Interviste

Intervista ai DON BROCO: sperimentazione e imprevedibilità nella nuova era heavy

DON BROCO | Foto Credits BETHAN MILLER

Articolo di Umberto Scaramozzino

I Don Broco sono una band inglese partita dal pop rock e dal post-hardcore melodico per arrivare, dopo un lungo processo evolutivo, a un sound sempre più potente, sempre più pesante, senza mai rinunciare ai ritornelli catchy e alla propria ironia.

Originari di Bedford, questi musicisti esuberanti hanno fatto dell’esplosività festaiola la colonna portante della propria carriera. Non a caso Il loro inno per eccellenza è la “T-Shirt Song”: un brano che invita tutti i presenti a togliersi la maglietta e farla roteare sopra la propria testa. Ed è esattamente ciò che accade a ogni concerto dei Don Broco, sotto la guida dell’energico leader Rob Damiani.

Dopo una manciata di EP e un paio di album molto pop e focalizzati sul groove, nel 2018 muovono i primi passi decisi verso la svolta heavy con l’album “Technology” e rincarano la dose con “Amazing Things”, nel 2021. Durante tutto il percorso la loro estetica rimane comunque atipica e irresistibile, tra cyborg, alieni e dinosauri, ma anche piena zeppa di citazioni pop: Mad Max, Game of Thrones, Power Rangers e Matrix, solo per citarne alcune. Una follia visionaria, sempre sostenuta da produzioni di alto livello e da show impeccabili.

Ora sono nel pieno di una nuova era, molto più oscura e profonda, durante la quale promettono di consolidarsi come i mattatori dell’alternative metal. Abbiamo parlato proprio con Rob Damiani e siamo partiti dall’inizio per capire come i Don Broco sono arrivati alla pubblicazione di “Nightmare Tripping”, il loro nuovo e fenomenale disco che vede anche la partecipazione dei Nickelback e di Sam Carter degli Architects. Un lavoro che li proietta verso un futuro esaltante e imprevedibile, ma che per essere compreso appieno necessita di un salto indietro nel tempo.

DON BROCO con Nickelback | Foto di Tom Pullen

Ciao Rob! Partiamo dall’inizio. Tu e i tuoi compagni di band siete andati tutti insieme alla Bedford Modern School e all’epoca avete fatto un patto per ritrovarvi dopo l’università e dedicarvi completamente alla band. Quanto sarebbero diversi i Don Broco se non aveste fatto quella promessa? Credi che quel periodo di distacco abbia effettivamente plasmato la band che oggi è arrivata al suo quinto album?

Tornare dopo qualche anno ci ha dato un rinnovato senso del dovere, perché eravamo un po’ più grandi e avevamo più fame. Credo sia stata la decisione giusta; appena usciti da scuola ci vuole davvero tanto tempo, non solo per capire chi sei e vuoi essere come band, ma anche per trovare occasioni di suonare dal vivo, scrivere buone canzoni e bilanciare i tour con i lavori necessari per mantenersi. Se avessimo iniziato subito dopo la scuola, avremmo perso molto più tempo a cercare di capire tutto questo. È stato anche fantastico poter andare all’università, vivere l’esperienza dei concerti fuori dal perimetro della nostra città natale e ampliare il nostro bagaglio culturale e artistico. A scuola eravamo molto influenzati dai gruppi che ognuno di noi ascoltava singolarmente, ma dividendoci tra Nottingham e Norwich — città da cui passano tantissime band e artisti di vari generi e stili — ci siamo ritrovati esposti a molta più musica e siamo stati ispirati a ricercare quella stessa ampiezza nel nostro sound come artisti.

“Nightmare Tripping” sembra più heavy di qualsiasi cosa abbiate fatto prima. È stata una vostra decisione fin dall’inizio o sono state le canzoni a portarvi in quella direzione?

È stata una decisione, probabilmente l’unica che abbiamo preso davvero discutendo della direzione da dare all’album. Di solito iniziamo a scrivere per vedere cosa ci convince e finiamo con una serie di brani che spesso non si somigliano molto tra loro; questa è stata la prima volta in carriera in cui ci siamo prefissati di fare un disco heavy e di spingerci oltre qualunque cosa avessimo fatto in passato. Ci era piaciuto molto approcciare sonorità più pesanti nel disco precedente, quindi volevamo alzare ulteriormente l’asticella. Questo ha reso un po’ più facile la scelta delle canzoni per l’album: se iniziavamo a scrivere un pezzo che non sembrava adatto al disco fin dalle prime fasi, non perdevamo tempo a scriverlo e mettevamo l’idea da parte. In quella fase è venuta fuori anche molta musica che non era per niente pesante e che reputavamo ottima, ma ci siamo detti: “No, va bene così, possiamo metterla da parte e riprenderla un altro giorno”. Per la prima volta, questo ci ha aiutato a scrivere un album che risultasse molto più coeso nel suo approccio.

