Se c’è una cosa che il tempo non può scalfire è la genuinità della via emiliana al rock. A più di quarant’anni dal loro esordio, i Rats tornano a far sentire la loro voce con “Cosa resterà di questi anni 20”, un singolo potente nato dall’incontro spontaneo e lontano dalle logiche di mercato con un amico e fan della prima ora: Nek. Un brano che fotografa lo smarrimento di una generazione iper-connessa ma profondamente distante, anticipando l’atteso nuovo album “Mala Tempora”.
Alla vigilia del grande concerto/release party di sabato 21 novembre nello storico Vox Club di Nonantola, abbiamo fatto una chiacchierata con la band guidata da Wilko Zanni.
“Cosa resterà di questi anni 20” nasce come una collaborazione spontanea, senza strategie di mercato. In un periodo in cui molti featuring sembrano costruiti a tavolino, quanto è stato importante che questo incontro nascesse semplicemente dalla stima reciproca?
R. E’ stato fondamentale. Vista proprio la genuinità e la spontaneità che – crediamo – contraddistinguano noi emiliani. Molte volte il featuring è pensato già in fase di scrittura del pezzo, che viene adattato alle caratteristiche degli interpreti. In questo caso, è stato il contrario. Solo dopo avere ultimato la registrazione del brano, scritto con Andrea Amati, ci siamo resi conto di quanto fosse perfetto per un ospite di grande talento e versatilità come Nek. La cosa bella è che lui stesso, quando lo ha ascoltato, ha avuto la stessa sensazione. Quindi, il risultato non è altro che una conseguenza naturale di quello che tutti (noi e Filippo) aspettavamo da tempo: l’occasione per condividere qualcosa a livello musicale, oltre alle cose che si fanno tra amici.
Nek ha raccontato di essere fan dei Rats fin dagli esordi. Quando gli avete fatto ascoltare il brano, avete avuto subito la sensazione che fosse la voce giusta o è stata una sorpresa vedere quanto ci si riconoscesse?
R. Come detto nella risposta alla domanda precedente, la sensazione è stata netta e immediata e la sua reazione all’ascolto del brano, non ha fatto altro che confermarlo.
Il videoclip alterna immagini urbane e studio di registrazione, raccontando una sensazione di smarrimento molto contemporanea. Quanto era importante che anche la parte visiva restituisse questa atmosfera?
R. Dare un supporto visivo alle parole di una canzone senza essere scontati e didascalici è molto difficile. Visti i primi commenti al videoclip, è innegabile che il lavoro di Gianluca Magnoni – che lo ha diretto – sia pienamente riuscito nell’intento. E’ un video nel quale ci riconosciamo completamente e che aggiunge l’atmosfera perfetta al brano nelle immagini al di fuori delle nostre.
Se negli anni ’90 cantavate l’energia di “Indiani Padani”, che tipo di smarrimento o di disagio raccontate in questi anni Venti?
R. Domanda perfetta. Quell’album racconta le storie che vivevamo a vent’anni, fatte di condivisione, di momenti passati a rincorrere emozioni vere, tangibili anche fisicamente. Di attese che oggi definiremmo interminabili, di tempi dilatatissimi. Quindi, è naturale per noi trovarci spaesati in un’epoca in cui dopo un secondo sappiamo cosa è successo dall’altra parte del mondo ma allo stesso tempo, a volte, non ci rendiamo conto di quello che sta accadendo a chi abbiamo di fianco. Perché tutta questa iper-connessione, alla fine, ci sta disgregando. Ci sentiamo più felici (ma anche più sicuri) ad interagire virtualmente.
Avete attraversato il punk, le major, lo scioglimento e i grandi ritorni. Qual è la cosa rimasta più intatta dal 1979 a oggi?
R. Il bisogno di essere noi stessi in ognuna di queste situazioni. La serenità con cui abbiamo affrontato – e continuiamo ad affrontare – tutti gli eventi che si sono susseguiti e continuano a susseguirsi. Semplicemente perché, in tutto ciò, sono di nuovo l’amicizia e la stima reciproca a farla da padrona.
Dopo oltre quarant’anni di carriera continuate ancora a pubblicare musica nuova. Cosa vi spinge oggi a scrivere nuove canzoni invece di vivere soltanto del vostro repertorio storico?
R. Il bisogno e l’urgenza immutati di comunicare, di affermare un punto di vista o semplicemente raccontare storie che ci appartengono.
Sabato 21 novembre suonerete allo storico Vox di Nonantola. Come si riassumono più di 40 anni di carriera in una sola scaletta?
R. Ovviamente, l’ossatura della scaletta sarà rappresentata dal nuovo album che presenteremo proprio in quell’occasione. Poi, si tratterà di scegliere – oltre ai classici immancabili – i pezzi che si avvicinano di più alle atmosfere di “Mala Tempora” (che uscirà proprio in quei giorni). In ogni caso, siamo sicuri che la maggior parte di quelli che verranno, saranno soddisfatti delle scelte fatte.
