omaha
  • If I Could Give You All My Love – or – Richard Manuel Is Dead
  • With Love, From A-Z
  • Miami
  • Colorblind
  • Blues Run The Game (Jackson C. Frank cover)
  • Friend Of The Devil (Grateful Dead cover)
  • Big Yellow Taxi (Joni Mitchell cover)
  • Round Here
  • Boxcars
  • The 1 (Taylor Swift cover)
  • A Long December
  • Rain King
  • Encore:
  • Under The Aurora
  • Hanginaround
  • Holiday In Spain

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