Lo Stato Sociale e il primo album, “Turisti della Democrazia”. Undici tracce, cinquanta minuti, il pop nel 2012, il pop in Italia, il pop e Max Pezzali, il pop nel beat, nelle pulsazioni morbide e gommose che toccano l’universo con dieci mani, con cinquanta dita, con dieci piedi, tutti a testa in giù, sintetizzatori a fiumi, sintetizzatori lo-fi, drum-machine in loop, voglio vederti danzare, ti amo baffo biondo, fammi girare la testa, girami e calpestami, alza le mani ed entra in pista perché il sax urla vendetta (“Quello che le donne dicono”), accennami volutamente i Blur (“Girls & Boys”) e sei già Dio (“Vado al mare”), chiamami “Pop” e ti sposerò, sputa tutto quello che hai dentro (“Mi sono rotto il cazzo”), l’indie-rocker è un povero coglione frustrato che gode nel trash pur non amandolo, che indossa i wayfarer anche se gli stanno di merda (“Sono così indie”), liberati da quella, liberati da tutti, ho i pantaloni di Zara, prendo il treno e vengo da te. Sette mesi fa. Non ti amo però forse ti cercherò quando avrò bisogno di una scatola. Fate una cosa bella, ma bella davvero, la prossima volta che dite una stronzata, ammazzatevi da soli.
Lo Stato Sociale nel capolavoro, nell’esordio dell’anno, “Turisti della Democrazia”, technicolor, il caleidoscopio fosforescente, l’arcobaleno dopo il nubifragio. Mille pecore fra le nuvole, contale pure, tanto non dormirai mai.
Francesco Diodati
