The Neverending Third Act of a Dream arriva dopo una gestazione lunghissima, iniziata nel 2018, e porta con sé tutto il peso di un’attesa che non può essere ignorata. In un panorama musicale che brucia idee e carriere in pochi mesi, sette anni di silenzio non sono solo una scelta artistica: sono una presa di posizione, ma anche un segnale di fragilità. Questo disco nasce da una ricerca profonda, ma lascia intravedere anche una certa insicurezza nel mostrarsi fino in fondo.
Il titolo è più che evocativo: un terzo atto che non finisce mai, un sogno che continua a ripetersi senza arrivare a una vera risoluzione. Una metafora perfetta per un album che vive costantemente in sospensione, che preferisce il non detto alla dichiarazione, l’attesa al compimento. È una scelta poetica, coerente, ma che a tratti sembra riflettere una difficoltà reale nel chiudere un capitolo e aprirne un altro.
Dal punto di vista sonoro, Hesanobody costruisce un universo elegante e controllato, sospeso tra indie pop ed elettronica, fatto di produzioni leggere, atmosfere rarefatte e grande attenzione allo spazio. Ogni elemento è calibrato, ogni suono sembra pensato per accompagnare uno stato emotivo più che per imporsi. È un disco che avvolge, che invita all’ascolto intimo, notturno, quasi meditativo. Ma proprio questa cura estrema rischia di diventare una barriera: la sensazione è che tutto sia tenuto sotto controllo, come se l’album avesse paura di sporcarsi davvero.
I testi seguono la stessa traiettoria. Sono frammentari, ellittici, fortemente evocativi, più interessati a suggerire che a raccontare. L’introspezione è centrale, ma resta filtrata, mai completamente esposta. Hesanobody sembra parlare di sé senza mai mettersi davvero a nudo, lasciando all’ascoltatore il compito di colmare i vuoti. Una scelta affascinante, ma che contribuisce a mantenere una certa distanza emotiva.
In questo contesto, anche la presenza significativa delle collaborazioni assume un doppio significato. Da un lato arricchiscono il disco, lo rendono sfaccettato, dialogante, capace di muoversi tra sensibilità diverse. Dall’altro rafforzano l’idea di un progetto che fatica ancora a reggersi completamente da solo, come se Hesanobody avesse bisogno di appoggi esterni per raccontarsi. Ed è inevitabile chiedersi chi sia davvero quando resta senza voci intorno, senza reti di protezione.
La forza dell’album sta comunque nella sua coerenza: ogni brano contribuisce a costruire una tensione costante, un climax che non arriva mai, un’emozione trattenuta che si deposita lentamente. The Neverending Third Act of a Dream non cerca di conquistare né di sorprendere, ma di accompagnare, di restare sospeso insieme a chi ascolta in una zona emotiva fatta di malinconia, lucidità e attesa.
Resta però una sensazione irrisolta. Questo disco sembra un passaggio necessario, forse persino terapeutico, ma non ancora definitivo. Dopo anni di silenzio, quello che emerge con forza è un desiderio preciso: vedere finalmente Hesanobody esporsi senza filtri, senza maschere, senza paura di occupare tutto lo spazio. Perché la visione c’è, il talento anche. Ora serve il coraggio di chiudere il sogno e ricominciare.
