Recensione di Irene Loddo
Nel primo album di Bandit si parla di adolescenza, un’adolescenza di provincia che si snoda tra palazzoni, motorini, scuole che diventano carceri, carceri che diventano supermercati e supermercati che diventano discoteche. Nel primo album veniamo catapultati in un’universo urbano contemporaneamente futuristico e nostalgico, dove gli edifici svettano e si modificano man mano che ascoltiamo i racconti di relazioni e situazioni che tutti noi figli degli anni ’90 abbiamo vissuto: veniamo catapultati dentro una sfera stroboscopica che ad ogni rotazione diventa più luminosa, iridescente, ironica, politicamente scorretta, più grande, magnifica, ed esplode infine in una supernova di giudizio esistenziale universale diventando un buco nero che ci mette nella condizione di ridere e vergognarci di noi stessi. Il secondo album è sempre il più difficile ma Bandit in questo caso ce la fa, ricollegandosi all’aria semantica della nostalgia presente già nel suo primo lavoro, trasfigurandola ad un’età più adulta ed aggiungendoci un pizzico abbondante di rabbia e qualche granello minuscolo di speranza: un’età in cui il mondo lavorativo ci ha delusi, un’età in cui le scorribande adolescenziali ce le ricordiamo ancora bene ma non abbiamo più molta voglia di farle, un’età in cui siamo mutati e continuiamo a mutare in delle persone più formate ma non ancora soddisfatte a causa di una società che non ci rappresenta: ci fa eco la frase “a 20 anni si è stupidi davvero” perché siamo in un età, i 30 anni, in cui le illusioni sono sfumate o stanno tingendosi di colori pastello così delicati e tristi. Il secondo album di Bandit è l’eco di una generazione, sempre quella nata negli anni ’90, che ancora si batte per avere una condizione lavorativa e di vita diversa dalla schiavitù legalizzata perpetuata dalla generazioni precedenti: il lavoro fatto sulla nostra generazione è stato esattamente quello fatto per le confezioni in plastica dei Saccottini Mulino Bianco. Ci è stato detto che saremmo potuti essere chi volevamo, di perseguire le nostre passioni anche nel mondo del lavoro, che avremmo potuto brillare e non lavorare come dipendenti o operai per tutta la vita e che saremmo stati belli, soffici e ricchi di ripieno. Abbiamo poi aperto la confezione: il Saccottino è sgonfio, molle e gommoso con una pepita minuscola di marmellata all’interno. Il mondo del lavoro è un lager pieno di partite iva sottopagate con un costo della vita insostenibile per chiunque e una serie di mostri geriatrici incapaci di lasciare spazio e avere la sacrosanta intelligenza di crepare. Siamo disillusi e insoddisfatti ma continuiamo a lottare e sognare per far in modo che il nostro quadro dai colori pastello possa avere ancora dei dettagli vivaci.
GRIGIA Nasce come una storia di un amore agrodolce (forse) a distanza per cause lavorative. Milano, metafora del lavoro, rende grigie le persone, come la lunga ombra di un Dissennatore che succhia l’anima di tutti. In un passaggio di di tonalità Bandit ci schiaffeggia violentemente trascinando il nostro cadavere (e quello della sua amata) da Milano al fondo del mare, facendoci diventare magicamente una stella marina e ci osserva e incoraggia mentre torniamo rosso vivo, balliamo tra le onde e ci ricordiamo di esserci dimenticati un sacco di cose e di non poter più vivere come prima. Grigia è la prima traccia, la traccia della presa di coscienza.
COMIZIO D’AMORE La seconda traccia è la traccia della ribellione verso un potere lavorativo che ci vuole sempre più schiavi e con sempre meno tempo per noi e per le nostre vite: “sparami a un piede, fingiamoci malati, restiamo a letto e disertiamo insieme” ci dice Bandit e forse è questa l’unica alternativa che possiamo realmente considerare, un po’ come dei bambini cresciuti che fingono di avere le coliche pur di non andare a scuola.
CAMERATA Con la terza traccia si entra nella delirante mente dell’autore. In un dialogo grottesco tra un se stesso nel pieno della ribellione, anarchico, mentre urla disperato in un megafono verso uno strapotere e una società che non lo rispecchia che lo opprime, e un se stesso conservatore fascista ma con tendenze omosessuali apparentemente calmo ma che poi esplode anche lui in un urlo di disapprovazione verso una società sempre più fluida, Bandit ci insegna e guida all’interno delle contraddizioni del nostro bel Pese ribadendoci, se ancora a qualcuno non fosse chiaro, che non esiste più una destra e una sinistra ma solo un agglomerato di sistemi volto a opprimere il singolo. In uno stato predatore e contraddittorio non c’è più una differenziazione valoriate né men che meno una parte politica da prendere: bisogna solo disperatamente cercare di stare a galla senza farsi inculare a sangue con la sabbia.
