Articolo di Umberto Scaramozzino
I Chalk tornano in Italia con il loro electronic-industrial-rock per promuovere l’uscita di “Crystalpunk”, facendo tappa a Santeria Toscana 31, a Milano. Il primo, bellissimo album del gruppo con base a Belfast va a coronare un percorso iniziato con la “Conditions Trilogy” (tre EP, tutti preziosi) e definisce i contorni di un progetto musicale tra i più interessanti, tra i tanti usciti dall’isola irlandese negli ultimi anni.
Il mancato sold out non rende giustizia, né alla band né al concerto (al quale auspicabilmente seguirà un adeguato passaparola), ma contribuisce a rafforzare l’immagine di un progetto indipendente e quindi libero, persino dalle catene imposte dall’ossessione per il pienone. Se si fosse optato per un ritorno all’ARCI Bellezza sarebbe stato un tutto esaurito? Senza dubbio. Avrebbe cambiato qualcosa per i tre musicisti irlandesi sul palco? Probabilmente no.
L’avvio è più pacato del previsto e serve qualche brano per creare la ricercata estasi ritmica dei live dei Chalk. “Longer”, il pezzo più rock del lotto, mostra il grande potenziale mainstream della band, che ha tutte le carte in regola per penetrare nella branco più dark del filone post-punk e uscirne se non capobranco, quantomeno come nome di punta della prossima generazione. Ma è poi con l’irresistibile sequenza che viene inaugurata da “Bliss” che scioglie gli ultimi nodi e toglie i freni inibitori alla platea.
Il vantaggio di un bel club come Santeria non totalmente pieno è che c’è abbastanza spazio per ballare in maniera scomposta, cercando di replicare quanto proposto da Ross Cullen sul palco. Il frontman dei Chalk è davvero incontenibile. Si muove sinuoso e imprevedibile, quasi sempre noncurante del pubblico. A parte quando decide di estendere il proprio raggio d’azione e scendere dal palco, non per incitare direttamente i fan, ma piuttosto per camminare tra loro come un novello Mosè: le acque si dividono, la stamina sale e da metà scaletta in poi Santeria diventa un ipnotico dancefloor dove tutto è concesso. Non è pogo, non è ballo: è una via di mezzo molto congeniale alla musica dei Chalk. L’anima punk delle chitarre sferzanti di Dublino incontra l’anima danzereccia della club culture di Belfast. Un mix tanto potente quanto ipnotico.
Nonostante formalmente siano passati da un trio a un duo, con Benedict Goddard (chitarra e synth) che affianca il già citato Ross Cullen alla voce, dal vivo il ruolo vacante alla batteria è ricoperto da Fiontan McAleavy, che meriterebbe forse qualcosina in più del ruolo da turnista. Un metronomo umano che unisce una precisione meccanica a una violenza brutale che ricorda l’approccio dei Nine Inch Nails, ma regala un suono quasi da drum machine e che diventa il perfetto ponte tra post-punk e techno. Il resto del lavoro è affidato a Benedict Goddard, che da buon polistrumentista con la visione del regista – ruolo che effettivamente ha ricoperto, nei progetti cinematografici con Cullen – fa in modo che il risultato di tutto questo caos sia unico e riconoscibile. Tutto ciò proietta i Chalk verso un futuro in cui la ricerca dell’identità potrebbe essere una sfida elettrizzante e non un problema.
In inglese c’è un’espressione sempre più ricorrente tra chi ambisce implicitamente a rivendicare la paternità di una scoperta musicale. Sempre più critici, giornalisti e content creator anglofoni ricorrono infatti all’espressione “Are we sleeping on her/him/them?” per mettere in discussione la capacità di pubblico e critica di riconoscere il reale valore di un artista. Nonostante i riconoscimenti, per i Chalk la domanda continua a essere lecita.
