Articolo di Simona Ventrella | Foto di Claudia Mazza
Ci sono concerti che ti intrattengono. Altri che ti impressionano. E poi ci sono quelli dei Big Thief, che sembrano semplicemente accaderti addosso. Domenica sera al Circolo Magnolia non c’erano effetti speciali, schermi giganti o trovate da arena-rock. Solo quattro musicisti, qualche luce discreta e una manciata di canzoni capaci di spalancare voragini emotive. Eppure, Adrianne Lenker e compagni sono saliti sul palco e hanno fatto ciò che sanno fare meglio: trasformare la fragilità in un fenomeno fisico, tenendo centinaia di persone sospese in quello spazio fragile e misterioso che separa l’intimità dalla comunione collettiva.
Quello che colpisce è come i nuovi brani non cerchino mai di imporsi sui classici. Entrano nel repertorio come fossero sempre esistiti. La serata si apre con “Carry”, una canzone di Adrianne Lenker che sembra arrivare da un’altra stanza, da un’altra vita. È una scelta perfetta: invece di esplodere, i Big Thief iniziano sussurrando. Poi arrivano “Shoulders” e una sorprendente “Real Love”, e subito il Magnolia capisce che non assisterà a una semplice esecuzione di canzoni ma a una conversazione collettiva. “Simulation Swarm” scatena uno dei primi brividi collettivi della serata. Il Magnolia la accoglie come un classico già scolpito nella pietra dell’indie contemporaneo. Quando Buck Meek attacca quel celebre assolo, l’aria sembra piegarsi. Nessuno canta davvero: tutti trattengono il respiro e si percepisce quella magia rara che distingue una grande band I pezzi di Double Infinity, “Incomprehensible” e la title track, mostrano una band che ha smesso da tempo di inseguire l’idea di “crescita”. I Big Thief non evolvono in linea retta: mutano. Ogni album è una pelle lasciata indietro. Ogni concerto è una nuova versione della stessa creatura.
I Big Thief non eseguono i brani. Li attraversano. Se “Masterpiece” scatena la prima vera ovazione della serata, è “Not” a rappresentare il cuore nero del concerto. Quella lunga combustione elettrica, ancora oggi resta il loro pezzo più devastante. Un’escalation lenta, nervosa, quasi insostenibile. A metà brano la band interrompe tutto per soccorrere una persona che si è sentita male tra il pubblico. Nessun nervosismo. Nessuna fretta. Solo attenzione e rispetto. Quando il concerto riparte, la tensione accumulata trova finalmente sfogo e il finale della canzone diventa ancora più potente. Come se l’umanità del momento avesse aggiunto peso specifico a ogni nota. Da lì in avanti il concerto assume una qualità quasi liquida. “Vampire Empire” viene accolta come un inno generazionale. “Words” e “Incomprehensible” riportano tutto in una dimensione quasi meditativa.”Shark Smile” riaccende l’energia del pubblico, mentre “Mr. Man” e “Pterodactyl” riportano il set verso territori più strani e imprevedibili, confermando una verità ormai evidente: i Big Thief sono una delle poche band contemporanee che riesce ancora a sorprendere senza dover reinventarsi artificialmente a ogni disco.
Eppure nessuno sul palco sembra interessato alla perfezione. Anzi. I Big Thief continuano a cercare l’imprevisto. A lasciare spazio all’errore, all’istinto, all’interazione continua tra i musicisti. È questa precarietà a renderli così vivi. L’encore è una carezza finale. Iinizia con “Born For Loving You”, passa per la dolce malinconia di “Certainty” e si conclude con “Paul”, richiesta a gran voce dal pubblico. A quel punto il Magnolia è diventato un coro. Non il coro da festival, quello che canta per divertirsi. Piuttosto il coro di persone che cercano qualcosa dentro una canzone e per qualche minuto credono di averlo trovato. La grandezza dei Big Thief non sta nella precisione tecnica, pur essendo musicisti straordinari, ma nella loro capacità di rendere ogni esecuzione instabile, aperta, vulnerabile. Ogni brano sembra sul punto di crollare. Non crolla mai. E proprio per questo emoziona. In un’epoca in cui gran parte della musica indie è diventata un esercizio di branding emotivo, Adrianne Lenker e compagni continuano a sembrare una band che suona perché non conosce altro modo per stare al mondo.Forse è per questo che, mentre le luci si accendono e il pubblico lentamente si disperde verso il parcheggio dell’Idroscalo, rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro.In un’epoca che premia il controllo, i Big Thief continuano a celebrare l’incertezza. Ed è proprio lì, sull’orlo del precipizio, che trovano la loro forma più bella.
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Big Thief: la scaletta del concerto di Milano
- Carry
- Shoulder
- Real Love
- Simulation Swarm
- Muscle Memory
- Masterpiece
- Not
- Vampire Empire
- Words
- Incomprehensible
- Double Infinity
- Shark Smile
- Mr. Man
- Pterodactyl
- ENCORE
- Born For Loving You
- Certanity
- Paul
