Intervista di Alessandro Canalicchio
C’è chi nella musica cerca leggerezza, e chi invece la vive come un rifugio, un modo per dare forma a ciò che spesso resta intrappolato nei pensieri. Revelè appartiene a questa seconda categoria. Giovane cantautore partenopeo classe 1997, Giuseppe Cacciapuoti, questo il suo vero nome, ha trasformato la nostalgia, le radici e i silenzi in canzoni che sanno di mare e di ritorni attesi. Cresciuto tra Melito e il confine con Scampia, a soli tredici anni si è trasferito a Bergamo, portando con sé un bagaglio fatto di storie e di ricordi che oggi diventano musica.
Con ‘O Mar ‘O Mar, il suo singolo d’esordio prodotto da Mario Meli (già al fianco di Annalisa, Alfa e Clementino), Revelè racconta il bisogno di tornare a casa, con una scrittura viscerale e un sound che unisce pop elettronico, atmosfere urban e un’anima profondamente cinematografica.
Lo abbiamo incontrato per parlare di questo primo capitolo, del suo legame indissolubile con Napoli e di come la musica sia diventata per lui un atto di verità.
Giuseppe, ciao, grazie per il tuo tempo! “‘O Mar ‘O Mar” nasce dalla nostalgia della tua terra. Se dovessi descrivere con tre immagini ciò che ti manca di più di Napoli, quali sceglieresti e perché?
Tre immagini. Il mare di Mergellina alle quattro del mattino, quando la città dorme ma io mi sento sveglio dentro. Le urla della gente nei vicoli, che sembrano teatro anche quando parlano di cose normali. E poi il silenzio che si sente solo a Napoli, quello tra un clacson e una preghiera. Perché Napoli è così anche nel rumore, riesce a parlarti in silenzio. E quando non ci sei, quei suoni diventano ricordi.
Il brano è stato prodotto da Mario Meli, che ha lavorato con artisti importanti come Annalisa e Clementino. Com’è stato collaborare con lui e cosa pensi abbia aggiunto al tuo progetto?
Con Mario si è creato un legame sincero, quasi viscerale. Ci siamo conosciuti per caso, ma da subito ha capito la mia urgenza di raccontare senza filtri. Mario è come un sarto che cuce su misura non ha mai provato a cambiare la mia voce, ma mi ha aiutato a vestirla nel modo giusto. Ha trasformato un diario personale in un brano che può parlare anche agli altri. E per un esordio, è stato il regalo più grande.
Hai raccontato che la scrittura è stata per te un modo per “restare a galla” in momenti difficili. In che modo la musica ti ha aiutato a trasformare il dolore in creatività?
Scrivere per me è sempre stato come nuotare quando senti che stai affondando. La musica mi ha dato la possibilità di mettere ordine tra i pensieri, di trasformare la rabbia e la paura in parole che vibrano. È diventata il mio rifugio e la mia voce, soprattutto quando non riuscivo a parlare.
Anche la canzone e il canto ti sono stati di aiuto per “vincere” quella che potrebbe essere considerata una possibile barriera…
Sì. La balbuzia per me non è mai stata solo una difficoltà nel parlare, ma una paura nel mostrarmi. Cantare mi ha permesso di attraversare quella barriera, di esistere in uno spazio in cui nessuno può interromperti. Quando canto, non balbetto. Quando canto, sono. È come se la voce trovasse finalmente un ritmo che la parola non aveva mai saputo tenere.
Nella prima strofa canti “Quatt’ ra matin, ngopp’ o scogl’ e Mergellin”. Quanto sono importanti i luoghi reali di Napoli nella tua scrittura? C’è un posto che per te rappresenta più di tutti casa?
Sono fondamentali. I luoghi non sono solo scenografie, sono memoria. Mergellina per me è il posto dove mi rifugiavo da ragazzino quando tutto sembrava troppo casa, scuola, la vita. Quel posto mi ha insegnato che il mare ascolta. Ed è quello che provo a fare anche con le mie canzoni restituire a chi ascolta quella stessa sensazione di essere capiti, anche in silenzio.
Se potessi scegliere un artista del passato o del presente con cui duettare, chi sarebbe e perché? Hai in programma qualche featuring nei prossimi mesi di cui puoi anticiparci qualcosa?
Mi sarebbe piaciuto duettare con Mango. Aveva una fragilità così potente da diventare forza, e in ogni sua parola c’era poesia. Tra i viventi, forse Mahmood sento nelle sue canzoni lo stesso bisogno di raccontare ferite e origini. Sui featuring… qualcosa si sta muovendo. Non posso dire molto, ma ci saranno collaborazioni che nascono da stima reale, non da strategia.
Hai più volte raccontato dell’influenza di Pino Daniele e dell’identità mediterranea. Secondo te, cosa può dare la scena napoletana oggi alla musica italiana e cosa ti rende unico rispetto agli altri artisti?
Napoli ha una voce che non smette mai di inventarsi. Oggi può portare verità, contaminazione, una lingua che è cuore e corpo. Io non voglio somigliare a nessuno, e allo stesso tempo so che porto dentro mille voci quelle dei vicoli, dei ricordi, dei silenzi. Forse la mia unicità sta nel non avere paura di essere fragile. E nel voler restare sempre vero, anche quando fa male.
Se potessi ascoltare soltanto 3 album per il resto della tua vita, quali sarebbero e perché?
Napul’è di Pino Daniele perché c’è tutta Napoli, quella vera, quella che non ha paura di mostrarsi nuda. In quelle note ci sono le contraddizioni che mi hanno cresciuto, la malinconia che mi ha ispirato, e anche un po’ di me, del mio bisogno di tornare ogni volta, anche solo con una canzone..
Dancing in the dark (Born in the U.S.A.) di Bruce Springsteen perché da bambino ballavo con mio padre, e oggi ballo ancora con quei ricordi.
Thriller di Michael Jackson perché è stato uno dei primi dischi che mi ha fatto sentire il corpo come ritmo, come vibrazione. Dentro c’è energia, visione, ma anche un pò di solitudine nascosta tra i beat. E io quella solitudine l’ho riconosciuta subito.
Grazie Giuseppe!
Il 31 luglio è online il video di‘O MAR ‘O MAR.
Racconta Revelè: Ho diretto questo videoclip come si dirige un sogno: con silenzi, luce, pelle, respiri. Ho voluto mettere a nudo una trasformazione: da una stanza immobile al mare aperto, dal vuoto di un’assenza alla presenza che guarisce. Non c’è recitazione, non c’è trama, solo verità. Ogni luce accesa, ogni passo nell’acqua è una parte di me che torna a casa. Questo videoclip non è solo un racconto visivo, è il mio sguardo che, per la prima volta, non teme più di mostrarsi fragile
