20 anni di carriera e non dimostrarli affatto. Questo è quanto viene esaltato ogni qualvolta che l’indiepunk dei Californiani Deerhoof torna ad allestire giocosi ascolti con quella premura alternative che coreografa da sempre il loro move-it, la loro specifica “sclerosità poppyes” che fa ballare e vivere diversamente una manciata di musica a zig zag.
La Isla Bonita – questo l’ultimo lavoro del quartetto di San Francisco guidato dalla dolce Satomi Matsuzaki – arriva a due anni dal bel Breakup Songs, disco che aveva agitato a dovere le notti capovolte d’oltre oceano. E allora se è vero che suono vincente non si cambia mai, rieccoli a propagare un sound che opera sia nella ricerca che nella personalità a sghimbescio, sia nella sperimentazione squadrata come in risonanze decostruite, un’avanguardia che pesca ovunque ma che in certi Talking Heads Doom, God 2, trionfi garage Exit only e lampi acidi Paradise girls ha la sua maggiore presa d’interesse.
Prodotto da Nick Sylvester, il disco è un privilegio di ritmi e vibrazioni eccellenti, dinamiche, istintività punk e istrionismo a manciate e Greg Saunier – l’ideatore della band – non fa altro che gestire un insieme intelligentemente “strampalato”, basta far scorrere la fulminante Last fad o alzare il volume al passaggio della convulsiva Black pitch per immaginarsi di stare al bordo dei bordi, dentro una girandola stupefacente che fa ping pong tra delirio organizzato e armonie assemblate.
Da ballare, da leccare, da centrifugare, imperdibile!
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