I SOGNI Forse la mia traccia preferita, spacca in due l’album, esplica perfettamente i sogni della nostra generazione di trentenni alla ricerca di un qualcosa di idilliaco ideale pur di scappare da una vita lavorativa e rutinaria che ci uccide ogni minuto. Sono i nostri sogni che contemporaneamente ci affossano, fanno franare la nostra esistenza sotto una slavina che trascina via anche l’ultimo briciolo di tempo e dignità ma che contemporaneamente ci spingono a trovare soluzioni più o meno creative: “i sogni che ci riempiono le borse sotto gli occhi, che ci fanno venire le palpebre pesanti non come i nostri portafogli leggeri e spensierati […] ti giuro che questa è l’ultima occasione che do al mondo prima di fare una rapina […] O Andremo con le badanti di ritorno su un’Iveco sei mesi all’anno in Romania” Musicalmente la traccia ricorda moltissimo un carrion, una ninnananna a ritmo terzinato di valzer che i sinistroidi comunisti possono cantare ai figli che non possono permettersi.
NOSTALGIA & IL PARKA Queste due canzoni devono essere prese in coppia e sono a loro modo entrambe sineddochi: Bandit ci trasporta in un significante più spensierato (ma che subito diventa amaro nel significato) con Nostalgia, omaggio a Gloria di Tozzi e a quelle relazioni dei trent’anni in cui ti ritrovi, ma in cui forse vorresti proprio evitare di ritrovarti. Gloria è una ragazza ma anche il grido di liberazione in un mondo che ci vuole tutti un po’ più conformisti pensando però di essere fuori dal coro: sembra che per essere intellettuali si debba essere così poco autentici da far schifo a chi intellettuale lo è davvero e sicuramente non ha bisogno di ostentarlo. Ma è il sistema che ha ci ha tratto in tranello e noi come degli allocchi ci siam cascati o è proprio il sistema stesso che ci ha trasformati tutti in allocchi? L’intellettuale fuori dal coro si trasfigura in conformista e paradossalmente il conformista diventa una perla rara per la sua sboccata genuinità. Rispetto a Gloria, allora, molto meglio Jessica che nella sua ignoranza è autentica e disarmate, come la bellezza dell’intelligenza più lucida e trasparente ormai rarissima. Più rara di un diamante, più delicata di un Rinoceronte di Java. Con Il Parka, palese omaggio a Guccini e alla sua Eskimo (non più innocente ma indecente), Bandit trasfigura un simbolo e fa dell’indumento l’escamotage anche qui per parlarci di altro: qui Bandit ci parla della caduta progressiva degli ideali giovanili a causa di una società che li affossa senza pietà. Inforcando ancora la moto, con il vento tra i capelli e accanto un vecchio amico a volte, però, si riesce almeno a ricordarseli, quegli ideali.
ZARATHUSTRA Ultima traccia, chiusura dell’album: forse un giorno avremo la fortuna di essere nessuno per un giorno, di avere un pò di pace e silenzio nella nostra effimera esistenza. In una società che ci vuole più connessi, più ricchi, più performanti, meno intelligenti, più intelligenti, meno idealisti, più idealisti, con più tempo e con meno tempo, ci vuole tutto, niente, stronzi e ubriaconi, radicali e fascisti, ricchi e senza soldi, negri, ebrei, comunisti. Il sistema ci vuole come Bowie, tutto e il contrario di tutto ma senza la sua personalità e la sua dirompenza. Capire la lotta eterna tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra ciò che vogliamo e ciò che detestiamo non è banale e Bandit, un pò nella veste del profeta Zarathustra, cerca qui di spiegarcela così come cerca di spiegarci la diversità intrinseca degli esseri umani. Qual’è allora l’unica soluzione a tutta la tragicità esistenziale e societaria che Bandit ci ha lanciato addosso per 40 minuti? Le soluzioni sono due, forse tre: la poesia ironica, l’amore per qualcuno, cambiare punto di vista. Con dei sinth potentissimi si conclude il viaggio, facendoci risvegliare così da un sonno agitato ma meraviglioso.