Però quando ci si spinge verso sonorità più heavy, c’è sempre il rischio di soffocare il proprio sound distintivo (penso a quel vostro mix di funk, elettronica e rock difficile da definire con precisione). Come siete riusciti a ottenere ciò che volevate senza sacrificare la vostra identità sonora?

Era un aspetto di cui eravamo molto consapevoli. Credo che in passato avessimo evitato di spingerci così sul pesante per il timore di cadere nei cliché e negli approcci tipici delle band metal o hardcore. Però penso che ora, come band giunta al quinto album, abbiamo una tale fiducia nel nostro sound da poter integrare quegli elementi. Se sentiamo che le cose stanno diventando troppo prevedibili, sperimentiamo e rimescoliamo le carte. In questo caso è successo in entrambi i modi: a volte un brano nasceva da una base più elettronica o funky e poi trovavamo un riff che lo portasse verso territori più oscuri e pesanti; altre volte, come in “True Believers”, tutto ruotava attorno al riff ed è stato solo in seguito che abbiamo trovato il cambio di rotta che potesse condurre al bridge e dare quella forma finale alla canzone, che include il contributo di Sam Carter degli Architects.

Questo modo di creare va a decostruire la mentalità per cui hai l’illusione di sapere sempre dove sta andando la canzone che stai scrivendo, perché poi ti accorgi che è stata la canzone stessa a portarti altrove. La libertà di muoversi tra i vari stili e generi è ciò esattamente ciò che mantiene le cose interessanti per noi, quindi non volevamo abbandonarlo o perderlo in questo album.

“Nightmare Tripping” sembra affrontare temi più oscuri e introspettivi rispetto ai vostri dischi precedenti. È un riflesso del vostro stato personale attuale o una scelta artistica deliberata per andare di pari passo con il nuovo sound?

È una di quelle cose che che avvengono in modo naturale. Da un lato volevamo scrivere un disco più pesante dal punto di vista del puro divertimento, per la semplice goduria di suonare quella musica dal vivo e per l’entusiasmo verso ciò che sta accadendo nella musica heavy al momento. Penso che stiamo entrando in un’era entusiasmante, sperimentale e innovativa per questo genere. Allo stesso tempo abbiamo passato anni molto difficili nelle nostre vite, forse le sfide più grandi che abbiamo mai affrontato. Abbiamo vissuto diverse circostanze personali, alcune collegate tra loro e altre affrontate individualmente. Ma essendo una band di amici e sentendoci molto compatti le abbiamo attraversate tutti insieme. Quelle esperienze e sensazioni influenzano profondamente i temi delle canzoni e, di conseguenza, certe decisioni di scrittura. In pratica sound e temi si sono evoluti simultaneamente.

Gira anche la storia di un fantasma che faceva sfarfallare le luci durante le sessioni di registrazione. Un album che parla di demoni, della paralisi del sonno, di incubi… e poi succede questo. Hai avuto la sensazione che il disco si stesse scrivendo da solo?

In realtà abbiamo collegato i puntini solo una volta registrato l’album e definito i temi al suo interno. L’unica cosa che personalmente ho fatto in modo diverso dal punto di vista dei testi è stata soffermarmi più a lungo su certe cose, sensazioni o pensieri che nei dischi precedenti magari avrei affrontato brano per brano. In questo disco, se certe idee si insinuavano in più canzoni, semplicemente lasciavo che accadesse. Per esempio è accaduto con “Nightmare Tripping” e “Ghost In The Night”, entrambe scritte dalla mia prospettiva, nel disagio del mio letto. Una riguarda un momento di sonno agitato, mentre l’altra riguarda la sensazione successiva di aver avuto a che fare con un fantasma, o comunque una presenza soprannaturale. Al risveglio ero seduto a letto nel cuore della notte, con i pensieri che correvano, ma ho trovato una prospettiva confortante. Amo molto il modo in cui queste due canzoni si collegano. Nella mia mente sembrano una la continuazione dell’altra: la prima attraversa l’incubo e ne esce, mentre la seconda parte, “Ghost In The Night”, è come una pacca rassicurante sulla spalla, un abbraccio amichevole per dirmi che il peggio è passato. Una volta scritte e registrate, e dopo averle suonate insieme, sapevo di volerle vicine nell’album. Mi piace come “Nightmare Tripping” ti prepari sonoramente ed emotivamente al brano successivo; credo siano le mie due canzoni preferite nell’album.

