Interviste

EDY presenta “Algoritmocrazia”: «Scegliere davvero è l’unico modo per riprendersi il controllo»

Intervista al cantautore siciliano sul nuovo album tra critica sociale, numeri che soffocano il valore, la produzione insieme al figlio HERESIA e la riscoperta della vulnerabilità.

EDY | foto di Chiara Marchese

Algoritmocrazia è il nuovo album di EDY: ottavo disco full-length (al netto di EP e singoli), Algoritmocrazia segna un momento cruciale nel percorso dell’artista.

Un lavoro maturo, consapevole e profondamente radicato nel presente.

1.⁠⁠Hai intitolato il disco “Algoritmocrazia”: in che modo oggi gli algoritmi governano non solo il mercato musicale, ma anche il nostro modo di amare, scegliere e percepirci?

Chi ascolta musica oggi lo fa quasi sempre attraverso piattaforme che usano algoritmi per decidere cosa mostrarti. Ti fanno credere di scegliere, ma spesso sono loro a scegliere per te. E questa cosa ormai non riguarda solo la musica: riguarda come ci vestiamo, chi desideriamo, cosa pensiamo e perfino come percepiamo noi stessi. L’unico modo per riprendersi il controllo è smettere di vivere in automatico. Cercare, sbagliare, scegliere davvero. Perché oggi la comodità è diventata una forma di controllo.

2.⁠⁠Nel disco alterni critica sociale e fragilità personale: quanto è difficile far convivere denuncia e vulnerabilità?

Per me sono la stessa cosa. Denunciare qualcosa significa ammettere che qualcosa ti manca, che qualcosa ti ferisce ancora. Dietro ogni lotta vera c’è una vulnerabilità enorme. La rabbia senza ferite è solo estetica. Io, in questo disco, non volevo sembrare forte: volevo essere sincero.

3.⁠⁠Attacchi una scena dominata dai numeri: qual è oggi il rapporto tra il successo e il valore?

Se mi fai questa domanda, vuol dire che anche tu sai che successo e valore spesso non c’entrano niente l’uno con l’altro. La storia della musica è piena di artisti enormi capiti troppo tardi: da Nick Drake a Lil Peep. Il successo veloce spesso è consumo. Il valore, invece, resiste nel tempo. Le cose vere magari arrivano dopo, ma restano.

4.⁠⁠Molte canzoni parlano di assenza, relazioni finite e nostalgia: pensi che oggi soffriamo di più perché amiamo male, o perché non sappiamo più restare nelle emozioni?

Bella domanda devastante ahahah. Secondo me viviamo troppo velocemente. Abbiamo trasformato la “fast life” in un trofeo, ma a lungo andare è antiumana. Corriamo così tanto che non restiamo più nelle emozioni abbastanza a lungo da capirle davvero. E soprattutto spesso non sappiamo amare noi stessi. Se non stai bene con te, difficilmente riuscirai ad amare bene qualcun altro.

5.⁠⁠“Lento” racconta il sentirsi consumare mentre tutto accelera. In qualche modo anche tu “vai di fretta”. Qual è il tuo rapporto con il tempo?

Predico bene e applico malissimo. Io divoro la vita da sempre. Ho sempre mille progetti, mille idee, mille responsabilità. In quegli stessi mesi dovevo finire il disco, organizzare il tour, dirigere il One Day Music Festival, seguire Matrice17, lavorare con la mia azienda, fare televisione, allenarmi, vivere la mia famiglia e trovare anche il tempo di ridere con gli amici.

È esaltante… finché non ti accorgi che non sei più davvero connesso né con te stesso né con chi ami. “Lento” nasce da questa consapevolezza: sapere di essere dentro il sistema ma non riuscire comunque a fermarti. Per questo, nel video, ci sono riferimenti chiarissimi a The Matrix.

6.⁠⁠Hai scritto e prodotto il disco con tuo figlio di 14 anni: cosa hai imparato tu da una generazione cresciuta dentro il digitale?

HERESIA ha una lucidità emotiva rarissima. A un certo punto si è accorto che ero bloccato: avevo tante idee ma non riuscivo più a chiuderle davvero. È venuto da me e mi ha detto: “Facciamolo insieme questo disco”. È stato come chiudere un cerchio. Io avevo aiutato lui con il suo primo EP e lui ha fatto la stessa cosa con me. Mi ha colpito tantissimo il suo approccio: minimale, diretto, molto deciso. Sapeva esattamente come voleva che suonassero le chitarre, pur non venendo dal rock. Abbiamo trovato subito il suono giusto. Poi, certo, fare un disco così importante tra padre e figlio non è sempre semplice. Ma lo rifarei altre mille volte.

7.⁠⁠In “Specchio incrinato” parli del coraggio di guardarsi davvero: secondo te oggi è più difficile affrontare se stessi o il giudizio degli altri?

Dipende da quanto sei sincero con te stesso. Se ti racconti bugie, allora il giudizio degli altri diventa il problema principale. Se invece ti guardi davvero dentro, capisci che la cosa più difficile è accettare che certe paure, certi vuoti e certi lati oscuri esistano davvero. E da lì hai solo tre scelte: accettarli, gestirli o combatterli. L’importante è non restare immobili davanti a quello che sei. “Specchio incrinato” è, per me, probabilmente la canzone più importante del disco. Ed è ironico, perché è una delle meno rock.

8.⁠⁠“Povera Italia” è un atto d’accusa ma anche una dichiarazione d’amore: cosa ti fa ancora sperare in questo Paese?

Io e Jack Out abbiamo scritto “Povera Italia” dopo una giornata passata a parlare della sensazione di vivere in un Paese che spesso sembra toglierti ossigeno. Però ci siamo anche resi conto che entrambi, a modo nostro, stavamo costruendo una strada alternativa. Lui col country, praticamente da pioniere in Italia. Io cercando di tenere insieme vent’anni di cultura punk analogica con il mondo ultra-digitale del 2026.

Quello che mi dà speranza è questo: vedere persone che, invece di adattarsi, provano ancora a creare qualcosa di vero. Anche in mezzo al caos, ai mostri e alla mediocrità, si può ancora trovare un proprio centro di gravità. E sì, forse lì dentro c’è anche un po’ di Franco Battiato (anche perché la canzone l’abbiamo scritta nel mio studio a Milo).

9.⁠⁠Nel disco convivono rabbia e malinconia: quale delle due emozioni oggi ti sembra più rivoluzionaria?

Secondo me c’è una terza parola più importante di entrambe: fiducia. La rabbia è la scintilla. Serve, ma da sola distrugge. La malinconia, invece, in questo disco è profondissima. Ho mostrato il mio lato più sad come forse non avevo mai fatto, fino quasi a provare vergogna per certe cose che scrivevo. Però, dentro quasi ogni brano, c’è sempre una via d’uscita possibile.

E quella è fiducia. Silenziosa, magari, ma fondamentale.

10.⁠⁠Se un ascoltatore finisse il disco e dovesse uscire cambiato da una sola consapevolezza, quale vorresti lasciargli?

Che nulla è a posto. Che voltarsi dall’altra parte davanti alle ingiustizie peggiora immediatamente il tuo mondo e quello delle persone che ami. Che scegliere, anche sbagliando, è meglio che vivere anestetizzati. E che cambiare è molto più possibile di quanto ci raccontano: la parte difficile è iniziare davvero. Se, dopo aver ascoltato Algoritmocrazia, qualcuno si sente più lucido, più onesto con se stesso e con più voglia di reagire, allora il disco ha fatto il suo lavoro.

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