A Milano i club nascono e spariscono in fretta. Cambiano nome, pelle, pubblico. Alcuni resistono, ma spesso diventano la versione nostalgica di quello che erano stati. I Magazzini Generali no: sono ancora lì, e continuano a muoversi da tre decenni. Trent’anni di musica, lunghe notti e cultura underground celebrati in XXX Magazzini Generali. 1995-2025, edito da Emuse, il libro che ripercorre la storia di uno dei club più influenti della scena italiana ed europea.
Quando aprono nel 1995, in via Pietrasanta, la città è diversa. L’area a sud dello Scalo di Porta Romana è ancora una zona di passaggio, lontana dalla Milano vetrina. Gli spazi sono quelli degli ex magazzini ferroviari: grandi, grezzi, perfetti per immaginare qualcosa che non fosse l’ennesima discoteca patinata.
L’idea era creare uno spazio ibrido, capace di tenere insieme musica, arte e sperimentazione — più vicino ai club europei che alle sale da ballo italiane. Un palco per i live, un impianto pensato per i DJ e una programmazione aperta, capace di mescolare linguaggi e pubblici diversi, rinunciando a una identità fissa per restare in continua trasformazione. Quei capannoni industriali si sono trasformati in un vero laboratorio creativo, destinato a diventare un punto di riferimento per Milano, e non solo. Una intuizione che oggi sembra scontata ma che, all’epoca, non lo era affatto.
È anche per questo che i Magazza — come li chiamano in città — diventano rapidamente un punto di riferimento. Non solo per Milano, ma per una scena che tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 guarda sempre di più a Londra, Berlino e Ibiza.
A dare vita al progetto è Gian Carlo Soresina insieme ai suoi soci, con l’obiettivo di rompere gli schemi tradizionali del clubbing. “Volevo dare un segnale chiaro di cambiamento, rompere con il modello classico della discoteca”, racconta Soresina, ideatore e curatore del progetto insieme a Giovanni Lanzone, Marco Garofalo, Emanuele Tessarolo e Alberto Guazzetti, dal 1995 al 2005.
Nel giro di pochi anni il locale si afferma anche a livello internazionale, ospitando artisti e personalità molto diverse tra loro: da Allen Ginsberg a Yoko Ono, passando per DJ e producer come Carl Cox, Jeff Mills e The Chemical Brothers, fino a nomi come Lenny Kravitz, Black Eyed Peas, Green Day e Mary J. Blige. Un luogo dove generi e linguaggi possono convivere senza barriere, persino i live di Radio RAI 2.
Il riconoscimento ufficiale arriva nel 2005, quando MTV premia i Magazzini Generali come “Best Clubbing”, consacrandoli tra i club più importanti in Europa. Negli anni diventano una tappa fissa per artisti internazionali e un riferimento per una scena che in Italia fatica a trovare spazi simili. Non solo elettronica: sul palco passano mondi diversi — dal rock all’hip hop, dalla performance all’arte contemporanea — che si alternano in un equilibrio mai forzato.
Negli anni successivi, sotto la gestione di Daniele Orlando, il locale diventa uno dei centri della nightlife milanese. “In quel periodo i Magazzini hanno coronato un sogno, non solo per Milano ma per tutta l’Italia”, racconta Orlando, proprietario dal 2005 al 2015. In consolle e sul palco arrivano artisti che stanno ridefinendo la musica elettronica globale, come David Guetta, Axwell, Skrillex e Richie Hawtin. È anche il periodo delle serate Pink is Punk di Marcelo Burlon, che trasformano il club in un punto d’incontro tra musica e moda, attirando un pubblico sempre più trasversale.
Dal 2015 a oggi, con Jimmy Mahboob alla guida, i Magazzini Generali continuano a evolversi senza perdere la propria identità. Tra concerti live ed eventi elettronici, il club ospita regolarmente alcuni dei nomi più influenti della scena internazionale, da Peggy Gou a Four Tet, passando per Black Coffee e Fatboy Slim. “La storia dei Magazzini Generali non è stata soltanto seguire una tendenza, ma crearla. Per questo sappiamo che dobbiamo ancora lavorare molto”, spiega Mahboob.
XXX Magazzini Generali. 1995-2025, curato da Stefano Astore con le interviste di Alberto Traversi, racconta questo flusso storico: non tanto come celebrazione nostalgica, ma come archivio vivo. Dentro ci sono fotografie, grafiche, materiali inediti e le voci di chi quel posto lo ha costruito e attraversato.
Un libro che non vuole semplicemente celebrare un anniversario ma raccontare un luogo che non si è limitato a seguire le tendenze, ma spesso le ha anticipate. Cambiando negli anni, come tutti i luoghi che durano davvero: nelle direzioni artistiche, nelle persone in pista, nel modo stesso di vivere la notte.
Dopo trent’anni, però, una cosa è rimasta uguale: Milano continua a passare dai Magazza per ballare. E l’augurio è che possa farlo ancora a lungo.