DON BROCO con Sam Carter (Architects)

C’è stato qualcosa nel processo di scrittura o registrazione di questo album che vi ha spinto fuori dalle vostre solite abitudini?

La cosa probabilmente più impegnativa per noi durante la registrazione è stata non poter essere tutti presenti contemporaneamente. È la prima volta che, a causa delle circostanze della vita, non siamo riusciti a stare nella stessa stanza in ogni momento della registrazione. Di conseguenza, a volte le canzoni prendevano forma ed evolvevano senza che tutti i membri fossero in studio. Credo che ci fosse già successo in fase di scrittura, ma in questo processo siamo stati molto più liberi e fluidi: se durante la registrazione volevamo approfondire ed esplorare qualcosa, lo facevamo. È stato un approccio nuovo che a volte ha portato risultati incredibili, facendoci scoprire cose che non avremmo mai trovato altrimenti, mentre altre volte ha preso strade che a qualcuno non piacevano particolarmente. Penso che questa apertura all’esplorazione e al provare ogni idea sia una parte fondamentale del nostro nuovo sound e, come già detto, lo considero il motivo principale per cui siamo ancora una band. Non si possono stroncare le idee nei Don Broco, non è così che facciamo le cose! Il lato negativo è che gli album richiedono molto più tempo per essere scritti, ma credo che in questo modo riusciamo a tirare fuori il meglio l’uno dall’altro.

Non vi siete mai inseriti in modo netto in una scena specifica: troppo abrasivi per il mainstream, troppo melodici per i puristi del metal, troppo fluidi per le etichette facili. Eppure, fate il tutto esaurito nelle arene e breve aprirete per i Biffy Clyro al Finsbury Park, una band che ha tracciato il proprio percorso in modo molto simile al vostro. Vi piace essere una sorta di anomalia nel sistema? E dove pensate di collocarvi oggi nel panorama della musica heavy?

Credo che in un certo senso ci piaccia, altrimenti non saremmo la band che siamo, ma non è una decisione consapevole: è l’unico modo in cui sappiamo scrivere musica. Se qualcosa suona troppo simile a un’altra band, o nello specifico a un gruppo da cui siamo ispirati, non la portiamo mai avanti più di tanto. Ci sono comunque canzoni in questo album che secondo me ricordano molto le band che ci hanno ispirato, ma non vogliamo mai replicare nulla di ciò che è già stato fatto. Per noi è fondamentale tracciare la nostra strada. Tutte le mie band preferite sono quelle che hanno fatto così, e i Biffy Clyro sono assolutamente tra queste. Fin dai miei primi approcci al rock alternativo, mi sono innamorato dei Biffy. La loro volontà di buttare via il manuale delle regole ed essere semplicemente chi volevano essere. Ogni loro canzone è una storia a sé, ogni album è una storia a sé. E questo l’ho sempre trovato davvero stimolante. Vedere il loro successo come band è stato davvero incoraggiante e ci ha spinto a tracciare in maniera analoga il nostro percorso. E poi devo confessare che il nostro nome è in parte ispirato anche al loro! Amavo il fatto che il loro nome non richiamasse alcun genere e perciò non li limitasse ad aderire a nessuno stile musicale in particolare. Questo sicuramente è stato molto importante sia per loro che per noi, soprattutto quando eravamo una band ai primi passi, incerta su chi voler essere, ma con il desiderio di evolvere e sperimentare, crescendo come esseri umani e musicisti. Anche se all’inizio è stato difficile, non sapendo mai in quali contesti inserirci, credo che alla lunga questo approccio ci abbia dato l’entusiasmo, il senso della scoperta e la passione necessaria a scrivere un album dopo l’altro, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo su noi stessi.

I primi Don Broco avevano molta umorismo e irriverenza nei testi, ma anche nel modo in cui presentarsi: il finto matrimonio di Tom, il “takeover” di Beckham su Instagram, convincere internet che tu stessi per sfidare un pugile professionista dei pesi massimi. Come si è evoluto questo spirito dopo cinque album? È ancora presente nella scrittura o adesso si esprime in modo diverso?

