Columns è il debutto per Omake – al secolo Francesco Caprai –musicista multiforme che approda ad una forma cantautorale stratificata su territori folky murder, ballate e toni oscuri che caracollano in stadi onirici tra il field ed il pensieroso, nove tracciati che sembrano un gioco letterario, un plot di un racconto intimo e notturno a più non posso.
Disco pieno di ambizioni ad occhi aperti, un liricame che avanza solenne e spirituale per tutta la gittata della tracklist, in cui l’artista Omake riversa una immaterialità inafferrabile, una colonna sonora rappresa che è tesa e rilasciata nello stesso istante, un elastico emotivo e Caveano che dapprima sturba per poi aprirsi trasformandosi in un geniale excursus sensoriale, Nighthawk.
Quello che potrebbe magari pesare ad un ascolto primaticcio la ripetuta serialità dei timbri e delle onde sonore – sebbene contaminate da beatmaking, elettronica e lampi r&b – che si infrangono ad ogni giro, ma è solo un’apparenza ingannevole che si fa passionevole, sgranata, irraggiungibile Purest love, Like a snake, as an eagle, Slowrunner (Feat. Machweo) un miraggio splendido che si allarga poi all’infinito nelle vibrazioni Hammond che rilascia Woman o nei skyline immaginari disegnati da Florida.
Omake diffonde un sentimento sonoro esportabile e una mid-magia opaca che si fa caleidoscopio all’inseguimento di una certa immortalità vibratile. Due spanne avanti a tanto altro.
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