Amiamo gli scherzi, e io sono un grande fan dei momenti di marketing inaspettati o innovativi, che si tratti di musica, film o qualunque altra cosa da promuovere. Per una nuova band è particolarmente difficile emergere e catturare l’attenzione della gente, soprattutto ora che ci sono un milione di altre cose in corso o mille fonti diverse di intrattenimento sullo smartphone. Non ci siamo mai tirati indietro davanti a un’idea che ci facesse ridere o sorridere. Amiamo farci scherzi a vicenda, quindi abbiamo portato questo spirito nel nostro approccio alla promozione della musica, facendo anche qualche piccolo scherzo ai nostri fan. È qualcosa che ci è sempre piaciuto fare, ma il problema è che poi la gente inizia ad aspettarselo, quindi per questo disco abbiamo deciso consapevolmente di non farlo. Penso che ormai tutti si aspettino che ogni cosa che facciamo non sia reale, che ci sia uno scherzo dietro, il che può diventare come la storia di “al lupo al lupo”. È qualcosa che amiamo e ci diverte, ma chi lo sa se useremo di nuovo queste tattiche in futuro. Dovremo aspettare e vedere!

Avete appena fatto il tutto esaurito alla Wembley Arena e ora state partendo per un tour europeo. Il vostro approccio alla performance cambia quando passate dai club alle arene, o cercate di mantenere la stessa energia indipendentemente dalle dimensioni della sala? E c’è un momento della scaletta (come il rituale della “T-Shirt Song”) che considerate non negoziabile, ovunque stiate suonando?

Affrontiamo i concerti, di qualsiasi dimensione siano, con la stessa energia. Passare dalle arene nel Regno Unito a show più piccoli in tutta Europa mantiene l’esperienza interessante e fresca per noi come musicisti. Mettiamo in scena lo stesso spettacolo e il nostro approccio non cambia; cose come il momento della “T-Shirt Song” hanno ormai preso vita propria e la gente lo fa a prescindere da noi. Non possiamo né vogliamo controllarlo. E poi vedere quel momento in un club da 1.000 persone o in un’arena da 20.000 non fa differenza: regala una sensazione incredibile a prescindere dall’ambiente.

Avete descritto questo disco come “il prossimo capitolo”, qualcosa che definisce un’era nuova e ovviamente imprevedibile. C’è qualcosa che vorreste raggiungere che non siete ancora riusciti a realizzare?

Ci sono un milione di cose che vogliamo tentare. Ci sono così tante canzoni che ancora da scrivere, così tanti modi diversi di approcciare la musica. In ogni album vogliamo metterci alla prova e fare cose nuove. È bello avere la libertà di scavare sempre un po’ più a fondo nelle proprie possibilità e penso che il modo in cui i nostri fan hanno reagito ai nostri mutamenti nel corso degli anni sia davvero incoraggiante. Il fatto che la gente ci conceda la grazia di esplorare è qualcosa di cui siamo molto grati. Nello specifico, però, una cosa che stiamo inseguendo c’è: ci piacerebbe scrivere una di quelle canzoni in grado di diventare un vero e proprio classico. Ci stiamo lavorando. Nonostante alcune canzoni di questo disco possano suonare sorprendenti (e quello era l’intento) cerchiamo anche sempre di scrivere quel pezzo che sia tanto semplice quanto innegabilmente universale; e quelli sono i più difficili da scrivere! Adesso porteremo questo album in tour per un po’, ma abbiamo già molte idee eccitanti per della nuova musica e non vediamo l’ora di riprendere a creare. Siamo molto entusiasti di vedere cosa ci riserva il futuro, qualunque cosa sia!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri anche...

Dischi

Gli Architects, ormai icone del rock mondiale, pubblicano oggi il nuovo singolo “Machine“, disponibile su Epitaph. Scritto da Dan Searle e Sam Carter e prodotto dallo stesso Dan, “Machine”...

Concerti

Graspop Metal Meeting 2026: tutti gli headliner, i momenti più belli e i reportage foto giorno per giorno da Dessel, Belgio. La guida completa...

Concerti

Il terzo giorno del Graspop Metal Meeting comincia nel punto più lontano possibile dal rumore dei Main Stage. Il Metal Dome accoglie le Faetooth...

Festival

Hellfest Open Air a Clisson in Francia dal 18 al 21 Giugno 2026. Programmazione oraria delle band in lineup

Copyright © 2026 | Rockon.it

Exit mobile version